Licio Nencetti


Talla (AR) 26 maggio 1944

Due giorni innanzi, il 24 maggio 1944, il diciottenne Licio Nencetti, proveniente dal Pratomagno dove si era incontrato con Aligi Barducci “Potente” (Comandante la Divisione “Arno”), a seguito di delazione, è catturato da un nutrito reparto della guardia nazionale repubblichina.


Tradotto al comando del “distretto militare di Poppi” viene sottoposto a stringenti interrogatori, intervallati da inenarrabili torture, ma egli si rifiuta di fornire ai fascisti di Salò le notizie che essi pretendono. Due giorni durano le torture da parte dei fascisti per avere informazioni. Nencetti, ridotto a rottame umano dalle criminali sevizie, condannato a morte senza processo, il 26 maggio 1944 viene trasportato a Talla e posto di fronte al plotone d’esecuzione. Al momento dell’ordine dell’ufficiale di aprire il fuoco, il picchetto non esegue l’ordine, mentre Nencetti, che non ha voluto essere bendato, grida “Viva l’Italia libera!”. L’ufficiale innervosito per il rifiuto dei militari di sparare scarica la sua pistola sul volto del condannato.

Nell’episodio muore anche un ragazzo di nome Marcello Baldi che da dietro la porta della chiesa di Talla seguiva la scena. Viene ucciso da una raffica di mitra sparata dai militi fascisti.

Licio Nencetti era nato a Lucignano il 31 marzo del 1926. La figura e le idee del padre contribuiscono alla sua formazione politica, mentre dalla madre, Rita, apprese l’amore e l’altruismo. Quando il padre, Silvio, muorr a causa delle percosse dei fascisti, Licio aveva 12 anni. Nonostante ciò continua gli studi a Foiano, dove ha i suoi primi contatti con gli antifascisti del luogo, contribuendo nel contempo al mantenimento della famiglia. E’ ancora studente quando, nel 1940, scoppiò la seconda guerra mondiale. Il trascorso del padre e gli ideali antifascisti lo portano dopo l’8 settembre 1943 ad andare tra i primi nelle montagne del Casentino. In quell’occasione scrive alla madre “io non potevo più stare quassù in mezzo ad una masnada di vigliacchi. Io vado con i ribelli per difendere l’idea di mio padre, che è sempre viva in me e per ridare ancora una volta l’onore alla mia bella Patria”. Presto emergono le sue qualità di combattente e diventa comandante della squadra volante “La Teppa”; compiendo numerose azioni di guerra.

Motivazione della Medaglia d’Oro al Valor Militare
“Giovane diciottenne animato dai più elevati sentimenti patriottici, fin dall’inizio partecipava attivamente al movimento di liberazione, organizzando un’agguerrita formazione armata, alla testa della quale, con indomito coraggio e notevole perizia, svolgeva numerose e difficili operazioni di guerra contro il nemico, nel corso delle quali veniva anche ferito. Catturato in un’imboscata e sottoposto a snervante interrogatorio e ad atroci torture, nulla di utile rivela ai suoi aguzzini che lo condannano a morte. Il suo contegno davanti al plotone di esecuzione è talmente fiero e sublime che i componenti di questo, all’ordine di: fuoco! non hanno il coraggio di sparare contro di lui. Soltanto il comandante sparandogli in bocca con la pistola, riuscirà a far tacere la sua voce fino all’ultimo inneggiante alla libertà della Patria”
Val di Chiana Casentino-Arezzo, settembre 1943-26 maggio 1944.

A Licio Nencetti partigiano gli è stata dedicata una canzone

Compagni se vi assiste la memoria
ricorderete i tempi d’oppressione
quella punta funesta della storia
che mise tutto il mondo in perdizione.
I popoli fra lor fecero guerra
ognuno perse il senno e la ragione
la morte dilagò sopra la terra
ovunque fu rovina e distruzione.

Nel cielo tonò il rombo del cannone
l’Italia si dovette inginocchiare
i tedeschi vi fecero invasione
si videro i fratelli deportare.
Per noi non ci fu pace e compassione
abbandonati fummo a trista sorte
il re tradì per primo la nazione
ed al nemico spalancò le porte.

Molti fatti di sangue e disumani
si videro dovunque consumare
famiglie trucidate come cani
in ogni strada e in ogni casolare.
A quei tempi a Arezzo fu Licio Nencetti
che alla ventura gli toccò scappare
la sua memoria meriti rispetti
e la sua storia ognun deve ascoltare.

Con lui lasciaron molti e terra e tetti
e le proprie famiglie abbandonate
armati di coraggio e di moschetto
col nome degli eroi stampato in petto.
L’8 settembre Licio aveva detto
che vendicato alfin avrebbe il padre
pure pensando bene il poveretto
al gran dolore della vecchia madre.

E sempre più su lui furor si scaglia
da Lucignano gli toccò scappare
perseguitato da tanta canaglia
in Casentin si dovette rifugiare.
E allora Licio dichiarò battaglia
e si mise i partigiani a radunare
facendo su quei monti accampamento
della vendetta attese il gran momento.

Rapidamente passano le ore
si scorge già il nemico da lontano
il cuor di Licio palpita d’ardore
ed a’ compagni tende la sua mano.
Ognuno sa che sono in minoranza
però d’ave’ timore nessun lo dice
al primo cenno scoppia la battaglia
e sibila rabbiosa la mitraglia.

E Licio nel successo non s’incaglia
rinnova coi compagni il giuramento
e dice: “Per maggior precauzione
decido di cambia’ la posizione.
Ritorneranno a fare un’incursione
e battendo e mulattiere e strade e ponti
e quando ci sarà il rastrellamento
col piombo gli faremo un complimento”.

A Monterosi fu il trasferimento
ma vennero scoperti e circondati
però la sorte non recò sgomento
dal gran coraggio furono animati.
Ognuno tenne fede al giuramento
per quanto si trovassero isolati
passarono con impeto all’attacco
ed al nemico ancor diedero smacco.

Ma la sciagura era già in vedetta
e contro Licio preparò l’agguato
il 23 di maggio per disdetta
da quelle belve venne catturato.
In carcere fu messo a tutta fretta
fra pugni e calci poi fu torturato,
ma Licio a loro nulla volle dire
perché i compagni lui ‘un volea tradire.

Più d’uno strazio gli toccò subire,
ma solo alla sua mamma lui pensava
qualche notizia pe’ falli pervenire
ormai che a morte certa se ne andava.
Nulla importava a lui quel partire,
nessuna grazia ai sgherri domandava
e dopo un giorno che fu carcerato
solo per finzione venne liberato.

Di nuovo fu ripreso e interrogato,
ma nessuna risposta volle dare
e allora col sistema più spietato
pugni e pedate presero a menare.
Pe’ l’ira furibonda il disgraziato
vide la dura sorte preparare,
tutto il veleno de quei delinquenti
s’accese fracassandogli anche i denti.

Il nostro eroe mantenne il suo coraggio
disprezzò il nemico con fierezza
finché un mattin del ventisette maggio
finir doveva la sua giovinezza.
Di salvarlo non c’era alcun miraggio
attese il suo verdetto con fermezza
fori della prigione fu portato
dove un plotone stava preparato.

E l’ordine di foco gli fu dato
e sparan su di lui quegli assassini
e mentre a Licio la fine gli scocca
stramazza a terra col sorriso in bocca.
Alla sua cara mamma con amore
ogni persona onesta asciuga il pianto
e sulla tomba a lui gli ponga un fiore
che esalti della gloria tutto il vanto.

Licio Nencetti, è tua questa canzone
col cuore di compagno te la canto
riposa in pace non ti scorderemo
la tua memoria rivendicheremo.

Un ricordo di Raffaello Sacconi, comandante della formazione “Licio Nencetti” .

Sacconi: «Conobbi Licio negli ultimi mesi del 1943. Mi fece subito un’ottima impressione: viso aperto, simpatico, occhi vivacissimi. Mi colpì la sua insofferenza per l’inazione, cui eravamo costretti, in attesa di organizzarci per cominciare la lotta contro i fascisti e i tedeschi. Compresi il motivo di questo suo stato d’animo quando appresi la storia della sua famiglia, che aveva subìto violenze e soprusi, per tanti anni, da parte dei fascisti. Licio appartiene oramai alla schiera degli eroi della Resistenza, per cui sarebbe fuori luogo da parte mia, specialmente dopo tutto quello che di lui è stato scritto, dilungarmi nella esaltazione della sua figura di combattente. Dirò solo, e non si tratta di vuota retorica, che in Casentino e nella Valdichiana, il suo nome viene pronunciato ancor oggi con riverenza ed affetto. Tanto che in memoria di Licio, oltre a un battaglione partigiano, sono state intitolate vie, piazze, cooperative, sezioni dell’Anpi, e il suo nome ritorna in tante ballate e canzoni raccolte nei ‘Canti popolari toscani’. I fascisti odiavano in lui lo spavaldo coraggio; il popolo amava in lui la generosità e la bontà. Deciso, sempre primo davanti al pericolo, coraggioso e intraprendente, intransigente con il nemico agguerrito, terminato il combattimento, tornava ad essere quel giovane buono e generoso di sempre».

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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