Giuseppe Bentivogli


Nasce il 3/2/1885 a Molinella. Da umile capolega di Molinella divenne una delle figure più nobili e importanti del socialismo italiano e della Resistenza. Quando nacque, Molinella era la terra dei braccianti, la categoria più povera e sfruttata che esistesse. In un paese dove l’ottanta per cento delle famiglie erano di braccianti, lui aveva avuto il privilegio di nascere nella casa di un cameriere che sapeva leggere e scrivere. Un altro grosso privilegio, questo, in una società dove l’analfabetismo era quasi totale. Avviato al mestiere di meccanico per biciclette – un lavoro che gli avrebbe potuto garantire un avvenire tranquillo e sicuro – legò la sua sorte con quella dello sterminato esercito dei braccianti e dei mezzadri bolognesi.

Per lui, la «sacra famiglia contadina» era al centro del mondo agricolo di allora. Un mondo dove la terra era l’unico valore riconosciuto e certo e dove tutto era rapportato alla terra.

E la terra era, in quegli anni a cavallo del secolo, al centro di tutte le lotte politiche e sindacali, oltre che il luogo naturale dove si svolgeva la predicazione socialista. A Molinella, era Giuseppe Massarenti l’apostolo che predicava nelle campagne che la giustizia sociale e migliori condizioni di vita e di lavoro si potevano conquistare solo con la lotta di classe. Ancora giovanissimo, Bentivogli divenne fedele amico e fidato collaboratore di Massarenti, al cui insegnamento restò fedele per tutta la vita. Eletto consigliere comunale per il PSI nel 1912, due anni dopo fu tra i principali dirigenti della lotta agraria che si svolse da gennaio a ottobre a Molinella e che vide – per la prima volta nella storia sindacale italiana – mezzadri e braccianti uniti contro il comune nemico di classe. Per rompere lo sciopero, che i lavoratori stavano ormai vincendo, il 5/10/14, gli agrari bolognesi – con la complicità del prefetto – inviarono a Molinella delle squadre di crumiri fatte venire da Padova.

In località Guarda, crumiri e lavoratori si scontrarono e tra i primi ci furono 5 morti e alcuni feriti. Bentivogli fu arrestato assieme ad oltre duecento attivisti sindacali e lavoratori, mentre Massarenti si rifugiò nella Repubblica di S. Marino. Restò in carcere sino ai primi del febbraio 1919, quando fu amnistiato, insieme ai cinquanta lavoratori ancora detenuti. Nel giugno 1919, quando Massarenti tornò a Molinella – dopo essere stato amnistiato per l’eccidio di Guarda e assolto dall’accusa di peculato, per il periodo in cui era stato sindaco – fu nuovamente tra i dirigenti della vertenza agraria che era stata aperta per concludere quella interrotta a Guarda.

Braccianti e mezzadri ottennero cosi, con cinque anni di ritardo, quanto era stato loro negato nel 1914. Nel 1920, quando la Federterra bolognese decise di ripetere su scala provinciale lo sciopero di braccianti e mezzadri – uguale a quello che si era tenuto nel 1914 a Molinella – fu nominato nel comitato che ebbe il compito di guidarlo.

Gli altri membri erano Luigi e Paolo Fabbri, Renato Tega, Mario Piazza  e Giovanni Goldoni. Lo sciopero, durato dal gennaio sino al 25 ottobre, fu durissimo, ma alla fine mezzadri e braccianti conquistarono il concordato Paglia-Calda, un patto avanzatissimo che faceva fare un salto di qualità alle condizioni di lavoro delle due categorie. Liberel, come lo chiamavano i suoi compagni, in omaggio al suo spirito aperto e tollerante, ricopri numerosi incarichi politici e sindacali.

Nel 1914 e nel 1920 fu rieletto al consiglio di Molinella e nel 19-20 anche a quello provinciale di Bologna. Alla fine del 1919 non fu nominato segretario della Camera confederale del lavoro, perché apparteneva alla corrente riformista. I massimalisti – che avevano la maggioranza nella federazione del PSI e nel sindacato, ma non nella Federterra – gli preferirono uomini come Ercole Bucco e Giovanni Martini, due avventurieri che fuggirono quando cominciarono ad apparire a Bologna le prime squadre fasciste. Non fuggì Bentivogli che, all’interno del PSI e delle organizzazioni  sindacali, si era sempre battuto per un socialismo riformista e aveva osteggiato i rivoluzionari come Bucco, al quale imputò il «disordine amministrativo e sindacale» («Avanti!», 18/1/21) che regnava all’interno della Camera confederale del lavoro, nel momento in cui i lavoratori avrebbero dovuto stringere le fila per fare argine al fascismo.

Bandito Massarenti da Molinella – dopo l’assalto fascista del 12/6/21, durante il quale salvò miracolosamente la vita – Bentivogli e Paolo Fabbri divennero i massimi dirigenti del movimento operaio molinellese e guidarono la lotta per la difesa dell’amministrazione comunale, dell’ingente patrimonio cooperativo, valutato allora in 30 milioni di lire, e delle leghe. Anche se la resistenza era senza speranza, i braccianti e i mezzadri di Molinella non si piegarono. Molinella cadde solo alla fine del 1926, quando il fascismo divenne regime. Fu in quegli anni, della reazione fascista – quattro furono i lavoratori uccisi e centinaia quelli feriti o bastonati – che tra Bentivogli e Paolo Fabbri si cementò un fraterno sodalizio e una comunione di idee che durava da anni e che solo la tragica morte di entrambi avrebbe interrotto. L’incarico di maggior responsabilità toccò a Bentivogli che prese il posto di Massarenti in comune, anche se conservò la carica di vice sindaco, volendo lasciare significativamente vuoto lo scranno sindacale.

Naturale, quindi, che i fascisti si scatenassero contro di lui con inaudita violenza. Non si contano le aggressioni che subì. Il 15/5/21, mentre andava a votare, fu bastonato selvaggiamente sotto gli occhi indifferenti della polizia. Il 12/6/21 fu arrestato dalla polizia perché con poche «guardie rosse» cercò di respingere l’assalto dato da un migliaio di fascisti al municipio di Molinella. Il 18/8/22, mentre si recava in auto da Molinella a Bologna, fu fermato alle porte della città e bastonato. Il 27/11/22 decadde dalla carica di vice sindaco quando il prefetto, cedendo alle pressioni dei fascisti, sciolse il consiglio comunale. Bandito anche lui da Molinella – furono una settantina le famiglie socialiste sradicate dalle loro case e disperse dai fascisti per l’Italia – si trasferì a Bologna, dove il 16/3/23 fu aggredito dagli squadristi di Molinella e lasciato morente sul selciato di viale XII Giugno.

Quando seppero che era ancora vivo, avendo riportato la frattura del capo e di entrambi i polsi, i fascisti invasero l’ospedale S. Orsola e l’avrebbero sicuramente finito se non l’avesse difeso – facendogli scudo con il suo corpo – il prof. Bartolo Negrisoli. Quel gesto e la sua mancata adesione al fascismo – è noto – costarono al Negrisoli la carriera universitaria. Mentre era degente allʼospedale – dove restò parecchio tempo tra la vita e la morte – Bentivogli ricevette la visita di un magistrato il quale gli notificò che era stato denunciato per cospirazione contro lo Stato, per rapporti con emissari sovversivi esteri e per incitamento all’odio fra le classi. Tutto questo perché aveva concesso, al settimanale inglese «Observer», un’intervista sulla situazione di Molinella. Nonostante le dure persecuzioni, non attenuò l’impegno politico.

Passato al PSUI alla fine del 1922, divenne un dirigente della federazione riformista bolognese. Entrò anche nella segreteria della Camera confederale del lavoro, in rappresentanza della quale fu eletto nel direttivo nazionale della CGdL, al termine del congresso nazionale di Milano del 10-13/12/24. L’1/3/25 rappresentò la Federterra nazionale al convegno unitario di tutte le organizzazioni contadine che si tenne a Milano. Pare anche che, per qualche tempo, abbia fatto parte della segreteria della CCdL di Torino, una città nella quale si trovavano numerosi lavoratori socialisti cacciati da Molinella. Rientrato a Bologna, fu arrestato il 16/11/26, insieme a numerosi dirigenti socialisti bolognesi. Venne condannato al confino per 3 anni perché «pericoloso per l’ordine politico». Andò prima a Lampedusa (AG), poi a Pantelleria (TP) e a Ustica (PA) e infine a Ponza (LT).

Nel 1927, mentre era a Ustica, fu denunciato per avere svolto intensa attività politica tra i confinati. Processato con altri 56 antifascisti, davanti al Tribunale speciale, il 19/11/28 fu prosciolto con tutto il gruppo, per non luogo a procedere, dopo avere scontato 10 mesi di carcere preventivo. Liberato il 18/12/29, tornò a Molinella e riprese il suo lavoro giovanile di meccanico.

Ma si trattò di un breve periodo di libertà. Il 31/3/31 fu nuovamente arrestato e condannato a 5 anni di confino per propaganda antifascista. Andò a Ponza dove rimase 2 anni. Liberato il 27/12/32, per l’indulto, tornò a Molinella dove visse «esule in patria» per molti anni. Non poteva né avvicinare né parlare con i compagni di fede, per non comprometterli, perché era costantemente e strettamente vigilato dalla polizia politica e dai carabinieri. In un rapporto della polizia del 1936 si legge che era «sempre ostinatamente socialista» e in stretta corrispondenza con Paolo Fabbri, il quale viveva a Bologna, dopo avere fatto numerosi anni di confino.

Nell’autunno del 1942 partecipò alla costituzione del MUP, insieme a Fabbri, Tega, Alfredo Calzolari, Gianguido Borghese, Fernando Baroncini, Enrico Bassi  ed altri provenienti dal PSUI. La polizia lo arrestò il 27/7/43 – due giorni dopo la caduta della dittatura – perché aveva tentato di organizzare una manifestazione popolare per festeggiare la fine del fascismo. Insieme ad altri lavoratori restò in carcere sino al 12 agosto, quando fu processato dal tribunale militare e assolto. Mentre era detenuto, il PSI e il MUP di Bologna si erano uniti e lui era stato nominato delegato per partecipare alla riunione nazionale della riunificazione socialista – dalla quale sarebbe nato il PSUP – che si tenne a Roma il 25/8/43. Intervenne a quella riunione con Fabbri, Borghese e Baroncini per il MUP.

Dopo l’armistizio , a 58 anni, divenne vice segretario provinciale e regionale del partito socialista, pur continuando a risiedere a Molinella, dove fu uno degli organizzatori della brg Matteotti Pianura, la 5a brg Bonvicini. Nel marzo del 1944 si trasferì a Bologna e divenne uno dei principali dirigenti del partito.

Determinante fu il suo contributo per l’organizzazione delle tre brg Matteotti, delle quali fu commissario politico per diverso tempo. Nel novembre 1944 quando Fabbri fu inviato a Roma per una missione politica, prese il suo posto di segretario della federazione bolognese. Divenuto massimo dirigente del partito, dovette abbandonare tutte le cariche sindacali, un lavoro al quale si era dedicato intensamente sin dalla tarda estate. Bentivogli – che aveva assunto il nome di battaglia di Nonno – ai primi di settembre era stato uno dei promotori della rinascita della Camera confederale del lavoro, con altri esponenti comunisti, cattolici e anarchici. A lui, in modo particolare, si deve la ricostituzione della Federterra e l’inizio di numerose agitazioni nelle campagne per rivendicare l’applicazione del vecchio concordato Paglia-Calda stracciato dai fascisti nel 1920. In quei mesi, anche se era divenuto il massimo dirigente politico-militare del partito socialista e uno dei principali esponenti della Resistenza emiliana, si sentiva ancora il vecchio capolega contadino.

Dai suoi atti e dai pochi documenti che restano, risulta che al centro del suo pensiero politico c’era la terra e che «la sacra famiglia contadina» era sempre il nucleo principale del suo mondo.

Nell’inverno del 1944-1945 quando il PLI e la DC minacciarono di mettere in crisi l’unità del CLN, se i contadini non avessero cessato di rivendicare l’applicazione del vecchio concordato, Bentivogli rischiò la rottura del fronte antifascista. Furono discussioni dure anche perché l’ex capolega aveva per contraddittore il marchese Filippo Cavazza, che rappresentava la DC.

Quello stesso Cavazza che nel 1920 era stato il vice presidente degli agrari bolognesi durante il lungo sciopero nelle campagne. Anche il rappresentante del PLI era un alto esponente del mondo agrario. Il dirigente politico comprendeva la necessità di quelle presenze nel CLN – dal momento che l’interesse prevalente era quello della liberazione della nazione dalla doppia oppressione nazifascista. Aveva il sospetto che quegli uomini erano in quel posto anche per rappresentare certi interessi che non avrebbero dovuto essere toccati dopo la fine della guerra. Gli fu risparmiata questa delusione perché i fascisti, che non erano riusciti ad ucciderlo negli anni venti, lo trucidarono il giorno prima della Liberazione.

Nel pomeriggio del 20/4/45 si recò nello studio di Roberto Vighi  per leggere il testo del progetto di legge che il CLN aveva preparato per consentire la restituzione alle cooperative del patrimonio confiscato dai fascisti, una volta terminata la guerra.

Teneva molto a quel documento, chiamato del «maltolto». Quando Vighi gli ebbe letto il primo articolo, lo interruppe e gli disse: «Basta così, il resto non mi interessa. L’importante è che i fascisti si rendano finalmente conto di tutte le infamie contro il patrimonio sacro degli operai e dei contadini che essi hanno compiuto». Uscito dallo studio, si recò in piazza Trento Trieste dove avrebbe dovuto incontrarsi con Sante Vincenzi l’ufficiale di collegamento tra il CUMER e la div Bologna, per decidere la nomina di un nuovo comandante della brg Matteotti Pianura, dopo la morte in combattimento di Alfredo Calzolari. Mentre discutevano, furono catturati dai fascisti, informati da un meridionale che per parecchio tempo aveva vissuto a Molinella e che aveva visto Bentivogli nella piazza.

La mattina dopo, mentre era in corso la liberazione di Bologna, i fascisti in fuga verso nord, abbandonarono in località Otto Colonne, in via Saffi, i corpi straziati dei due militanti antifascisti.

Alla sua memoria è stata concessa la medaglia d’oro, con la seguente motivazione:

«Instancabile organizzatore di formazioni partigiane, si prodigava nella lotta di liberazione in moltissime azioni quanto mai rischiose mettendo sempre il nemico nelle più gravi difficoltà. Catturato, sopportava le atroci torture infertegli dal nemico con impassibile fermezza; condannato alla pena capitale affrontò la morte da eroe. Esempio fulgido di abnegazione e di indomito coraggio».

Alla sua memoria è stata intestata una strada a Bologna e a Molinella e ad una sezione del PSI.

Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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