Claudio Quarantini


Nato a Faenza l’8 aprile 1926. Partigiano nelle Brigate «Stella Rossa» e 62ª Brigata Garibaldi (1943-1945).
Avevo 15 anni quando, con altri miei due amici di infanzia, decisi di acquistare da un libraio di nostra conoscenza un libro censurato dal fascismo: «Il tallone di ferro» di Jack London e fu questo libro ad entrare nella nostra piccola biblioteca che poi, mese per mese, si arricchì di altri libri, quasi tutti messi all’indice dal regime fascista.

Vivevo in un quartiere operaio e il sentimento antifascista era molto forte anche se il movimento non era organizzato.
Noi tre discutevamo anche con i grandi più di noi ed in particolare con alcuni che avevano combattuto il fascismo sin dal suo nascere.
Fu in questo ambiente che germogliarono in me idee e visioni di una società diversa da quella in cui vivevamo.
Il 25 luglio 1943 il rione fu in festa. Si pensava che presto la guerra sarebbe finita e venne invece l’8 settembre.
E’ certo che tra di noi giovani ed anziani si pensava che nel giro di qualche mese al massimo gli alleati avrebbero raggiunto le Alpi e cacciato i tedeschi dall’Italia ed invece poco dopo sulle strade del rione apparvero i fascisti della Repubblica di Salò.

«E’ ora di farla finita con questo sudiciume» dicevano gli anziani, ci dicevano che si stavano già formando delle formazioni partigiane e che bisognava rinforzarle.
Fu così che, passato l’inverno, andai ad ingrossare l’esercito partigiano.
Ho militato un po’ nella 36ª Brigata Garibaldi, un po’ nella «Stella Rossa» e particolarmente con quella parte che si unì alla Divisione «Modena», a Montefiorino e qui conobbi delle dimensioni nuove della forza che rappresentavamo: paesi interi controllati dai partigiani, le elezioni fatte con i tedeschi a qualche chilometro da noi ed entusiasmo a non finire.
Poi, dal settembre fino alla liberazione, fui nella 62ª Brigata Garibaldi.
Voglio ricordare che cominciarono a chiamarmi Spettinato fin dall’inizio e quello restò sempre il mio nome di battaglia.
Ma sarà bene mettere ordine in questa mia partecipazione alla Resistenza con le Brigate di montagna.

Nel maggio 1944 la Brigata «Stella Rossa», operante sulle alture tra Vado e Marzabotto, aveva già ricevuto alcuni lanci dagli inglesi in munizioni e viveri.
Aveva inoltre reperito, con azioni di disarmo, fucili mitragliatori e bombe a mano.
A questa data era quindi abbastanza bene equipaggiata ed aveva più armi del necessario, tanto che il comando ne nascose in ripostigli accuratamente preparati.

Verso la metà del mese di maggio, il cap. Libero Lossanti (Lorenzini) al comando di una compagnia della 4ª Brigata Garibaldi (che poi divenne 36ª Brigata), prese contatto con il comando della «Stella Rossa » per ottenere per la propria Brigata una parte di quelle armi che gli inglesi avevano lanciato nella vallata del Setta e che invece si ostinavano a non lanciare dalle parti del Monte Falterona e della Faggiola, zone di operazione delle Brigate Garibaldi.
Il Lupo (Mario Musolesi), comandante della «Stella Rossa», oppose il suo ostinato diniego a questa richiesta e a Lorenzini non rimase che riprendere la via del ritorno verso la zona di operazioni della sua Brigata.
Io ed alcuni altri che facevamo parte di questa compagnia di collegamento preferimmo venire incorporati in una compagnia della «Stella Rossa».

Verso la fine del mese i tedeschi decisero di compiere un grosso attacco contro la «Stella Rossa».
Se non mi tradisce la memoria erano le 4 del mattino del 28 maggio ed era il mio turno di guardia quando udì i primi spari e lo scoppio del primo proiettile che una batteria di cannoni, situata sulle alture dalla parte di Monzuno, aveva lanciato nella zona tenuta dalla Brigata.
Era l’inizio del martellamento di tutta la vasta zona da noi controllata da parte dello schieramento di artiglieria che i tedeschi avevano organizzato in un ampio intorno sulla dorsale di Monte Venere, proprio di fronte a noi, sui crinali dell’altra vallata.

Dopo diverse ore di bombardamento concentrato contro le case presidiate dalle formazioni partigiane, i tedeschi iniziarono, a pattuglie, la salita del monte, incontrando da parte nostra una resistenza decisa.
Le case coloniche situate più in basso, verso il fiume Setta e non occupate da noi furono raggiunte ed incendiate dai tedeschi.
Per tutta la giornata durarono accaniti gli scontri e alla fine i tedeschi furono costretti a ritornare alla base di partenza senza aver ottenuto alcun successo.
A sera inoltrata fu convocato il comando allargato, alla presenza dei comandanti di compagnia, per decidere la tattica da seguire per l’immediato futuro.

Fu deciso, nonostante la forte opposizione del Lupo e di alcuni altri, che la Brigata doveva operare uno sganciamento, trasferirsi in un’altra zona di operazioni non potendo sostenere a lungo una battaglia di posizione.

Così, a notte inoltrata, iniziò il trasferimento che portò tutta la Brigata, in diversi giorni di marcia, dalle parti di Firenzuola, vicino a Bruscoli.
I disagi in questa nuova zona erano notevoli, sia per reperire i viveri sia per l’ambientazione; v’era, inoltre, nel comandante e in molti partigiani la preoccupazione di operare in una zona non conosciuta come quella che si era lasciata e dove la Brigata era nata.
Del resto mi sembrava intuitivo che alle formazioni partigiane non restava altra scelta oltre la guerriglia da condurre con continui spostamenti, considerate le nostre forze e quelle del nemico, l’equipaggiamento e il terreno di lotta.
Non si poteva neanche lontanamente prevedere di sostenere per molto tempo uno scontro frontale con il nemico ed era quindi necessario preparare la formazione al tipo di tattica più appropriato che era quello dell’attacco a sorpresa e della continua mobilità della formazione.

Diverse furono le scaramucce nei pressi di San Nicolò e diverse decine di partigiani toscani entrarono a rafforzare la nostra Brigata; poi dal comando fu deciso di spostare la formazione nella zona di Montepastore e durante lo spostamento una squadra della Brigata, in un’operazione di perlustrazione, incappò in una camionetta militare tedesca: ne nacque uno scontro che portò all’uccisione degli occupanti, uno dei quali era un colonnello.
Dentro la camionetta furono pure rinvenuti i piani relativi alla sistemazione e dislocazione di un ampio tratto della linea «Gotica» e fu cura del comando far pervenire agli anglo-americani questi piani difensivi.

Intanto i contrasti relativi alla impostazione della strategia generale da dare alle formazioni si accrescevano. I punti di maggiore contrasto erano:

1) come era già emerso in precedenza, il Lupo era per una ripresa delle posizioni nell’intorno di Monte Sole e delle montagne che degradavano a sinistra sul fiume Setta e a destra sul fiume Reno, partendo da Sasso fino a Grizzana, che per lui dovevano essere il teatro di operazioni della Brigata.
Egli era sostenuto in questa convinzione da numerosi partigiani della zona i quali adducevano come motivi prevalenti il fatto che conoscevamo quelle montagne palmo a palmo e quindi si trovavano favoriti in eventuali scontri con i tedeschi.
Conoscevano inoltre i contadini i quali sostenevano apertamente il movimento partigiano e sui quali si poteva sicuramente contare.
Quindi, in pratica, queste considerazioni portavano a stabilire che la Brigata doveva operare permanentemente in una zona estremamente delicata ed importante, che i tedeschi non avrebbero lasciato indisturbata per molto tempo (si tenga presente pure che due strade vitali per i rifornimenti scorrevano lungo i fiumi Setta e Reno).
Come già in precedenza ho detto, per considerazioni sul tipo di armamento, sull’entità delle forze, per l’impossibilità di sostenere uno scontro frontale, un’altra notevole parte dei partigiani escludeva la permanenza continua in quei luoghi ed insisteva sulla guerriglia mobile (attaccare e sganciarsi) ritenuta molto più favorevole alle nostre formazioni.

2) Un altro punto di contrasto era rappresentato dal fatto che il Lupo non voleva un contatto permanente con il CLN ed era assolutamente contrario alla presenza di commissari politici nelle formazioni.
Egli adduceva a motivazione di queste opinioni che non voleva ingerenze in una formazione da lui creata e diceva che questa autonomia gli aveva procurato il vantaggio di avere avuto delle preferenze da parte inglese con i lanci effettuati già in maggio.
Altri sostenevano l’esigenza di un collegamento unitario di tutte le forze della Resistenza sotto un comando unico, il CUMER e la necessità della presenza dei commissari politici che avrebbero potuto aiutare ad introdurre nella formazione un’educazione politica di cui certamente si sentiva una forte necessità.

Avvenne quindi, per questi motivi principali, la separazione della formazione in due grossi gruppi: uno facente capo al Lupo ed un’altro che scelse come comandante Sugano, che era come comandante di un battaglione.
Ad evitare che la rottura assumesse degli aspetti più gravi i partigiani che facevano capo a Sugano lasciarono al Lupo (dietro sua esplicita e pressante richiesta) tutte le armi avute dai lanci, tenendosi solo le armi catturate al nemico nei vari scontri avuti.

Contemporaneamente a questi avvenimenti accaduti dalle parti di Montepastore si era stabilito un collegamento con le formazioni SAP dirette da Giannetto Cerbai ed operanti nelle valli del Setta e del Reno.
In pieno accordo col CLN si stabilì allora di fare confluire questi gruppi di sappisti nella formazione diretta da Sugano e si stabilì di conferire a Cerbai le funzioni di commissario di questa Brigata.
Cerbai era stato un combattente della guerra di Spagna ed aveva trascorso molti anni della sua giovinezza in esilio: aveva quindi una notevole esperienza e una buona preparazione politica.
La Brigata si organizzò in tre compagnie con i relativi comandanti e commissari e iniziò un trasferimento verso le montagne del modenese per prendere contatto con i partigiani della «Repubblica di Montefiorino».
In questa operazione di avvicinamento al più grosso concentramento di forze partigiane dell’Emilia ebbe diversi scontri con forze nazifasciste.

A metà del mese di luglio del 1944 a contatto con la Divisione «Modena» questa Brigata fu incorporata con la funzione di formazione d’assalto della Divisione, affiancando l’attività del «battaglione internazionale» composto di circa 120 combattenti di quasi tutte le nazionalità del continente.
Poi — come è noto — si verificò il grosso attacco tedesco alla «Repubblica di Montefiorino». Una delle pressioni più forti le forze nazifasciste, rafforzate da gruppi di disertori mongoli, la fecero nella provincia di Reggio Emilia, nei pressi di Villa Minozzo.
Su ordine del comando di Divisione, questa parte della «Stella Rossa» al comando di Sugano si diresse in quella zona (Val D’Asta) e respinse gli attacchi frontali del nemico.

Ma era chiaro che i tedeschi, profilandosi in Italia una guerra abbastanza lunga e contrastata, non potevano permettere l’esistenza in retrovie di così importanti e grossi concentramenti di truppe vicine alle grandi vie di comunicazione.
Quindi la pressione si manifestò con una violenza tale per cui i partigiani non poterono opporre forze adeguate a quel tipo di battaglia frontale.

L’ordine di sganciarsi dal nemico pervenne quindi alla nostra formazione dal comando di Divisione, con l’indicazione di trasferirci verso la zona di Ospitale, passando attraverso il passo delle Forbici.
Due giorni dopo, e precisamente il 2 agosto 1944, dopo una lunga marcia nel fondo della valle giungemmo al punto in cui si doveva, salendo lungo i crinali, arrivare al passo delle Forbici.
A circa metà della salita notammo un movimento abbastanza strano, lassù in alto. Da parte di molti si pensava a presunti movimenti del «battaglione internazionale» il quale avrebbe dovuto precedere la nostra formazione di alcune ore in quel punto.
Il comandante Sugano ordinò allora alla compagnia di Athos di precedere il resto della formazione andando a verificare cosa succedesse lassù ed alcuni minuti dopo i presunti sospetti si trasformarono nella certezza che in cima al passo, ben appostate, c’erano le truppe tedesche ad aspettarci.
Infatti la pattuglia prima e la formazione poi furono investite da un fuoco concentrato di mitragliatrici. Sugano, al comando di un squadra, tentò un contrattacco ma i nostri furono falciati dal fuoco incrociato del nemico e nel combattimento perdemmo sette giovani fra cui un russo.

Fu dato l’ordine di riunirci sulle prime alture della vallata opposta, mentre il fuoco nemico seminava una certa confusione tra le nostre fila.
Furono riformate inoltre le compagnie ordinando un ritrovamento oltre la strada Giardini.
Il comando della formazione raccolse anche diversi feriti e si diresse in Garfagnana dove, in casupole di pastori, i feriti furono curati alla meglio ed appena in grado di riprendere il cammino ci si avviò sulla via del ritorno alla ricerca di un contatto con il CLN di Bologna.

Giunti nelle vicinanze di Zocca, Sugano decise di avviarsi con una parte degli uomini verso Bologna, mentre il resto del gruppo (una ventina di unità circa) al comando di Cerbai, giunse nei pressi di Sasso Marconi dove prese contatto col CLN.
Gli ordini ricevuti furono quelli di far convergere il nostro gruppo nella 62ª Brigata Garibaldi, al fine di potenziarla.
Così nella nuova Brigata, operante nelle alture sopra Monterenzio, ritrovammo un’altra squadra che fu della «Stella Rossa» e che dopo il distacco si era spostata sopra Loiano dove aveva svolta una intensa attività con una completa autonomia operativa.

La 62ª Brigata, quando arrivammo noi, era bene organizzata ed era nel pieno della sua forza.
Era comandata da Kid (Luciano Proni) ed aveva un discreto armamento.
In complesso erano circa 650 uomini e con noi arrivò a 670. Subito Cerbai fu nominato vice comandante di Brigata.
Fra i commissari di compagnia c’era chi veniva dalle esperienze della guerra di Spagna e dal confino. La Brigata occupava un vasto falsopiano, fra le vallate dell’Idice e del Sillaro, e uno dei punti strategici principali della formazione era i Casoni di Romagna. I rapporti coi contadini erano ottimi e abbastanza regolari anche quelli col CUMER e con le Brigate vicine, specie con la 66ª Brigata, che occupava la zona attorno a Ca’ del Vento, e si erano normalizzati anche i rapporti con la 36ª Brigata Garibaldi, che non erano sempre stati buoni in precedenza.

Quando noi arrivammo in Brigata il fronte si stava spostando a qualche chilometro dalle posizioni tenute dalla Brigata ai Casoni di Romagna.
Le truppe tedesche erano in continuo movimento nelle retrovie e lungo le strade che da Castel San Pietro e da Idice s’inerpicano fino alla Futa.
A Bisano c’era una fortissima concentrazione di truppe corazzate tedesche dotate di alcuni carri armati. In questo luogo il nostro comando decise di attuare un’azione di disturbo, per demoralizzare quelle truppe, disarmarle se possibile, prima che giungessero a dare il cambio a quelle della prima linea.
Si scelsero una trentina di partigiani tra i più collaudati, ai comando di Kid, e ci recammo sulle alture nelle immediate vicinanze di Bisano.
Lì restammo due giorni, ricevendo informazioni sui movimenti e sulla dislocazione delle truppe tedesche e quindi concertammo il nostro piano d’azione.

Innanzitutto decidemmo di portare un attacco ad un nucleo di tedeschi che si trovavano in due case con stalla al di là del fiume.
L’attacco doveva essere effettuato da due gruppi di quattro partigiani ciascuno e i rimanenti partigiani dovevano formare altri due gruppi a protezione dell’attacco, ai due lati della strada, ad un centinaio di metri da essa, sul costone della vallata.
Sul far del tramonto del 16 settembre 1944, Kid, Denis, Cirulein ed io percorriamo il tratto di radura scoperta in fila indiana.
E’ l’ora in cui è avvenuto il cambio della sentinella tedesca. Costeggiamo il fianco di una delle due case e piombiamo in mezzo alla strada. Forse più di 60 o 70 soldati tedeschi disseminati dentro due stalle non hanno creduto ai loro orecchi quando abbiamo intimato la resa e tra lo sbalordimento e l’incredulità qualcuno di loro ha reagito con le armi ed alle armi abbiamo risposto seminando il terrore.
Forse per più di venti minuti abbiamo sparato fino al penultimo caricatore di «Sten», dando l’avvio ad una battaglia di alcune ore tra le nostre postazioni e le postazioni tedesche di guardia al ponte e ai carri armati. In quei venti minuti abbiamo decimato il reparto tedesco di stanza, poi Kid e Denis hanno attraversato il fiume ed io e Cirulein siamo tornati dove era partita l’azione.
Allora dopo aver preso il comando delle postazioni, abbiamo battagliato ancora per circa due ore poi ci siamo sganciati e dopo due giorni siamo tornati ai Casoni di Romagna.
Il primo ottobre, ad una settimana dalla strage di Sassoleone e dopo la battaglia che ne seguì, sempre nella zona dei Casoni di Romagna, la 62ª e la 66ª Brigata si unificarono formando il Gruppo Brigate Montagna (GBM). Nei giorni seguenti fra noi e i tedeschi si svolsero ininterrottamente dei combattimenti, anche a distanza ravvicinatissima.
Io seguii il Gruppo Brigate nella discesa verso Bologna e finii con altri dentro al rastrellamento di Castenaso del 18 ottobre e ricordo che io e Tancredi riuscimmo a fuggire buttandoci in un fosso.
Poi ci riunimmo agli altri a Castel San Pietro e quindi, durante l’inverno e fino alla liberazione, restai in città collegato con la 7ª Brigata GAP.

Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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