25 febbraio 1945 – Eccidio di Trarego


Trarego ai tempi della guerra, nelle case in affitto o negli alberghi ospitava oltre 3000 persone, metà delle quali sfollate da Milano a da altre città dell’alta Lombardia, per sfuggire ai bombardamenti alleati. La presenza fascista, a partire dall’ottobre del ’43 è massiccia e quotidiana: posti di blocco, controlli, requisizione forzata di prodotti alimentari. I reparti provenivano abitualmente da Cannero – sottostante paese sulle rive del lago – dove stazionava la legione “Ravenna”, da Cannobio e talvolta dalla Val Vigezzo, località dove erano schierati le milizie della Confinaria.


La presenza dei partigiani è significativa; gli abitanti del paese hanno con loro costanti rapporti, soprattutto quelli che utilizzano per il pascolo gli alpeggi sovrastanti il paese e a ridosso della Val Cannobina. E la sera, quando i maimorti, come venivano chiamati i fascisti (sembra, oltre che per i tetri richiami funerei, per le due m cucite sulla divisa), ritornavano nelle loro caserme, i partigiani frequentavano spesso il paese.

Il 24 febbraio, la sera, dopo la prima giornata di cammino, il gruppo di partigiani fa sosta nell’alpeggio di Truno, qualche chilometro sopra Trarego. Tre di loro scendono in paese in corvée per procurarsi provviste presso i negozi di alimentari.

Probabilmente informati della loro presenza i comandi delle milizie di Cannobio (il famigerato capitano Mario Nisi) e della Val Vigezzo (Maggiore Martinez) fanno confluire, dall’alba della mattina seguente, tutte le forze disponibili. Accortasi subito di “essere in rastrellamento”, i partigiani riescono a defilarsi verso il basso e nascondersi, sino alle cinque di sera, in una conca. Il passaggio casuale di alcuni paesani attira l’attenzione dei fascisti che confluiscono sul luogo. L’ultimo tentativo di fuga riesce solo a due dei partigiani che, pur feriti, riescono a precipitarsi a valle e nascondersi. Due paesani, nascostisi in una grotta a valle, probabilmente presi per partigiani anche se disarmati, vengono anch’essi trucidati.

Il sentiero a gradoni di pietra che salendo per poco più di un chilometro conduce al paese di Trarego, per più di due anni è rimasto impregnato dal sangue delle nove vittime – sette partigiani e due civili traforati da centinaia di colpi d’arma da fuoco, sfigurati dai calci dei fucili e mutilati in più parti dalle armi da taglio – che i paesani hanno trasportato al cimitero con scale di legno.

I corpi vengono puliti e ricomposti dalle suore dell’asilo e l’intero paese affluisce al cimitero nonostante il divieto del maggiore della milizia confinaria Martinez di celebrare i funerali e di esprimere qualsiasi altra forma di cordoglio per le vittime, pena la messa a fuoco del paese.

“Non sono morti come si muore in guerra. Sono stati seviziati …e queste cose non passano più” racconta ancor oggi la sorella del più giovane dei partigiani, Gastone “Cesco” Lubatti. Suo padre, medico, ha constatato, nei nove cadaveri 348 ferite sia d’arma da fuoco che da corpi contundenti e da taglio.
Non solo si scaricano sui morti e sui feriti tutte le munizioni, ma si procede al loro annichilimento secondo una ben precisa logica simbolica. In primo luogo la sottrazione delle scarpe: di qui non vi muoverete più; poi il viso: nessuno vi deve più riconoscere; la bocca mutilata e riempita di ricci: non avrete più parola; il cuore, non c’è nessuna pietà; infine i genitali: non avrete eredi. Il seppellimento in una fossa comune avrebbe dovuto concludere la totale cancellazione.
E poi a festeggiare e a vantarsi a voce ben alta della prodezza nell’osteria del paese di Oggiogno, dall’altra parte della vallata.

Ad un ragazzo di 16 anni delle baite di Promé vengono fatte togliere le scarpe ed avviata la procedura della fucilazione; solo l’intervento del padre riesce a fermare l’esecuzione. Sarà quest’ultimo che dovrà portare in paese l’ordine scritto di recuperare le salme col divieto di qualsiasi celebrazione funebre. Ripetute le minacce di incendiare il paese. Il giorno successivo il capitano Nisi irrompe nella casa di Aldo Brusa, uno dei due civili uccisi, minacciando moglie e giovani figli.

Un paesano di 54 anni, Giuseppe Clair Gagliani, in precedenza unitosi ai partigiani, il 26 mattina in cimitero esprime sdegno e solidarietà alle vittime. Informati i fascisti lo cercano e, non trovandolo, prendono in ostaggio, imprigionandola a Cannero, la figlia sedicenne. Costretto così a consegnarsi, viene scortato sulla mulattiera per Cannero e lì, ad un tornante, assassinato, crivellato di colpi e pugnalate e il corpo abbandonato per strada.

I caduti

Ivo Borella, 25 anni; Luigi Velati, 21 anni; Corrado Ferrari, 24 anni; Ermanno Giardini, 20 anni; Gastone Lubatti, 19 anni; Luigi Leshiera 22 anni; Pierino Agrati, 25 anni: partigiani della volante; Aldo Brusa e Primo Carmine, paesani; Giuseppe Clair Gagliani, 54 anni.

(per maggiori dettagli http://www.casadellaresistenza.it)

Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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