Ledovino Bonafede


La prima parte della testimonianza l’ho raccolta qualche anno fa, parla della sua famiglia, della sua gioventù dei suoi ricordi di partigiano. La seconda parte quella dove parla del suo arresto e della sua permanenza a Ingegneria è stata raccolta da Sasdelli dove ha approfondito l’episodio della detenzione.

Ledovino Bonafede nato nel 1916 a Pianoro (attuale Pianoro Vecchio) nella cascina denominata “Stivalon”.

La mia era una famiglia numerosa eravamo in dieci persone: mio padre, la mia matrigna (mia madre era morta nel 1920 a seguito della Spagnola) i miei nonni e cinque fratelli.

La mia era una famiglia politicizzata, mio padre era socialista, mentre i miei nonni che erano originari di Monzuno erano antifascisti. Questa scelta politica segnò la mia famiglia, perché nessuno aderì al P.N.F. e non essendo iscritti era molto difficile trovare da lavorare.

Siamo venuti ad abitare a Pian di Macina nel 1927 e a quei tempi le due frazioni erano divise politicamente. Pianoro era il centro del Comune e vi era il palazzo comunale, la scuola, la casa del fascio, il sindacato e quasi tutti erano fascisti.

Pian di Macina era soprannominata la seconda Molinella perché erano in molti a pensarla come mio padre.

Tra le due frazioni c’era molta rivalità e ogni volta che s’incontravano, anche per una semplice partita di calcio, finiva sempre a botte. Il fatto più grave avvenne nel 1921 quando buttarono delle bombe dal cavalcavia di Musiano, mentre passavano dei fascisti che andavano in stazione, in seguito ci fu un processo del tribunale speciale con delle condanne a 20 o 25 anni e da quel momento ogni volta che c’erano delle manifestazioni fasciste alcune persone erano prelevate e portate in carcere.

La mia era una famiglia povera, mio padre non trovava lavoro perché non aveva la tessera del P.N.F. così si lavorava tutti nei campi, presi in affitto da don T.., un prete che aveva tre fondi nei pressi di Casa dell’Albero.

Il prete faceva un contratto di nove mesi in nove mesi, e io e i miei fratelli lo aiutavamo quando tornavamo a casa da scuola. D’estate, non avendo i soldi per acquistare il concime, andavamo a raccogliere gli escrementi delle pecore che un pastore di Castelmaggiore portava qui al pascolo.

Mio padre era molto severo nei nostri confronti, mi ricordo di quella volta che io e mio fratello tornammo a rientrare a casa tardi. Eravamo invidiosi degli altri ragazzi che lo facevano, ma quando rientrammo trovammo la porta di casa chiusa, così andammo nella stalla dove tenevamo le bestie. Nostro padre uscì per venirci a cercare e mentre faceva il giro della casa per trovarci, la mamma aprì la porta così potemmo rientrare di nascosto e salire nelle nostre camere.

Mio padre non prese mai la tessera e riusciva a lavorare saltuariamente, andava a trebbiare e quando arrivarono a Pianoro i lavori della Direttissima riuscì a fare qualche “sciolta” (lavoro in sostituzione d’operai malati), così guadagnava qualche soldo che servivano per comprare le cose per vivere.

Il fascismo ti costringeva a partecipare alle sue manifestazioni in divisa, c’è n’era una per ogni età, fin da piccoli, da balilla, da avanguardista, ecc. Quando c’erano le manifestazioni alcune famiglie mettevano una bandiera o un pezzo di stoffa rossa alla porta o alla finestra che veniva regolarmente tolto dai fascisti quando passavano con i loro gagliardetti. Mi ricordo una sera, quando mio padre riuscì a lavorare in galleria nei lavori della Direttissima, gli andammo incontro per il suo fine turno. Eravamo io, mia nonna e i miei fratelli non faceva mai la strada normale perché i fascisti lo volevano picchiare non essendo tesserato. Quella notte, erano le due, ci presero e ci condussero al bar della Posta e ci picchiarono tutti quanti compresa la mia sorellina di sette anni.

Quando mi chiamarono a fare il premilitare, fui riformato a causa di un incidente alla gamba e questo mi consentì nel periodo della Resistenza di poter girare liberamente.

Ho fatto la staffetta e vivendo a Pian di Macina ho collaborato con le brigate della zona: la Stella rossa, la 62ª Camicie Rosse e la 7ª G.A.P..

Il mio compito era di tenere i collegamenti, portare ordini, controllare se le azioni di sabotaggio erano riuscite. In seguito dovetti cambiare zona perché a Pian di Macina c’erano delle spie delle Camicie Nere.

A Pianoro non ci furono dei combattimenti, vi furono molte azioni di disturbo, sabotaggi; i morti sono stati a seguito dei rastrellamenti o dovuti ad episodi sporadici.

Mi sono trovato in situazioni pericolose, come accade nei film che si vedono.

Ero nascosto al “Puntirone”, e nel caso ci fosse stato un rastrellamento dei tedeschi c’era la regola di mettere fuori dalla finestra uno straccio per avvisare del loro arrivo.

Quella volta al “Puntirone” c’erano tutti gli sfollati, all’improvviso qualcuno mise fuori lo straccio perché vide i tedeschi arrivare. C’era una famiglia che aveva sei o sette bambini e io gli consigliai di andare a letto, dentro il rifugio, così mi sarei nascosto sotto il letto. Quando salirono i tedeschi buttarono delle bombe e la gente per paura scappò fuori, io andai a nascondermi nel rifugio. Sul pavimento c’era della paglia e mi nascosi sotto, ma nella fretta non mi coprii i piedi così si vedevano le scarpe.

Fortunatamente, mentre i tedeschi fanno uscire tutti, la P. , che era allora una ragazzina, mi aveva seguito e mi coprì le scarpe con la paglia. Intanto un militare tedesco dopo aver fatto uscire tutti, entrò nel rifugio a controllare, camminò per tutta la stanza ma non mi pestò mai. Io ero proprio sotto di lui immobile nascosto nella paglia, lui camminando mi ha sfiorato più volte, ma sono stato fortunato e non si è accorto di me.

Dopo un po’ i tedeschi se ne andarono, o meglio fecero finta di andarsene. Mentre stavano ritornando la gente mi chiese di andarmene perché ero armato e aveva paura di subire delle gravi conseguenze. Una donna mi diede un giubbino mi misi un fazzoletto in testa e con un panierino in mano sono scappato vestito da donna. Mi ero diretto al “Puze”, ma lungo la strada incontrai una colonna di tedeschi, per non farmi prendere mi buttai giù per la scarpata. Fu un gran salto, quando riuscì a risalire a fatica e con le ossa rotte erano già le dieci.

In seguito venni a sapere che i tedeschi avevano rastrellato tutti i ragazzi e avevano ucciso C., perché la moglie, segnalata da una spia, aveva rubato ai tedeschi e non avendola trovata si vendicarono su di lui.

Mi hanno arrestato a Bologna l’11 febbraio 1945 in Via Castagnoli al numero 1. Ero fermo dentro lì, perché eravamo sfollati da qui, da Pian di Macina, i tedeschi ci avevano mandato via perché ormai c’era già il fronte. Siamo andati dentro al magazzino della Farmacia Zarri, perché mio cognato Mario era a fare l’autista con Zarri e portava le medicine e le distillazioni da un posto all’altro.

I repubblichini sono arrivati che erano le due di notte e hanno sfondato le porte lì in Via Castagnoli, subito passato il Comunale. Mi hanno caricato su «l’abbiamo preso!» C’erano altre famiglie sfollate lì dentro (anche la moglie che ho sposato io erano sfollati lì dentro) però non ci conoscevamo. «L’abbiam preso, l’abbiam preso!» uno dice: «spara, spara!» e io dico «non ho nessuna arma». Mi hanno preso, mi hanno portato fuori, non mi hanno neanche lasciato vestire, niente, come ero messo. Mi hanno caricato su un camion con due nerbate sulla faccia, che facevo sangue al naso dappertutto. Mi hanno detto che mi portavano in Certosa, e poi via, siamo andati in altri due posti, non ricordo la via. Dicono «Lo portiamo alla Certosa». Io non so neanche girare Bologna; a Porta Zamboni c’ero stato, ero stato a Porta Castiglione, ma alle due della notte non sapevo mica dove andavo a finire. Prima di arrivare all’Ingegneria hanno caricato il sarto della federazione comunista, come si chiamava? Hanno arrestato anche lui. Ha scritto “Buonanotte babbo”, è su “Epopea partigiana” [è Francesco Leoni]. Quel ragazzo che lui parla che è stato castigato lì dentro a Ingegneria, e poi più visto, sono io.
Ho visto venire giù quel ragazzo che è stato messo nudo su un fornello; adesso non mi ricordo il suo nome [si tratta di Ramon Guidi, “Stracchino”].
Insomma, mi hanno portato subito là e poi hanno cominciato a picchiarmi perché dovevo fare i nomi. «Abbiamo preso il fratello», dicevano, «fa lo stesso; sarà l’esca per quello là». Mio fratello invece si era ossigenato i capelli ed era scomparso, però era diventata un’arma per me che ero là dentro.
Mio babbo era andato a Pianoro che c’era Tarozzi, era podestà prima della repubblica sociale, era andato da Tarozzi per cercare di farsi dare una lettera da portare a Nardini che era segretario del fascio, il reggente di Pianoro. Allora Nardini invece, visto come andavano le cose, aveva già tagliato la corda e si è salvato. Allora pensarono di andare a trovare una che abitava qui in confine con noi che la chiamavano “la matta”, “la mâta dla Cà dal Cócc”; si chiamava Mattei Marta. Si diceva fosse una ausiliaria col grado di Maggiore. La Ballerini e mio babbo andarono da questa signora e dopo due giorni arrivò questa signora, “la mâta”. Io ero là, messo male, eh, e poi fu proprio quel giorno che quel caporalmaggiore aveva preso Stracciari, ci conoscevamo perché ci siamo visto tante volte, però non aveva alzato la faccia. La signora fa: «Chi è che si chiama Bonafede?» «Sono io»; «cosa hai fatto?» «Mi accusano di robe che io non so niente. Noi siamo in dieci in famiglia, io ci ho il certificato di riforma militare e non ho bisogno di cercare altre cose». Dice: «Il colonnello Serrantini è al fronte, non so quando potrò incontrarlo o vederlo. Non ti posso garantire niente se posso fare qualcosa».
Invece dopo di allora proprio quella notte lì mi hanno messo la maschera cinque volte, la maschera antigas chiusa. Te caschi per terra e sei già finito. Uno, poveretto, se l’è fatta addosso. Io non me la sono fatta addosso perché non avevo niente indosso, ero nudo legato a un seggiolone, e tante botte sopra… ci siamo capiti, dove sentivo più male. Volevano dei nomi e poi che avessi confessato che la bicicletta l’avevo presa io, invece non era vero. Dissi che sapevo che Franco era via, l’avevo visto che l’avevano vestito da milite, era di leva, era ritornato a casa e poi non l’avevo più visto. Invece l’avevo visto, perché dopo siamo andati incontro a tante cose.
Poi a Ingegneria ne arrivavano dentro sempre, di tutti i colori ne arrivavano, eh; uno lo bruciarono con il fornello. Poi capitò che c’era uno che faceva il mercato nero delle sigarette, che stava sopra alla Pieve del Pino, Tossani Guerrino, era della mia classe, non so neanche se è morto o è ancora al mondo. Ci siamo trovati dopo due giorni, io gli dico: «a te non fanno mica niente, sei implicato in qualcosa?» «io no» «ma allora domani o domani l’altro te vai a casa». Ercolessi Graziano, in Via del Borgo fu arrestato, ed era uno che stava qui a Pian di Macina. Ci siamo incontrati dopo due giorni. «Beh, com’è che sei qui?» dice: «mi hanno detto: sei nato in un brutto posto e poi stai in un brutto posto». Gli dico: «te domani al massimo vai a casa». E infatti il giorno dopo va all’interrogatorio e mi fa: «oh, ciao Bonafede, vado a casa». Dopo tre giorni l’hanno trovato morto in cantina; e si vede, mi sa che quelli lì l’hanno cercato ancora per ammazzarlo, e buonanotte suonatori. Era Ercolessi Graziano.
Dopo di allora, per me interrogatori alla notte, alla mattina, a tutti gli orari. Un ufficiale, con un rapporto che studiava, mi fa: «io e te ci conosciamo» io dico: «non è vero niente. Se lei vuole confermare quello che dice, se ci conoscevamo ai punti che dice, uno dei due non c’era più. È tutta una bugia che si inventa». Insomma, io ho sempre avuto lo spirito di rispondere nel mio modo.
Di quelli che erano con me ricordo: Stracciari, che era di San Giovanni in Persiceto e dopo pochi giorni l’hanno mandato via; poi quello che hanno bruciato sul fornello; poi “Garibaldi” [si tratta di Oscar Padovani], che era proprio un bel soggetto; poi un altro che era nell’ANAS e non mi ricordo più come si chiamava. Ne ho poi trovati molti altri che non conoscevo.

Sono passati venti-venticinque giorni però non si vedeva nessuno. Un bel giorno, dopo pranzo, «Bonafede, fai il fagottino, prendi la tua roba». Dico: «addio, io vado via» perché cosa puoi andare a pensare? Avevo già saputo di quei due in Via Falegnami che li lasciarono andare poi, quando erano già un pezzo là davanti, gli diedero una bella segata a metà. In Via Falegnami, ricordo ancora quello lì. Insomma, mi hanno portato su e hanno cominciato a interrogarmi. C’era la “Vienna” che era stata una staffetta. Lei non interrogava, ma bastava un suo segno e te eri già steso, non racconto bugie. C’era Berti e c’era Monti che gli mancava un occhio o guardava che storceva l’occhio. Fai conto di vedere… peggio del dottore che abbiamo adesso; quando fissava io dicevo: «mah, guarda solo con un occhio». Ecco, quello lì fu l’ultimo interrogatorio. E questo qui, il più giovane, sarà stato il colonnello Serrantini?, insomma disse: «Lei potrà ringraziare soltanto una persona», e io dico: «appena lo conosco, o ho il piacere di conoscerlo, lo saluto». Poi disse: «può andare a casa, non si allontani», non ero mica a casa, ero in una cantina, «non si allontani da lì». Quando arrivo alla Porta Saragozza, trovo la “matta” e mi dice: «Bonafede, non andare a casa, và dove vuoi ma non andare a casa», perché erano là giorno e notte e non lasciavano più vivere non solo la nostra famiglia ma anche le altre sei-sette famiglie, non le lasciavano più stare. È così.

Dopo la guerra ero a casa senza lavorare, non si prendeva mica niente. Avevo fatto la domanda di andare a San Giovanni in Monte a fare il secondino; allora mi mandano a chiamare. Quando sono in Via Cartolerie ho trovato un ragazzo di quei repubblichini che erano là dentro a Ingegneria, perché erano tutti ragazzini, tutti cinnazzi.
Allora, ero in bicicletta con la moglie, no non eravamo ancora sposati, e venivo giù verso la piazzetta dei Garganelli per Via S. Rita. Quando arrivo lì «Dio bono, ma quello là è quello che mi ha spuncionato nella schiena quando andavo al gabinetto».
Allora tàc, gli taglio la strada con la bicicletta che ci avevo la Viviana sopra. Gli dico: «Mi conosci?» lui fa: «perché?» e io «guardami mò bene». Dice «Sì, un po’ di vista» e subito fa «però io non ti ho fatto del male» subito lo dice, capito? Si raduna tutto un branco di gente, fanno: «Beh, poi non gli fa niente?» «Io potrei essere suo padre di loro lì, di tutti quei cinni». Lui dice «Io tutte le mattine vado a firmare» perché era stato preso e andava a firmare la presenza in Via Cartolerie.

Allora per finire, vado là, mi presento a San Giovanni in Monte per andare al servizio. Arriva uno, mi comincia a guidare dentro: «Questo ha fatto di qua, questo di là, questo ha l’ergastolo» e io non vedevo l’ora che finisse tutto il giro. Avevano fatto un mucchio di arresti subito dopo la Liberazione, ma poi ne sono anche scappati, ci fu un’evasione. Sento: «Bonafede! Cosa fai lì?» e mi si gelò il cuore. Dentro alla celle con noi a Ingegneria c’erano anche dei repubblichini. C’era chi era lì perché aveva commesso qualcosa e chi era messo per ascoltare. C’era uno, non eravamo amici però ci conoscevamo, gli chiedo: «Perchè ti hanno messo dentro?» Dice: «Sono andato a vedere in un posto che c‘erano tante bestie e dei buoi; ce n’erano due che avevano già la mordacchia, ho preso la mordacchia, sono venute con me» e era andato a venderle. Altri erano lì per sentire se dopo le botte parlavamo tra noi: «ha detto niente quello là?». A me hanno dato una castigata che ho tribolato e tribolo ancora.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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