Quirino Rocca


Sono nato il 16 settembre 1927 a Pianoro da Rocca Vincenzo e Tedeschi Bernardina. Questo cognome di mia madre mi ha portato fortuna. Quando la 62a brigata fu praticamente disfatta e tentarono di passare il fronte e gli spararono contro sia gli americani che i tedeschi, Oscarone, Oscar Franceschini, venne lì nel rifugio dove eravamo noi e era morta sua sorella con una cannonata.

Arrivò lì con il marito della sorella e due bambini piccoli, e vennero dentro al nostro rifugio. Di rifugi ne avevamo fatti tredici, man mano che ce ne prendevano uno noi ne facevamo un altro e mia madre non voleva assolutamente andare a Bologna, tant’è vero che siamo andati a Bologna il 4 dicembre del ’44, siamo stati tra gli ultimi. Allora con Oscarone io dico: «qui da mangiare», nel paese di Pianoro distrutto «dentro da un posto, fuori da un altro, si trova sempre qualcosa, specialmente nel magazzino di don Pietro» che era il prete dei Due Santi. Io dico: «se vieni con me, partiamo». Un pomeriggio partiamo per andare a cercare da mangiare. Quando siamo fuori dal bosco, là verso Valgastro di sotto, incontriamo due tedeschi: “documenti!”. Io avevo la carta di identità, Oscar niente di niente e in più sto pistola aveva la rivoltella in tasca e in quei momenti lì ammazzarti dietro un albero… Allora io dò i miei documenti e mia madre si chiamava Tedeschi Bernardina; leggendo Tedeschi sto tizio: «tedeschi!» e io: «mamma ja, tedeschi ja!» Ci diedero indietro i documenti e ci fecero passare; delle volte ci vuole poco. Allora mia mamma Tedeschi Bernardina era del 1892 e mio padre era del 1886. È così.

Come è finito dentro a Ingegneria?

Noi lavoravamo con la Todt nelle colline di Roncrio e facevamo i turni di giorno e di notte. Facevamo dei sabotaggi, ho portato via degli attrezzi; insomma, facevamo quel che potevamo. Quando lavoravamo di giorno facevamo le trincee. Si partiva la mattina scavando due mani di vanga, cioè venti e venti fa quaranta centimetri. Partivamo con quaranta centimetri, tanto per dire, poi man mano si andava avanti nella giornata tutto il fondo della trincea andava in salita perché si scavava sempre un po’ di meno. Spesso, invece di andare a vangare andavamo a giocare a carte, a massino. Una mattina intanto che Euterio il caposquadra faceva l’appello io gli vado di dietro così gli infilo una mano dentro alla tasca e prendo fuori un pacchettino dove erano fasciate le carte. Lui dice: «sta’ ben attento che possono essere delle munizioni» e io dico: «beh, se sono munizioni servono a me». Alzo su gli occhi e lì c’era un tizio che mi guardava, ma io lo conoscevo perché lavorava insieme a noi; era un po’, come dire, solitario, non molto sociale, ecco. Poi da lì cambiamo lavoro e andiamo a finire al Meloncello. Là su in cima a Roncrio facevamo certi lavori, perché ci costringevano a farli: prima buttavamo giù le case distrutte per portare via i tronchi, le travi, e poi quando non ne trovavamo ci toccava di buttare giù case che magari erano ancora buone. Se non portavi il legname se la prendevano con te. Andiamo al Meloncello; alla mattina siamo a lavorare e arrivano due tedeschi che cercano due operai per andare a fare un ciappino al ponte. Solo che io che ero al terzo piano sento che volevano due, uno con i pantaloni gialli e la giacca verde, che ero io, e l’altro che aveva la giacca nera; bada bene: era il figlio del capo cantoniere di Pianoro che la divisa era AASS, azienda autonoma strade statali. Dico «cazzo, questi non vogliono mica due, cercano me e Gigi». Guardai se potevo scappare, ma c’era poco da fare. Vengono su questi due e ci caricarono tranquilli in tramway, l’unica volta che non ho pagato il tramway, e poi ci portarono dentro dove c’era la villa degli artisti vecchi. Ci portarono lì e appena che arrivammo ci levarono i cordonetti e la cinghia, io sapevo già cosa voleva dire, e poi ci misero dentro a un camerone dove c’era un altro ragazzo e un mucchio di fil di ferro, un rotolone di fil di ferro, che se uno si voleva impiccare, lì ne aveva da impiccare fin che voleva. Questo ragazzo anche lui lo conoscevo di vista; dopo un po’ arriva un ragazzo e dice: «ho parlato adesso, non è mica niente, vogliono solo fare qualche domanda; se voi sapete qualcosa, ditelo». Poi torna dopo un’oretta e fa: «ohi, ho sentito delle voci che non sono troppo belle; date retta a me, se sapete qualcosa, ditelo bene»; insomma, una calda e una fredda. Viene sera e ci chiamano su tutti e due e c’era un ufficiale SS che parlava italiano e mancava poco che parlasse bolognese. Allora prima va dentro Gigi e io fuori con il tedesco lì di guardia, poi quando viene fuori lui vado dentro io. Dice: «tu sei accusato di avere portato giù delle munizioni da Roncrio» «No! Era una cosa così e così»; nel mentre mi allunga una fotografia, gli do un’occhiata «lo conosci?» non lo conoscevo «no, non lo conosco». Insomma, insistette un pochino e poi dice: «guarda che adesso ti mando dalla Brigata Nera se non vuoi parlare con me, che ci pensano loro a farti parlare» e poi dice: «comunque, chi ti rovina a te è un tuo amico» allora io gli feci un nome di Loiano che era nell’aviazione repubblichina, tanto per dire. Dice: «no, si chiama…» nome e cognome; il nome era Orlando. Dice: «lo conosci?» «lo conosco sì»; poi mi manda fuori. Ci accompagnano sei delle SS con le maschinenpistole, tutti insieme per via Saragozza, non c’era un’anima, di notte, non sapevo che ora era. Trum, trum, il rumore degli stivali dava una certa impressione e quello che era con me piangeva sempre, «cosa piangi? aspetta» e poi arriviamo all’Ingegneria. Ci portano dentro in un camerone; non c’era niente, non c’erano neanche dei panni da mettersi in terra, bisognava stare lì. E lì conosciamo, erano almeno almeno in una decina forse, e lì c’era, quelli che mi ricordo più di tutti, un ragazzo renitente alla leva che quando lo interrogavano «Dove sei stato?» lui era un contadino, diceva: «io sono stato in casa e nella stalla; quando vedevo che mi venivano a cercare, se ero in casa scappavo nella stalla, e viceversa». Solo che tutte le volte che rispondeva così gli cacciavano un cazzotto nella faccia e aveva una faccia che pareva una gran grana nera tante ne aveva prese. L’altro era un uomo di circa sessanta anni che faceva il ruscarolo, con la biroccia e il cavallo. Un giorno trovò due ragazzi «ci hanno buttato giù la casa, porterebbe mica questo po’ di roba qui?». Lui fece caricare e mo’, insomma, gliela avevano fatta, li fermarono e aveva una cassetta che c’erano delle armi. Allora lo interrogavano e gli cacciavano delle gran frustate nelle gambe, qui da seduto. Aveva dei lividi che alzavano due dita; anche lui, poveretto…
E poi ce n’erano altri due, due partigiani che erano stati condannati a morte. Uno si chiamava Tura Luciano e l’altro si chiamava Tommasini Walter. «Cosa avete fatto voialtri?» «Niente». Io con Tura avevo preso confidenza, Walter invece era un po’ più chiuso; però erano loro che facevano coraggio a noi. E gli raccontai la storia: «siamo qui perché uno che si chiamava così e così ci ha denunciato»; dopo la guerra ho imparato che ci aveva denunciato in sette.
Beh, però è meglio continuare così: io quando ero lì vedevo dal finestrino mio fratello che mi veniva a cercare, però veniva dentro uno col mitra e sentivo che chiedeva. Quando avevamo bisogno di andare al gabinetto bisognava bussare, che poi quando erano in comodo ci venivano a prendere. Una sera busso, busso, e come ci aprono l’uscio mi trovo di fronte uno che ci conoscevamo, che stava qui alla Baiocca e era nella polizia stradale; credo che si chiamasse Bruno. Io come lo vedo mi si apre il cuore perché penso che posso mandare a dire a mia madre dove sono perché non lo sapevano. Allora dice lui: «beh, cosa fai te qui?» «io sono qui, e te?» «io sono fuori dall’uscio». «Sei te che mi porti al gabinetto?» dice: «sì, sono io». Allora gli appoggio una mano sulla spalla e dico: «andiamo», lui sfila fuori la rivoltella e me la piazza nella schiena «va’ pure avanti!». Porcaccia!, sentii il sangue che si rivoltava; guarda, rimasi talmente male. E allora mi portarono su, là dentro un disordine, una sporcizia; si vedeva che ormai stavano in piedi come potevano, non c’era più organizzazione. Però c’erano ancora dei fanatici; il secondino che poteva avere verso i sessanta anni diceva: «tra poco la Germania ci manderà carri armati a strafottere»; erano convinti; eravamo là verso la metà di febbraio [1945] e lui era ancora convinto.
Poi finalmente trovai uno che riuscì ad andare a dire a mia madre dov’ero, e lui mi portò un pacchetto di sigarette che gli aveva dato mio fratello. Una mattina vengono a prendere Tura; gli mettono le manette e Tura dice: «voglio il mio cappello», un cappellaccio nero, «e anche la borsina» perché loro che erano già stati condannati potevano portare da mangiare; e poi «vi saluto ragazzi» e noi: «Ciao Tura, ciao ciao» e via. Poi mio fratello e Giovanni Nardini, Nardini era un gran fascista, si misero in moto così un giorno ci fu detto che eravamo fortunati perché Tartarotti era fuori Bologna e c’era il tenente Monti. Allora ci interrogò questo tenente, ma evidentemente aveva avuto già degli ordini dall’alto. Quando andiamo giù dice un fanatico: «dove andate voi?» «Noi andiamo a casa!» «No, impossibile, da qui non esce nessuno». Benissimo, torna pur dentro. Allora, vado dentro e dico a Tommasini: «Walter, io vado a casa» «ben, ma scherzi?» «Mi hanno detto che possiamo andare a casa» «ehi, non avrai mica un biglietto, qualcosa?». Tiro fuori di tasca una fotografia e poi mi scrisse per la sua morosa un addio e fa: «mi raccomando, portalo! Perché altrimenti quando sono morto ti vengo a tirare per i piedi». Io dissi: «Walter, non fare mica l’asino». Questa lettera-fotografia l’ho tenuta in tasca per degli anni, e ho avuto dispiacere perché alla fine non si capisce più niente di quello che c’era scritto; mai io lo so a memoria perché diceva: «Cara Luciana, per mezzo di questo ragazzo ti mando il mio ultimo saluto e anche il mio ultimo bacio. Sappi che ti ho voluto sempre bene».
Veniamo fuori [dall’Ingegneria] e io vado dal capo dove lavoravamo e gli spiego ogni cosa. Allora invece di mettermi là dove c’era sto tizio, mi misero da un’altra parte in maniera che venne un periodo che non ci vedemmo più con lui. Poi dopo, a forza di tirare giù delle case, rimasi sotto e presi una botta in una gamba che mi venne la sinovite. Mi incartonarono la gamba e mi toccò di stare lì a litigare con le cimici, ne eravamo pieni in caserma, fintanto che dovevo andare a levare il cartone il 21 di aprile. Il giorno della Liberazione c’era gente che non si azzardava ad andare fuori. «Bene, ci vado io che ho una gamba dritta», e vado fuori. Come arrivai in via d’Azeglio da via Urbana, vedo una squadraccia che veniva su, armata per la madonna!, e davanti a tutti c’era uno con un cappello nero in testa. Come mi arriva vicino, ben ma era Tura! «Tura!». Ci abbracciammo e dice: «Dai, vieni con me» io dico: «cosa vuoi che venga che ho sta gamba» lui fa: «vienimi a trovare che sono alla Magarotti» «va bene, va bene». Poi continuo, vado in Piazza; quella mattina lì era una roba! Cominciammo a bruciare tutti i Papier che avevamo, roba da imbecilli perché adesso è un documento. Poi dopo vedo arrivare un’altra squadra che avevano qui la fascia dei Patrioti. Ben, in prima fila chi c’è? quello che mi aveva denunciato, con il fucile. Allora mi tirai subito sotto il palazzo del Comune, lì sotto al portico dietro una colonna, perché quella mattina lì se dicevano: «lui qui è un fascista»… Me ne andai a casa con una rabbia addosso che presi un paio di forbici e tagliai tutto il cartone, poi mi fasciai alla meglio che la gamba andasse così, poi vado alla Magarotti. Quando arrivo là, c’era un via vai. «Lei dove deve andare?» «Sono amico di Tura, ho bisogno di parlargli». «Tura! C’è un tuo amico qui» lui fa: «Ehi, vieni, vieni!» Mi chiama dentro e allora, dopo aver parlato del più e del meno, gli dico: «ma io ti vidi andar via, credevo ti avessero ammazzato». Dice: «siccome delle volte le cose più semplici diventano vere, invece se fai un piano complicato…». Gli portavano da mangiare, scrisse un bigliettino e lo mise dentro al tegamino dove aveva finito di mangiare e poi lo diede a quello che gli aveva portato da mangiare con il posto e la data che dovevano andare via insieme. Così sono riusciti a liberarlo. Il fatto è che mi hanno detto che forse Tura è venuto a stare a, come si chiama, a Montecavolo. Io non l’ho mai più visto, ma quel ragazzo che teneva dietro ai sindacati a Pianoro lo conosceva. Insomma, io gli dico: «Tura, ti ricordi quando là ti spiegavo del nostro amico così e così che aveva denunciato per del sale o per dei soldi e tu dicevi: se potessi averlo io tra le mani. Bene, lui lì adesso è in piazza con una fascia da partigiano e un fucile in spalla». Dice: «sai dove sta?» «lo so, io». «Due uomini con me!» Alè; io facevo fatica a tenergli dietro per via della gamba, e arriviamo alla Caserma Pala. Sai dov’è la Caserma Pala? In via S. Alò. Alla Caserma Pala andiamo su e io dico: «state mo’ qui, che vediamo». Busso, «Avanti!» Apro l’uscio e lui era lì che mangiava; aveva il moschetto qui. Appena mi vide sembrava un semaforo, cambiava colore. Gli dico: «Orlando, vieni fuori che c’è della gente che ha bisogno». Come viene fuori, prende il moschetto con lui; dietro all’uscio uno gli strappa il moschetto e l’altro gli molla uno scapaccione e Tura dice: «è lui?» Dico: «sì è lui» e lui: «no, non sono io, era quello che era là dentro dai tedeschi che faceva la spia» «e tu come fai a sapere che là dentro c’era uno che ci veniva a dire. È evidente che te eri di casa lì». Intanto che parlavamo così, era venuta fuori sua madre con le sue due sorelle e ascoltavano me e lui. A un bel momento uno di questi due ragazzi, due partigiani che io non conoscevo, dice con Tura: « ben, di su Tura, lo ammazziamo o non lo ammazziamo?» Sua madre, a sentire così, bum! cascò in terra stesa e le due sorelle urlavano; Tura mi guardò: «tocca a te, sai» «ascolta mo’ Tura, per quello che mi ha fatto dovrebbe capire da solo che è un imbecille; adesso poi che si è vestito da partigiano lui che era un alpino delle SS. Io non voglio sapere niente». Mi fa Tura: «sei un gran pistolone!» Lo presero con loro, ma poi dopo non gli hanno fatto niente, perché l’ho rivisto in tram che aveva cambiato pettinatura. Perché c’è stato quel momento lì che cambiavano pettinatura, si facevano crescere i baffi, si facevano crescere la barba, un cappello in testa; si sa, in quei momenti lì. Non gli ho fatto niente.
Una sera in via Cartoleria o in Carbonesi incontro quello che mi aveva portato al cesso con la pistola puntata. Porca miseria! appena mi vede, lui via e io dietro; allora io andavo più forte di adesso. C’era anche Italiano, il figlio di Nardini, con lui. Lo prendo, e Italiano piangeva: «adesso lui qua ci denuncia»; io dico: «a te non faccio niente, perché nonostante quello che è stato tuo padre, mi hanno detto che mi ha salvato la vita; ma lui qua che mi portava al cesso con la rivoltella puntata alla schiena, carogna di un bagaglio!, so come ti chiami, so dove stai, se ti volessi fare del male lo farei».
Quando uscii di prigione, dopo alcuni giorni avevo questa fotografia che mi bruciava in tasca. Dico con mio fratello: «sai che quello là, Tommasini, mi ha dato un biglietto da portare alla sua morosa». Mio fratello fa: «ben, diventi matto? Abbiamo fatto l’asino e il boia per tirarti fuori; guarda bene che se per caso dovessero mai essere lì, non c’è più pezza!» Ma io, insomma, mi sentivo una cosa dentro che mi spingeva, mi spingeva, e cominciai a girare intorno a via Altabella, e poi ci tornavo il giorno dopo; poi un giorno mi decido e ci vado. Prendo su per questa scala buia; busso, «Avanti!» io: «c’è la Luciana?» Dice: «sono io»; le dò la fotografia: «questa gliela manda Walter». Lei legge e poi mi fa: «perché lei Walter dove l’ha visto?» «L’ho visto dentro all’Ingegneria» «com’è che era lì?» «Beh, Walter è un partigiano». Fa: «È un partigiano! Che io quella gente lì non la posso vedere, sono un branco di delinquenti!» Puttana miseria, io vengo qui rischiando la vita e te mi rispondi così! Presi la mia fotografia e venni via come un gatto con la coda tra le gambe, ero rimasto di merda, proprio. Passa del tempo, e dopo la Liberazione sono al cinema Manzoni, viene la fine del primo tempo, si accendono le luci e tre file da me c’è una bionda. Io la fissavo da dietro perché dicevo: «è proprio lei»; si vede che lo sguardo certe volte, veramente sai, lei si gira, mi vede, viene fuori dalla fila e io le avrei dato due scapaccioni. Come le sono vicino dice:«io non la conoscevo; lo sapevo che Walter era un partigiano, ma io non la conoscevo. C’era gente che faceva, che girava…».
Non ho fatto niente neanche a quella lì.
Qualche giorno dopo la Liberazione, il capo della ditta dove lavoravo io mi chiamò, in un posto che faceva da ufficio, sempre lì in Saragozza, e mi fece vedere una carta che avevano trovato, e c’era scritto: «Si prega di eseguire l’arresto e l’esecuzione delle persone…» e io ero il secondo. Poi c’era scritto: «Se queste persone verranno rilasciate, il nostro informatore speciale cesserà la sua attività per paura di essere assassinato». Capito? Gli avevo sfregato gli ometti!

Questo ufficio dov’era?

Era sotto al portico che va al Meloncello, lì c’era un ufficio con una scrivania e poco più. Era all’incirca dove c’è la strada che va su per la collina, prima di arrivare al Meloncello, però rimaneva sotto ai portici.

E la ditta come si chiamava?

Eh, non mi ricordo più. Dopo ho sentito dire che era un ingegnere molto vicino a Giustizia e Libertà.

Per caso si chiamava Toschi, Ulisse Toschi?

Mah, io ho lavorato sotto un Toschi, ma non mi ricordo se fosse quello lì, non posso garantire che fosse quell’ingegnere lì.

Senta, si ricorda altri nomi di fascisti lì dentro a Ingegneria, oppure nomi di partigiani?

Io ho visto solo loro due; poi mio fratello, quando mi venne a cercare, ha visto aprirsi un uscio e venir fuori Nicoli di Pianoro, che non si sa più dove sia andato a finire, con la faccia tutta insanguinata. Lui lo riconobbe, ma stettero zitti tutti e due. Era il barbiere di Pianoro Vecchio, era un barbiere dove andavo a tosarmi da bambino. Dicevano che era lì dentro; era parente di un altro Nicoli che faceva il calzolaio. Qualcuno l’ha visto, però il giorno della Liberazione non c’era, è scomparso, come del resto gli altri due fratelli di Pianoro, Corrado e Papa; i tedeschi li hanno portati via, poi non si è mai più saputo niente.

Come mai non ha chiesto la qualifica da partigiano?

Perché quando è finita la guerra avevo una gran voglia di ballare; allora si ballava da tutte le parti. Mi interessava quello, e del resto non mi sono interessato.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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