Diana Sabbi si racconta


Alla Resistenza ho aderito perché la mia famiglia era antifascista.
Due fratelli di mia madre, Aldo e Armando Benni, entrambi comunisti, nel 1933 furono arrestati e condannati dal Tribunale speciale: in particolare dal loro ritorno i discorsi sul fascismo, sulla guerra, sul socialismo erano cosa di ogni giorno. La fiducia nell’ideale socialista e la costanza nel lavoro clandestino che animava i miei zii, nonostante le sofferenze materiali (mancanza di lavoro, mai un soldo in tasca, continua sorveglianza speciale) divenne la mia fiducia e la mia speranza.


Così l’8 settembre 1943 non mi trovò incerta nel giudicare la situazione. Proprio per questo, quando ebbe inizio l’organizzazione vera e propria della Resistenza partigiana e dal mio comune (Pianoro) decine e decine di giovani cominciarono a prendere la via della montagna (molti purtroppo non hanno fatto ritorno) in me si era già fatta strada la convinzione che io pure sarei diventata partigiana.

Lavorai per la Resistenza rimanendo presso la mia famiglia dall’8 settembre 1943 al giugno 1944 e in luglio entrai definitivamente in Brigata.
Il fatto politico che mi colpì più vivamente in questo periodo fu la presenza nella Resistenza di uomini di condizioni sociali e politiche le più diverse.
Ero partita con una concezione tutta mia; pensavo che partigiano potesse essere solo l’operaio o il contadino, mentre mi trovai al fianco anche studenti, laureati, ufficiali e alcuni di essi provenienti persino da famiglie aristocratiche; mi trovai assieme a socialisti, comunisti, cattolici, giovani del partito d’azione e ad indipendenti.

Per me fu la scoperta di un nuovo mondo; era la fine di quella odiosa discriminazione che il fascismo aveva voluto istituire tra le categorie dei lavoratori della città e della campagna, i ceti intermedi e gli intellettuali.
Ricordo un episodio non certamente singolare, ma che produsse in me una impressione notevole. Si parlava di democrazia da attuare nel paese e alcuni sostenevano che democrazia era uguale a socialismo: non più padroni e lavoratori, ma tutti lavoratori; altri invece dicevano che la proprietà privata non poteva essere eliminata.
Si palesava così un contrasto politico ed ideale profondo, ma non per questo si verificò mai una rottura del dialogo e dei rapporti umani tra gli uomini della Resistenza. Ricordo che parlai della cosa con Giannetto (Giovanni Cerbai) e lui mi disse che questo scontro e incontro era un aspetto fondamentale della democrazia e certo aveva ragione: tanto più la democrazia per noi non era una cosa che si realizzava solo nelle affermazioni teoriche, ma era e doveva essere il risultato di una lotta concreta del popolo.

Nella 62ª Brigata Garibaldi, che aveva le sue «basi» sopra Monterenzio, passai i mesi dell’estate e partecipai a molte delle azioni che furono svolte dai vari reparti. Nei momenti di pausa facevo delle camicie per i partigiani adoperando dei vecchi lenzuoli dei contadini che tingevo di rosso perché tutti volevano la camicia rossa.
Il mio mestiere era la sarta e molti ne approfittarono: credo di averne fatte circa 150. In principio ero la sola donna, poi venne anche Laura, la fidanzata del comandante Kid (Luciano Proni). Però non mi fecero mai lavorare in cucina: il cuoco era il Nonno (Ercole Cuppini) e ci teneva a essere lui a fare quel lavoro.
All’inizio di ottobre, di fronte alle crescenti esitazioni degli alleati a proseguire l’offensiva verso nord, i tedeschi decisero di passare all’attacco del bastione di Ronco dei Britti, posizione strategica comune sia della 62ª sia della 66ª Brigata Garibaldi che operava allora al nostro fianco.
In quel periodo i continui spostamenti da una località all’altra e la scarsa alimentazione furono di grande disagio per i partigiani: per due giorni fummo costretti a mangiare esclusivamente castagne e inoltre la pioggia e la nebbia si infittivano e le pattuglie tedesche ci attaccavano continuamente, a volte persino con l’involontario aiuto dell’aviazione alleata che martellava a tappeto la zona.

Il comando partigiano di fronte a tale situazione decise di spostare le Brigate da Case Vaglie per Case Mosca in piena «terra di nessuno».
Io fui incaricata di perlustrare la zona per raccogliere le informazioni necessarie per conoscere la situazione militare alleata e tedesca e per presentare poi delle soluzioni idonee ai partigiani.

Dopo pochi chilometri di marcia sentii un grido: due tedeschi, con le armi spianate, intimavano a me e alla guida locale, incaricata di accompagnarmi nel primo tratto, di fermarci.
La guerra partigiana aveva dure leggi: sopravviveva in quel momento chi riusciva a sparare e a colpire per primo. E noi colpimmo per primi. Fu un lampo; non ci fu bisogno di nessun accordo col mio compagno.
Quel fatto produsse in me un forte disagio tanto che quasi volevo ritornare in dietro; mi resi però subito conto della importanza della missione affidatami e proseguii convinta, fra l’altro, che essendo ormai giunta nel pieno della «terra di nessuno» i pericoli fossero terminati.
Al punto prestabilito lasciai libera la guida che mi accompagnava e continuai il mio itinerario per raggiungere La Palmona. Giunta sul crinale della collina mi trovai improvvisamente di fronte ad una casa colonica dove c’era una enorme croce rossa e vidi alcuni tedeschi che mi stavano seguendo con un cannocchiale.
Anche in quel momento mi si pose il dilemma: andare avanti o tornare indietro. Decisi di proseguire.
Abbandonai la mia piccola rivoltella e, secondo le istruzioni del comando di Brigata, finsi di essere una contadina proveniente da Monterenzio, diretta alla Palmona, dove vivevano i genitori. Quel tratto di strada fu per me un calvario, non solo per quello che mi aspettavo — ben sapendo che i tedeschi avevano sentito gli spari delle nostre armi — ma anche perché, strada facendo, trovai decine di cadaveri di uomini e di bestie in putrefazione e il terreno tutto sconvolto per i bombardamenti alleati; tutto era distrutto, mi sembrava di essere veramente nell’inferno.

Giunsi nella casa contrassegnata dalla croce rossa.
I tedeschi, dopo una perquisizione generale, iniziarono un interrogatorio che durò molte ore, con la minaccia permanente della fucilazione. Per mia fortuna iniziò, ad opera degli alleati, un mitragliamento che sembrava la fine del mondo: l’attenzione dell’ufficiale si spostò in altre direzioni, ed io capii che egli dettava ordini agli altri soldati presenti, per basi di attacco tedesche che si trovavano nei pressi della casa.
Quando il mitragliamento cessò, dalla finestra della stanza dove ero prigioniera, vidi in lontananza una casa in fiamme; l’ufficiale che mi aveva interrogata, con fare ironico mi porse il cannocchiale e mi disse: «Guarda la tua Palmona». Non fui capace di pronunciare una parola.
L’ufficiale uscì dalla stanza e poco dopo entrò un soldato, si avvicinò, mi pose sulle spalle un cappotto con un gran collo di pelliccia poi mi disse, tra l’italiano e il tedesco: «Torna a Monterenzio, non è posto per te, sei giovane, fragile, va lontano da questa terra».

Informato il comando sulla situazione, si discusse se passare tutti in blocco il fronte o venire a Bologna: la maggioranza dei partigiani decise di attraversare il fronte per unirsi ai reparti alleati attestati poco oltre, per continuare con essi la battaglia invernale, che poi non vi sarà, e nell’attesa dell’avanzata di primavera molti restarono in prima linea in condizioni assai precarie e sempre nell’attesa dell’ultima offensiva per la liberazione del paese.
Io rimasi con un gruppo molto ristretto formato di partigiani che invece decisero di raggiungere Bologna per continuare in città la lotta partigiana: quella scelta per me non fu facile se si pensa che la mia famiglia era a Monghidoro e avrei potuto riunirmi ad essa.

Ci mettemmo all’opera per decidere il modo per entrare in città e non era davvero una cosa da poco, se si tiene conto che eravamo all’inizio dell’ottobre 1944 e che a quella data la presenza di reparti armati, anche se piccoli, non poteva passare inosservata nel centro abitato, ormai in stato d’assedio e sottoposto a regime di terrore.
E poi non ci voleva davvero molto ad identificare dei partigiani di montagna così goffamente vestiti e trasandati com’erano. Si decise che io, prima della partenza del gruppo, avrei dovuto fare un giro di perlustrazione, arrivando nei pressi di Varignana, frazione di Castel San Pietro.
Fu una camminata lunga e faticosa attraverso mulattiere calanchive, che scelsi allo scopo di cercare la via più sicura per evitare i tedeschi.
Rientrata alla «base» partigiana, mi dissero che non serviva più il mio itinerario perché una staffetta del luogo ci avrebbe accompagnati. Rimasi piuttosto male, ma non mi opposi.

Ci incamminammo in fila indiana: era una sera senza luna e non si vedeva proprio nulla.
A poche centinaia di metri dalla base di partenza sentimmo una voce tedesca che ci intimava di fermarci. I primi partigiani che guidavano il gruppo, spontaneamente si gettarono in un pendio e gli altri, naturalmente, li seguirono, ma anziché camminare o scivolare, fummo proiettati nel vuoto e ci ritrovammo in un fossato pieno d’acqua e qualcuno mi disse che era il torrente Quaderna.
Camminammo per alcune ore nell’acqua abbastanza alta e sopra di noi i tedeschi, più numerosi del nostro gruppo, ci sparavano raffiche di mitra e urlavano come bestie inferocite.

Finalmente scoprimmo una via d’uscita: una mulattiera, poi una casa colonica.
Entrammo, la famiglia ci era amica e ci fu offerto del pane e del formaggio. Al mattino presto ripartimmo.
La nostra méta era Villa Gandino, nel comune di Ozzano: ci sembrò un sogno quando la vedemmo. Era una villa bellissima tutta per noi, ma il sogno durò soltanto pochi giorni poiché i tedeschi stavano arrivando e così bisognò ripartire.

Decidemmo di andare in maggioranza a Castel San Pietro e una parte in altra direzione.
Ci inviarono un camioncino coperto sul quale caricammo le armi e poi salimmo anche noi. Anche in questo breve tratto di strada si verificò un incidente.
Ad un certo punto il camioncino finì in un fossato, al cui fianco era una casa occupata da tedeschi. Col cuore in gola scendemmo per rimettere in strada il camioncino e i tedeschi che ci stavano osservando decisero di aiutarci.
Non chiesero nulla, non osservarono nulla, noi li ringraziammo e partimmo in fretta.

A Castel San Pietro i compagni ci dissero che era arrivato l’ordine di andare a Castenaso: eravamo stanchi, sfiniti e fu seccante ripartire, ma proseguimmo senza protestare.
A Castenaso, il comandante Mosca ci venne incontro vestito da tedesco, ci disse che dovevamo andare in una «base» di Fiesso. Finalmente ci «accasammo» e la prima cosa che chiedemmo ai partigiani che ci ospitavano fu il luogo in cui si poteva riposare.
Ci indicarono un fienile che era la sede di una squadra SAP. Ci liberammo delle armi e delle scarpe e pochi minuti dopo il sonno ci prese tutti.

Era trascorsa mezz’ora, un’ora o due? Non lo saprò mai. Mi sentii svegliare dal partigiano Orso che mi disse: «Ascolta!»
Ed io sentii nel dormiveglia le ruote dei carri, gli zoccoli dei cavalli e la parlata tedesca. Svegliammo in fretta gli altri, poi, ad un tratto, si stagliò nel buio una figura umana con una lampada in mano: guardò all’interno del fienile.
Non può non aver visto decine e decine di uomini che dormivano, armi di ogni tipo, compreso fucili mitragliatori che erano all’imbocco del fienile!
Ma il soldato non fiatò, scese dal fienile, poi si udirono alcune voci che discutevano; mi affacciai coi compagni a guardare cosa succedeva: i soldati si stavano allontanando di alcuni metri, andavano a staccare i cavalli. Approfittammo di quel momento e, attraverso una scaletta di legno a pioli, fuggimmo per i campi di Fiesso spendendo le ultime energie, ma felici di avercela fatta.
Il mattino seguente un contadino ci disse che non erano tedeschi, ma polacchi.

Ritornammo a Castel San Pietro e per alcuni giorni fummo in attesa di un altro gruppo, guidato da Sfilatino (Medardo Bottonelli), anche questo di Castenaso, per proseguire insieme e definitivamente verso Bologna.
Sfilatino ritardava e cominciammo a preoccuparci; si decise allora che io andassi a Marano di Castenaso, presso il «Polverificio». Mi diedero il nome di un compagno che mi avrebbe messo in collegamento con Sfilatino. Infatti ci vedemmo e fummo contenti di incontrarci e di riconoscerci come partigiani della 62ª Brigata. Gli dissi di partire subito per Castel San Pietro perché la zona era piena di tedeschi e c’era il pericolo di un rastrellamento.
Mi disse che non era partito perché aveva perduto i collegamenti e non sapeva dove andare. Non capì molto bene perché si doveva andare a Castel San Pietro e non a Bologna, ma non si discusse sulla decisione. Avrebbe avvisato subito i compagni perché raggiungessero il luogo da me indicato.

Purtroppo, però, il rastrellamento era già in atto; Sfilatino raggiunse tutti i suoi uomini sparsi nelle diverse case e molti si salvarono per l’opera altruista di questo generoso e valoroso compagno che, ultimo a partire, fu preso dai tedeschi e fucilato.
Aspettammo ancora alcuni giorni, poi ci raggiunse la grave notizia della morte di Sfilatino e di tanti altri.

A Bologna ci accorgemmo di essere in meno della metà di quelli che erano partiti.
Molti dei nostri non avevano superato questo lungo viaggio. Altri erano morti combattendo o erano stati fucilati dai tedeschi.
Noi, pochi superstiti, fummo divisi: alcuni entrarono nella «base» dell’ospedale Maggiore, altri — ed io fui fra questi — in quella di porta Lame.
La mattina del 7 novembre, poco prima dell’inizio della battaglia, io fui mandata in perlustrazione con Rina, ma i tedeschi ci presero e ci rinchiusero, con Diego Orlandi, l’artificiere della 7ª GAP, dentro al seminario di via dei Mille, ma noi però riuscimmo a fuggire.
Dopo la battaglia di porta Lame andai all’infermeria di Brigata, in una villetta in via Carso, ad assistere i partigiani feriti nel combattimento. Pochi giorni prima che anche l’infermeria venisse individuata e diventasse teatro di un tremendo episodio (fascisti e tedeschi attaccarono l’infermeria e dopo aver arrestato i partigiani li seviziarono per più giornate e poi li uccisero tutti al Poligono) io fui inviata presso la famiglia Manaresi, in via San Vitale al n. 128, col compito di fare la staffetta per i collegamenti tra il Comando della 7ª GAP e il CUMER, attività che svolsi fino alla liberazione di Bologna.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

2 thoughts on “Diana Sabbi si racconta”

  1. Caro Atos, Diana l’abbiamo conosciuta entrambi, era una donna incredibile. Ha combattuto come partigiana e finita la guerra ha continuato a lavorare per una società migliore. Negli ultimi anni di vita sottolineava il pericolo del neofascismo, ma la sua voce è stata spesso non ascoltata. Ha dedicato la vita alla politica del territorio e per le donne. Quando è morta la sua casa è stata rasa al suolo per edificare una palazzana che a distanza di 8 anni è ancora vuota, nell’indifferenza di tutti. Certo gli è stata intitolata una scuola, ma nessuno ha pensato di realizzare un museo, una fondazione con i suoi beni. Beni che sono rimasti sotto le macerie della demolizione della sua casa. Un esempio di come alla nostra società interessi il nostro passato.

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