Paolo Bugini “Pablo”


E’ nato a Casalecchio nel 1920. Operaio zincografo presso gli stabilimenti de «il Resto del Carlino»,
fu tra gli organizzatori della cellula comunista all’interno del quotidiano a cominciare dal luglio 1943. Dopo l’8 settembre lavorò clandestinamente nelle ore notturne per la stampa dei periodici e dei manifesti antifascisti. Nel giugno 1944 entrò nella 66ª Brigata “Jacchia” ed organizzò il passaggio dell’intera Brigata alla 36ª Brigata garibaldina “Bianconcini”.

Nell’agosto 1944 entrò a far parte del 3° Battaglione “Carlo” quale commissario politico di compagnia. Condusse, tra l’altro, il ricongiungimento del Battaglione con la 5ª Armata americana nel corso del combattimento di Monte Battaglia nel settembre 1944. Dopo quattro mesi di collaborazione con le Forze Armate Alleate, nel gennaio 1945 entrò nei Gruppi di combattimento italiani della Divisione “Cremona” e partecipò alla liberazione di Venezia.

Una volta uscito dalla Residenza municipale, mi fermai ad osservare lo scorrere delle acque nel Canale che nasce dalla Chiusa sul Reno. Malgrado i tanti anni trascorsi, i ricordi della fanciullezza comparvero nitidi e precisi nella mia mente.
Mi chiamo Paolo Bugini. Sono nato nel 1920 a Casalecchio.
Nel rione dove nacqui ed abitai fino al novembre del 1928, fui testimone di avvenimenti che influenzarono la mia scelta di vita e che voglio ricordare oggi ai giovani che non li hanno vissuti e a coloro che per pigrizia o per scelta li hanno dimenticati.

Era festa, forse di domenica, io, mia sorella Tina ed un’amica nostra eravamo seduti su una delle panchine di cemento poste sulla sinistra di via Canale. Guardavamo gli uomini che uscivano dal Municipio dopo aver votato. Sulla strada si fermò una macchina e la gente cominciò a correre da tutte le parti. I sopravvenuti, in camicia nera, si misero a bastonare un uomo. Impauriti noi fuggimmo passando per le corti confinanti con la Segheria del signor Venturi, detto Bruschein. Nel pomeriggio mia madre si recò a far visita all’uomo che era stato bastonato e mi portò con sé. Era un amico di famiglia di
nome Giovanni Capelli, ma tutti lo chiamavamo Cinola; abitava sul pianerottolo sottostante la nostra abitazione. Stava disteso sul grande letto con la testa fasciata da una benda bianca su cui spiccava una macchia rossa di sangue. Su una parete della stanza c’erano appesi tre quadri: il ritratto di Andrea Costa, quello di Amilcare Cipriani, e il Diploma con la medaglia di Combattente della grande guerra. Quei quadri non vennero mai rimossi da quella parete per tutto il periodo fascista nonostante le persecuzioni che Cinola dovette sopportare.

Di un altro episodio fui testimone. Un giorno vidi un giovane che uscì correndo dal Caffè lolanda, inciampò in un cane sdraiato sul marciapiede, e cadde. Vidi gli inseguitori in camicia nera che lo raggiunsero e lo picchiarono con pugni e calci mentre lui cercava di proteggersi la testa stringendola tra le mani. Era un muratore di nome Ettore Scala soprannominato Orlando, poi incarcerato e processato assieme ad altri giovani comunisti casalecchiesi. Scontò la pena nel carcere della laguna di Venezia e morì di tubercolosi all’Ospedale Gozzadini di Bologna. Pochi giorni prima che morisse mia madre gli
fece visita all’Ospedale e mi portò con sé raccomandandomi di non dimenticare quella giovane vittima del fascismo.

Ed ecco un altro ricordo che affiora alla mente. Una mattina mia madre mi condusse con sé per recarsi assieme ad alcune sue amiche a portare le sporte dei viveri a giovani parenti o conoscenti, rinchiusi nel carcere di San Giovanni in Monte per attività antifascista. Alla fermata del tram davanti a Villa Pardo salì sulla carrozza un daziere che pretese di verificare se era stata pagata l’imposta del dazio per il vino delle bottiglie che si trovavano dentro le sporte. La legge imponeva il pagamento del dazio per il vino che entrava in città in quantitativi superiori al litro. Mia madre e le sue amiche non s’aspettavano quel controllo e non s’erano preoccupate di pagare il dazio prescritto. Una di loro ebbe allora un’idea.
Estrasse dalla sporta la bottiglia, bevve un sorso del vino ed esclamò: «Ecco, adesso non è più un litro!» Mia madre e le altre donne fecero altrettanto e quel zelante daziere non poté fare alcuna obiezione.

L’esperienza fatta a San Giovanni in Monte fu per me traumatica. Nel grande portone di ferro si aprì uno spioncino e dall’interno qualcuno diede le istruzioni. Una alla volta, le donne posero la loro sporta dentro una nicchia girevole che ruotando portava il contenuto dall’altra parte. Dopo una lunga attesa, la sporta, con il medesimo procedimento, ritornava fuori vuota. I viveri erano stati trattenuti, ma chissà se avrebbero raggiunto al completo i destinatari. I nostri giovani parenti od amici non li avevamo visti, e di essi non avevamo saputo nulla. Parecchie donne avevano le lacrime agli occhi.

Anch’io piansi.
Quanti soprusi e quante angherie commisero i fascisti ai danni dei loro avversari. Voglio ancora raccontare dell’olio di ricino fatto bere a mio padre davanti a mia madre e a noi bambini terrorizzati. Il babbo era seduto su una sedia accanto alla tavola. Dietro di lui stavano due fascisti, armati uno con un pugnale e un altro con la rivoltella. Mia sorella, in preda al terrore, stava aggrappata ad una gamba di mio padre. La sua camicetta bianca s’imbeveva dell’olio di ricino che colava giù dal grosso bicchierone a manico e che mio padre non riusciva a trangugiare. I fascisti sghignazzavano. Eh sì, è
proprio il caso di dire che i fascisti non avevano la mano leggera con i loro avversari politici o con coloro che non condividevano i loro metodi violenti.

Subito dopo l’attentato compiuto a Bologna contro Mussolini nell’ottobre 1926 dovemmo sopportare altri soprusi ma ricevemmo anche manifestazioni di solidarietà. Quel pomeriggio mi trovavo col babbo al Caffè dei Fiori quando giunsero da Bologna dei picchiatori fascisti. Mio padre uscì dal locale affidandomi ad un amico che mi accompagnò a casa. In famiglia c’era molta agitazione. Dalla strada giungevano le grida di coloro che venivano maltrattati dai fascisti mentre non si sapeva nulla della sorte di mio padre. Arrivò poi una donna che abitava vicino alla Colonia elioterapica della Chiusa per avvertire di stare tranquilli: mio padre era al sicuro in casa sua e ci avrebbe raggiunto appena fosse tornata la calma.
Quella notte mio padre non dormì a casa. E fece bene. Arrivarono infatti gli squadristi in camicia nera, accompagnati stavolta da questurini e carabinieri, che misero a soqquadro la nostra abitazione. Non trovarono comunque nulla di compromettente, e non notarono la fotografia di Matteotti incollata dietro al calendario. Così se ne andarono e il giorno dopo il babbo rientrò in famiglia.

Le leggi eccezionali promulgate da Mussolini alla fine del 1926, che sancirono praticamente l’inizio dell’aperta dittatura fascista, ebbero conseguenze perfino per il mio nome. I miei mi avevano chiamato Spartaco dal nome dello schiavo ribelle che nell’antica Roma capeggiò la rivolta per la liberazione degli oppressi. Ebbene, un giorno, tornando dalla scuola dove frequentavo la seconda classe, incontrai presso l’Osteria della Vittoria mia sorella Tina la quale mi comunicò:
«Spartaco, il babbo ha ricevuto una lettera con l’ordine di cambiarti il nome». A questo annuncio, io, non so il perché, mi sentii preso come da un senso di ribellione, mi chinai a terra, raccolsi un sasso e lo scagliai con forza contro la strada facendolo rimbalzare più volte. E che altro potevo fare? Mio padre fece ricorso contro quella comunicazione del Municipio, ma alla fine dovette cedere. Mi venne dato così il nome di Paolo. Le continue pressioni, le angherie, i ricatti, la paura, le difficoltà economiche possono anche generare negli individui lo sconforto e l’opportunismo, e ciò accadde anche nella mia famiglia negli anni neri del regime fascista.

Una domenica mattina mia madre mi fece indossare una vecchia camicia nera e mi fece accompagnare da mio cugino Cesare alla Casa del fascio che si trovava allora di fronte all’Albergo Reno. Nell’ufficio, seduto dietro un tavolo, c’era un giovane di nome Pizzi, che era il capo dei Balilla. Mi chiese come mi chiamavo
e mi pose varie domande. E finalmente uscii. Ormai ero anch’io un Balilla. Al ritorno a casa, mentre passavo per le strade del rione dove c’era la nostra abitazione, quello attorno al Municipio, mi sentivo osservato dalla gente, e gli sguardi non erano certamente dei più benevoli. Nel nostro rione abitavano operai, braccianti, birocciai, vallatori della sabbia del fiume, i quali in genere non simpatizzavano per il regime fascista. Io provai molta vergogna. Alla sera, quando il babbo rientrò dal lavoro – era infermiere all’Ospedale psichiatrico di Bologna – assistei alla scenata che egli fece a mia madre.
Per la prima volta sentii pronunciare con disprezzo la parola opportunismo.

A Casalecchio ho imparato a conoscere cosa sia l’onestà, l’amicizia, la solidarietà umana. Nella casa dove abitavo io, c’erano diciassette famiglie di lavoratori. In estate le porte rimanevano generalmente aperte e per salvaguardare l’intimità della famiglia si metteva una tenda. La carità non era un atto umiliante ma un gesto d’amicizia. Quando nelle feste passava Pacalata, un vecchio che scendeva da San Luca, egli veniva fatto sedere a tavola e mangiava assieme alla famiglia che l’aveva invitato. Ricordo pure che quando don Ercolani passava a raccogliere le offerte per la ricostruenda Chiesa di San Martino, nella nostra famiglia s’accendeva una forte discussione che però non travalicava mai i confini del
reciproco rispetto. Mia madre, credente a modo suo, giustificava l’offerta col fatto che io e mia sorella ci recavamo alla dottrina in parrocchia, dopo il battesimo impartitoci, già grandicelli, per esaudire la richiesta fatta sul letto di morte dalla nonna Enrica. Mio padre infatti, da fervente socialista anticlericale, non ci aveva fatto battezzare affermando che la scelta di un partito politico o della religione erano scelte che ogni uomo e donna dovevano fare da adulti, in piena coscienza ed
autonomia.

I ricordi dell’adolescenza e della giovinezza sono più legati a Bologna dove lavoravo, che a Casalecchio. Qui però tornai ad abitare nel periodo dal 25 luglio 1943 al giugno 1944, ospite degli zii materni, le cui case erano situate una nei pressi delle Argenterie Mantel, e una nella casa dell’Opera dei mutilati in via Giordani. Nel settembre 1943 fui presente all’arrivo dei carri armati con la croce uncinata nel centro di Casalecchio. Ebbe inizio così l’occupazione tedesca dell’Italia del nord.

Dal punto di vista del servizio militare io godevo di una situazione privilegiata, poiché ero in licenza di convalescenza. E poi, lavorando come zincografo a «il Resto del Carlino», disponevo di un lasciapassare tedesco che mi permetteva di girare perfino nelle ore del coprifuoco. Facevo già parte degli organi dirigenti del Partito comunista e della Resistenza e questa libertà di movimento mi fu di grande utilità.

Io avevo previsto che un nodo stradale di tanta importanza come Casalecchio non poteva restare illeso. Ed infatti il paese incominciò ad essere bombardato. Quanti dei giocatori del Caffè Umberto, che preferivano giocarsi il facile guadagno del mercato più o meno nero che praticavano, hanno pagato con la vita l’assurdità della guerra, e quanti paesani innocenti hanno perso familiari e beni per colpa del fascismo!

Nel giugno 1944, quando in Piazza Nettuno vennero fucilati i compagni del Pratello che facevano parte del gruppo partigiano da me diretto, io venni inviato dal mio Partito nella 66ª Brigata partigiana che operava sulle montagne sopra Castel San Pietro, e successivamente nella 36ª Brigata “Bianconcini”.
Dopo aver passato il fronte a Monte Battaglia raggiunsi Firenze e qui mi arruolai come molti altri compagni partigiani nei reparti del nuovo Esercito Italiano. Con il 21° Reggimento fanteria della Divisione “Cremona” partecipai alla liberazione del Basso Veneto. Il 25 aprile 1945, alle prime ore del mattino, mi trovavo sulla terza cingoletta dei reparti d’assalto che liberarono la città di Venezia.

Il 6 giugno venni sottoposto a visita medica ed una speciale commissione mi dichiarò inabile al servizio militare. Lo stesso accadde a tutti gli altri componenti del Comitato dei rappresentanti della truppa, dopo che i soldati del nuovo Esercito Italiano, nel corso di una parata a Pieve di Sacco, avevano fischiato Re Umberto di Savoia.

E ritornai così a Bologna dove ripresi il mio lavoro di zincografo. Rividi Casalecchio distrutto dalle bombe, ma poi lo vidi anche risorgere dalle rovine. Ora il paese è molto cambiato rispetto agli anni della mia infanzia. Ora è una città, ed io mi auguro che nel clima di pace e di libertà che abbiamo prima conquistato e poi garantito con le nostre lotte di questi quarant’anni, Casalecchio conosca altri traguardi di progresso e di civiltà.

“Intervista rilasciata a Graziano Zappi”

Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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