Il significato del 25 aprile


di  “JACOPO”  Aldo Cucchi
vicecomandante della divisione partigiana Bologna

Discorso tenuto in Piazza Maggiore il 25 Aprile 1946

Qual’è per noi partigiani il significato del 25 aprile? In questa ricorrenza si compendiano tutte le sofferenze, tutti i sacrifici, tutte le torture, tutti gli eccidi a cui è stata sottoposta la popolazione di una regione, che non ha voluto subire i soprusi del millenario nemico teutonico e dei suoi servi nostrani. Dall’8 settembre 1943 al 25 aprile 1945, la nostra terra d’Emilia e di Romagna fu tutta percorsa da un fremito di ribellione, che si concretò nelle brigate partigiane ed ebbe il suo momento culminante nella vittoriosa insurrezione popolare liberatrice.

Dai primi deboli nuclei di sbandati che, nel settembre e nell’ottobre 1943, si aggiravano sui monti, senza una precisa visione della realtà, ma con la certezza che servire il tedesco era tradire la patria, dovevano poi nascere brigate e divisioni, che avrebbero attaccato senza tregua le truppe germaniche ed i masnadieri fascisti.

Ricordo ancora alcuni dei primi tentativi effettuati nella provincia di Bologna, nell’ottobre del 1943, quando gruppetti di uomini si portarono a Castiglion dei Pepoli ed a Vidiciatico. Non poterono rimanervi molti giorni perchè, invece di vettovagliarsi sul posto, aspettavano i rifornimenti dalla pianura e perchè la popolazione, nuova al movimento partigiano, se non li ostacolava non si dimostrava favorevole, costringendoli ad una continua migrazione di casa in casa e di monte in monte, finchè, delusi e sfiduciati, non ritornarono al piano. Questa dura esperienza iniziale si è ripetuta quasi ovunque; lo studio degli errori commessi e delle deficienze riscontrate ha permesso di ricominciare in un tempo successivo con pieno successo.

Si può dire che il movimento partigiano è andato propagandosi dalla Romagna verso l’Emilia, perchè in Romagna, alla fine del 1943, vi era già un solidissimo reparto sul monte Falterona, mentre nell’alto faentino operava la banda di Silvio Corbari, che doveva suscitare un immenso entusiasmo fra il popolo con le sue ripetute beffe alle autorità tedesche e fasciste, beffe che di frequente si svolgevano nel centro di Faenza, sotto lo sguardo stupito ed ammirato degli abitanti.

Lentamente tutte le montagne della nostra regione ebbero le loro brigate e queste divennero sempre più numerose ed agguerrite; erano formate nella loro stragrande maggioranza da operai e da contadini, ma non mancavano gli studenti, i professionisti, gli ufficiali di carriera, tutti uniti da un tacito e sacro patto: quello di riportare la libertà e la democrazia nel nostro paese. Furono le Brigate Garibaldi, Matteotti, Giustizia e Libertà, Fiamme Verdi, che composte di uomini diversi per temperamento, per cultura, per idea politica, per fede religiosa, seppero impugnare le armi, unirsi e combattere perchè di fronte a loro c’era una terra sofferente in tutti i suoi figli, c’erano tante lacrime e tanto sangue, c’erano criminali soprusi ed orrendi.

Alle brigate di montagna si affiancarono quelle di pianura, che costituirono una peculiare caratteristica della regione emiliana, ed entrarono in azione fin dal novembre 1943, con il nome di Brigate G.A.P. (Gruppi di Azione Patriottica), di queste le più efficienti furono quelle di Bologna e Modena. Tutta la pianura padana, da Piacenza a Rimini, si trovò ad essere costellata, nell’estate del 1944, da una serie di piccoli reparti mobilissimi che insidiavano le retrovie del nemico, rendendone oltremodo precarie le comunicazioni.

Alle brigate gappiste si aggiunsero, in prosieguo di tempo, le Squadre di Ardimento Patriottico (S.A.P.), che in origine dovevano essere formazioni di fiancheggiamento dei G.A.P., ma finirono per riunirsi in reparti organici e per condurre direttamente la lotta.

Mentre la direzione del movimento partigiano era stata tenuta da un Comitato Militare del C.L.N. fino al 10 aprile 1944, da questa data si costituisce il Comando Unico Militare Emilia Romagna (C.U.M.E.R.), con Dario (Ilio Barontini) comandante, Ferrero (Gianguido Borghese) commissario politico, e con tecnici militari dei vari partiti del C.L.N. agli altri posti di comando. Questo fu veramente l’organismo che tenne in mano la condotta delle operazioni di guerriglia fino alla liberazione.

Tutti i reparti hanno avuto le loro grandi battaglie e le loro grandi vittorie, tutti i reparti hanno avuto i loro martiri ed i loro eroi, non vogliamo esemplificare perchè inevitabili sarebbero le dimenticanze, ci basti accennare alla battaglia di Montefiorino della Divisione Modena, alla liberazione di Bobbio nel piacentino, alla dura campagna invernale del nord Emilia, alla continua attività dei partigiani bolognesi inseriti per molti mesi nelle linee del fronte, alla liberazione di Porto Corsini da parte della 28ª Garibaldi, il cui comandante veniva decorato di medaglia d’oro dagli alleati.

Attorno ai paesi liberati dai partigiani s’agitava la furia selvaggia della guerra ma le opere che tendevano a ripristinare i diritti fatti decadere dai fascisti e dai tedeschi tessevano la tela di un vicino ritorno alla normalità. E la morte era ovunque, e la morte era nascosta dietro ogni siepe, ad ogni crocicchio, dentro le umide gole dei monti, annidata nelle case bruciate, nei fienili inceneriti, ma la guerra partigiana si faceva più forte e inflessibile. Tutta la gente era in armi, tutti gli abitanti di queste piccole repubbliche lottavano fianco a fianco ai patrioti, ed è proprio da questi episodi, da queste collettive vibrazioni politiche che noi possiamo guardare verso le strade dell’avvenire.

E tutto questo vasto movimento di popolo ebbe origine dall’ardimento di quei pochi che 1’8 settembre 1943 fra il generale disorientamento, sotto la minaccia dei bandi spietati dell’invasore, nell’atmosfera di deportazione che ovunque gravitava, ebbero il coraggio di tagliar i ponti con la pseudo legalità vigente e di iniziare la resistenza armata.

Erano pochi, ricordo ancora i loro volti ed i loro pseudonimi, di parecchi ho appreso anche il vero nome, ma quasi tutti sono morti. Oggi però i loro nomi non contano, essi sono i fratelli di tutti i caduti, sono i compagni di tutti i volontari della libertà, sono coloro che marciano ancora in testa alle vecchie brigate e che indicano ai superstiti la via dell’onore e del lavoro.

Perchè si potesse passare dalla tenebra in cui si viveva ad una nuova ed onesta luce, questi pochi uomini si unirono, impugnarono le armi e si diffusero ovunque.

Chi salì sui monti, chi si diresse verso le valli, chi rimase nelle città, e dovunque apportarono la buona novella che la patria non era morta, che viveva dentro di loro, che cantava col loro mitra, che sostava ai loro bivacchi, che vinceva con le loro vittorie. E tutto un popolo li seguì, rendendo la vita dei nemici sempre più dura, difficile, precaria, assillata dall’incubo di una disonorevole fine.

Neppure i religiosi mancarono e tutti ricordano quei preti che venivano spesso in brigata per assistere i moribondi e per recare informazioni, e quei frati che, in Bologna, ospitarono nei loro conventi comandi e comitati.

Nella libertà dei monti, nel chiuso delle città, nell’inquieta pianura, ci si batteva con la radiosa visione di un avvenire giusto ed umano, ci si batteva, si moriva, ma non si cessava di sperare.

E questa speranza anche oggi, malgrado le amarezze che hanno seguito la liberazione, ci rimane nel cuore e ci dice che tanti sacrifici, tanti lutti e tante lacrime costituiranno un sacro patrimonio del popolo italiano, che sta avviandosi, con faticosa sofferenza, verso la libertà, la giustizia e la pace.

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