Fossoli un lager dimenticato


Le baracche del campo di concentramento, da cui ebrei e detenuti politici furono deportati verso i campi di sterminio nazisti, sono state seriamente danneggiate dal sisma.

La storia

Il Campo per prigionieri di guerra alleati di Fossoli PG/73 fu istituito con decreto 28 maggio 1942 con il numero 73. Bisogna qui precisare, che la sua funzione è stata diversificata nel tempo, sia nella gestione che nella identità dei prigionieri ivi internati, e si può benissimo affermare che Fossoli non può essere tradotto come ed esclusivamente Campo di transito per Ebrei, anche se quest’ultima sua funzione è stata concepita e condivisa come l’anticamera dei Campi di Sterminio. Ubicato fuori dal centro abitato, era ben collegato da una rete ferroviaria che univa a Nord, passando per il Brennero, tutta l’Europa ed era facilmente governabile sotto l’aspetto della sorveglianza.

Inizialmente fu gestito dalle autorità militari italiane e vi furono installate 191 tende che ospitavano 1.800 prigionieri di guerra per lo più inglesi (soldati e sottufficiali alleati catturati nel nord Africa) sorvegliati da 350 militari italiani. Al suo comando c’era il colonnello Giuseppe Ferraresi che agiva per conto del Comando superiore forze armate Africa settentrionale. Il 18 novembre 1942, furono terminati i lavori del progetto di fabbricazione in quello che in futuro sarà chiamato “Campo Vecchio”, ed ospitava 97 edifici in muratura, dei quali 46 baracche per prigionieri ad uso dormitorio e una serie di edifici amministrativi, un infermeria e un magazzino.

I prigionieri, inizialmente alloggiati su tende, si trasferirono nelle baracche in muratura del nuovo Campo. La capienza però risultò ancora insufficiente e, nel gennaio ’43, si diede il via a nuovi lavori di ampliamento per un ulteriore Campo, separato poi da un canale, chiamato “Campo nuovo”, con 15 baracche, più capienti delle precedenti, e vari servizi, in grado di contenere circa 5.000 persone. I lavori furono portati a termine durante l’estate del ’43.

Tra l’8 e il 9 settembre 1943, data dell’armistizio, il Campo fu circondato da un ingente spiegamento di truppe tedesche che se ne impadronirono. Pochi giorni dopo, il 14, i prigionieri inglesi furono deportati in Germania. A fine settembre i nazisti abbandonarono il Campo. Quindi la prima fase di esistenza del Campo per prigionieri di guerra alleati PG/73, dal luglio ’42 a settembre ’43 finì con l’armistizio.

Il 30 novembre 1943, con l’ordine di polizia n. 5, Buffarini Guidi, ministro degli interni della Repubblica Sociale di Salò, ordinava ai capi delle province di riunire gli Ebrei in Campi di concentramento, in seguito sarebbero stati destinati a «Campi di concentramento speciali ».

Il 2 dicembre ’43, il prefetto di Modena, Bruno Calzolari, competente territoriale, ordina al Comune di Carpi l’allestimento di un Campo “nazionale” per Ebrei del suddetto comune. In realtà si trattava di un Campo di transito per Ebrei ed oppositori politici, in attesa di una prossima deportazione in località ignota.

Il 5 dicembre 1943, con l’inizio dei lavori di ristrutturazione e trasformazione interna dei locali esistenti, eseguiti dalla Cooperativa Muratori, Cementisti e Decoratori di Carpi, fu ufficialmente aperto il Campo di Fossoli alle dipendenze e a carico della Prefettura di Modena. In attesa di finire i lavori, si utilizzò una piccola area del “Campo vecchio”.

I primi 70 Ebrei, divennero ben presto 97 ed erano in arrivo altri da varie località, ed alloggiarono tutti nella baracca un tempo adibita ad infermeria, in attesa di essere trasferiti in quello Nuovo. Tra quest’ultimi, il 31 dicembre, partirono da Venezia, in condizioni drammatiche, gli Ebrei ospiti della Casa di cura israelitica.

Il ministero degli interni nominò, a partire dal 15 dicembre del ’43, un funzionario a direttore e scelse inizialmente Gino Carli che non entrò mai in carico. Il 29 fu assegnato l’incarico al vicecommissario aggiunto di Ps, ragionier Domenico Avitabile e successivamente al commissario di Ps Mario Taglialatela. Questi funzionari svolsero l’attività di direttori quando il Campo era gestito autonomamente dalle autorità italiane e non da quelle tedesche; il Campo, nel suo complesso, fu diviso in settori tedesco e italiano.

In data 2 gennaio 1944, gli internati arrivarono a 185 ed erano in arrivo altre 827 persone . Tra il 20 e il 21 gennaio giunse il gruppo di arrestati della provincia di Aosta e tra questi c’era anche Primo Levi. La popolazione aumentò rapidamente, in conseguenza alle retate compiute in tutta Italia dai nazisti con l’ausilio degli alleati repubblichini. A mano a mano che la cooperativa terminava i lavori nel Campo nuovo, i capannoni-baracche venivano destinati alle famiglie di Ebrei. In seguito anche chi alloggiava nel Campo vecchio fu trasferito in quello nuovo.

I tedeschi intanto danno inizio già in febbraio (1944) alle deportazioni di ebrei (la prima deportazione da Fossoli risulta eseguita in data 26 gennaio ’44 e riguardava 83 anglo-maltesi trasferiti in un Campo di concentramento in Germania) per i Lager nazisti. Il 19 Febbraio, partì in direzione Bergen Belsen il primo convoglio; il 22 ne partì un secondo con destinazione Auschwitz, partì anche Primo Levi, anch’egli internato come deportato politico, fu uno dei 650 che furono deportati e fu uno dei 23 che ritornarono.

Il 15 marzo 1944 nel Campo di Fossoli si installarono d’imperio le autorità naziste per i loro scopi e la direzione italiana si trasferì nel Campo vecchio. Questo perchè dopo l’armistizio, l’Italia fu occupata dalle truppe tedesche e, Adolf Eichmann mise in pratica la “soluzione finale” degli Ebrei italiani. L’ufficio aveva sede in Verona con a capo Friedrich Bosshanner. La sigla era la stessa del suo corrispettivo in Germania: IVB4. I lavori si fermarono ma continuarono nel Campo vecchio per ordine del questore di Modena che nella sua relazione scrive: le baracche del Campo vecchio e i servizi igienici sono in pessime condizioni e quindi per ospitare gli sfollati dal Campo nuovo c’è bisogno di urgenti interventi.

Prima dell’arrivo dei tedeschi, la vita nel Campo era triste e angosciante, ma una parvenza di libertà permetteva di svolgere alcune attività e la questione dell’approvvigionamento alimentare era scarso ma non mancante e si poteva, tramite una cassa comune, acquistare in modo collettivo generi alimentari all’esterno o nello spaccio interno. L’organizzazione interna che si occupava degli internati, distribuiva varie competenze agli internati stessi: c’era un capocampo, un vice, un capo dei servizi, un caposervizio alimentazione, un addetto ai servizi legali, e in ogni baracca un capobaracca e infine i capicuochi/e addetti alla cucina. Fatto inconsueto: c’era un giornale murale su una parete, sul quale venivano riportate quotidianamente le notizie di regime, i turni di servizio e di lavoro. Se inizialmente si pensava ad un Campo solo per l’internamento di Ebrei, ben presto si pone il problema degli oppositori al nazifascismo, antifascisti, partigiani etc, più comunemente identificati e conosciuti poi come internati o deportati politici. Non mancarono l’ internamento di civili stranieri di nazionalità nemica.

Qui la nuova trasformazione del Campo, per mano delle SS di Verona: diventa un Campo di polizia e di transito (Polizeiliches Durchangslager) e vi sono internati Ebrei e oppositori politici destinati alla deportazione in Germania. Nella parte italiana, il Campo è destinato per lo più a cittadini civili stranieri di Stati nemici, ma serve anche per resistenti e persone sospette al regime. La parte italiana prese il nome di Campo Internati Civili di Fossoli. Gli internati del Campo Civili provenivano dalle colonie del Nord Africa. Nel 1942, a causa del collasso economico della colonia italiana in Libia, il suo governatore, Ettore Bastico, fa pressione sul ministro dell’interno italiano perché una parte dei cittadini appartenenti a Stati nemici fossero evacuati dal territorio.

Questo provvedimento investì gli Ebrei di cittadinanza francese (trasferiti a forza in Tunisia), Ebrei di cittadinanza britannica e cittadini greci e una folta comunità maltese di cittadinanza britannica (tutti trasferiti via nave in Italia, con un ingente sforzo economico e internati). Gli Ebrei anglo-libici furono internati in vari luoghi: Civitella del Tronto in provincia di Teramo; Civitella della Chiana e Badia al Pini in provincia di Arezzo; Bagno a Ripoli in provincia di Firenze; Polenza in provincia di Macerata. Gli anglo-maltesi ed i greci invece, furono destinati principalmente al Campo di Fraschette di Alatri in provincia di Frosinone.

Questo Campo, semi-abbandonato dopo l’8 settembre ’43, continuò ad alloggiare in semi-libertà gli ex internati fino alla sua definitiva chiusura di metà gennaio ’44. Chi non decise di abbandonare la baraccopoli, fu trasferito nel Campo di Fossoli e nel suo circondario. Dalle fonti ufficiali dell’Ispettorato di Ps in data 13 aprile ’44, nel Campo Internati Civili di Fossoli risultavano 854 internati così suddivisi: 672 anglo-maltesi, 122 fra greci, croati, inglesi, francesi e 60 italiani, rastrellati politici per il servizio del lavoro.

Nel settore tedesco, cioè nel Polizeiliches Durchangslager dove vi sono internati Ebrei e oppositori politici la situazione era così composta: all’interno del Campo era netta la separazione per tipologia di prigionieri: nel settore ebraico vi erano 8 capannoni, a due corpi, che effettivamente diventavano 16, e potevano contenere 256 prigionieri con una capienza massima di 2.048 posti letto. In mezzo c’erano le latrine ed i lavandini. Misuravano 11,60 metri di larghezza e 47 di lunghezza. Ai lati c’erano delle finestrelle basculanti. Il suo interno era diviso da cellette mediante un muretto che non arrivava fino al soffitto ma garantiva un po’ di privacy, infine c’erano letti a castello. Infatti per i nuclei familiari c’era la possibilità di vivere insieme.

I prigionieri politici erano rinchiusi in sette capannoni, a due corpi, che effettivamente diventavano 14, più spaziose rispetto agli ebrei, e potevano contenere 320 prigionieri con una capienza massima di 2.240 posti letto. Il numero massimo di prigionieri nel Campo nuovo fu di mille ebrei e duemila politici. Furono organizzati gruppi e turni di lavoro; la disciplina e il regime negli ultimi mesi si irrigidirono e si verificarono anche casi di eccidi gratuiti.

Il 6 giugno il questore emanò la chiusura del Campo che fu ben presto svuotato e in data 15 luglio risultavano ancora qualche centinaio di persone. Nel frattempo il direttore Taglialatela, ai primi di luglio fu sostituito dal commissario aggiunto di Ps Angelo Vannucchi, il quale consegnò ufficialmente il caseggiato del Campo vecchio alle autorità tedesche. Il Campo vecchio per internati Civili gestito dalle autorità italiane venne definitivamente chiuso.

Tornando indietro e analizzando la struttura del Campo, a fine marzo ’44, Fossoli era articolato in tre parti:
a) Una sezione amministrativa della prefettura di Modena conosciuta come Campo per Internati Civili, gestita da un corpo di guardia italiano, contenente prigionieri della Rsi non soggetto a deportazione: civili di Stati nemici, detenuti comuni, rastrellati ed ostaggi;
b) Una sezione amministrativa del comando della polizia di sicurezza per l’Italia, con ubicazione in Verona, gestita da un corpo di guardia tedesco, coadiuvato dal corpo di guardia italiano, sia per la sorveglianza esterna sia per il vettovagliamento, contenente prigionieri Ebrei destinati alla deportazione;
c) Questa sezione è uguale alla precedente salvo il contenuto degli internati che erano politici destinati alla deportazione. Nel complesso, i settori b e c corrispondono al Campo gestito dalle autorità tedesche.

Il 21 luglio del 1944 con l’avanzare del fronte alleato, il Campo fu chiuso e i prigionieri politici furono trasferiti nel nuovo Lager a Gries, vicino a Bolzano, realizzato in un vecchio complesso di autorimesse in disuso. Il 2 agosto partì l’ultimo convoglio di Ebrei in direzione di Buchenwald, Ravensbruck e Bergen Belsen. Il 5/6 agosto, il Campo fu evacuato completamente. I tedeschi insediarono una sezione che si occupava di inviare in Germania lavoratori. Uomini, donne, cittadini italiani, anche volontari, rastrellati e costretti a partire per il Reich come manodopera. Così, dall’ agosto 1944 fino al novembre, il Campo divenne un luogo di raccolta (General Bevollmachtige fur den Arbeitensatz) e poi fu chiuso definitivamente. Le testimonianze documentano il passaggio di un ingente numero di deportati che in alcuni periodi arrivava anche a 800 o mille. Tra loro anche molti politici, allontanati sbrigativamente dalla zona del fronte, nei mesi di agosto e settembre.

Un episodio che fece impressione a tutti gli internati del Campo fu l’assassinio a sangue freddo di Pacifico Di Castro avvenuto il 1° maggio del ’44. Il fatto avvenne davanti al piazzale dell’appello, quando Haage, accompagnato da un altro ufficiale, giunse al Campo per chiedere a Fritz un gruppo di persone per un lavoro. Dopo che questi se ne furono andati, arrivarono altri due ufficiali a prendere il gruppo, che credevano già pronto. Poco dopo arrivarono e gli diedero l’ordine di mettersi in fila, Di Castro non capendo il tedesco non seppe che posto prendere, Rieckhoff spazientito, prese la pistola del compagno e gli sparò.

Un altro caso fu l’arrivo al Campo di un uomo ucciso colpito alla schiena con un colpo di arma da fuoco in fuga durante il trasferimento in camion da Roma a Fossoli. Atti di violenza inaudita ad un fuggiasco politico poi ripreso, fuggito dal Campo praticando un foro nella recinzione esterna. Fu portato nel piazzale, alla presenza di tutti e lì duramente picchiato. Ci sono stati inoltre anche casi di violenza durante gli interrogatori.

Molti episodi hanno funestato la vita degli internati e tra questi, l’assassinio del giovane ed eroico avvocato Leopoldo Gasparotto, luminoso esponente del Partito d’Azione avvenuto il 22 giugno 1944. Un altro più grave ed assolutamente unico nella storia del Lager, fu l’assassinio di 67 internati del settore politico, a pochi chilometri dal Campo nei pressi del Poligono di tiro di Cibeno.

L’Eccidio fu progettato dalla Gestapo sezione IV di Verona in ritorsione all’attentato antitedesco attuato al bar Olanda situato in via del Campo a Genova il 25 giugno 1944, con la conseguente morte di sei militari tedeschi ed il ferimento di molti altri. Alcune analisi sono contrastanti sul motivo di questo eccidio.

“Fossoli occupa un posto di rilievo nelle vicende degli eccidi nazisti in Italia: qui il 12 luglio 1944 furono trucidati sessantasette prigionieri, in una strage avvolta per decenni da un cono d’ombra per una serie di ragioni, non ultima la centralizzazione della memoria ufficiale degli eccidi nazisti nel sacrario delle Fosse Ardeatine. Ancora senza risposta gli interrogativi sul motivo scatenante l’eccidio: rappresaglia decisa dal comando germanico di Verona per un attacco partigiano a Genova, oppure eliminazione di un gruppo di pericolosi “banditi” su decisione del comando Ss di Verona o, piuttosto, decisione concordata tra il comando di Verona e quello di Fossoli per stroncare progetti di evasione dal Lager. Egualmente imponderabile il criterio di compilazione della lista dei morituri, assai eterogenea.

L’avvocato Leopoldo Gasparotto, dirigente delle formazioni lombarde di Giustizia e Libertà, tra i primi a organizzare forme di lotta contro i tedeschi e a stabilire contatti con la rete antifascista elvetica, fu arrestato l’11 dicembre 1943 a Milano. Rinchiuso a San Vittore e torturato perché rivelasse i nomi dei collaboratori, resistette alle pressioni e fu infine internato a Fossoli, dove divenne l’elemento di riferimento di quanti intendevano organizzare un’evasione in massa. Allacciò collegamenti esterni al Campo finalizzati alla liberazione di un carico di ebrei diretto a Mauthausen e alla fuga dal settore dei detenuti politici, ma fu con tutta probabilità tradito e nel primo pomeriggio del 22 giugno 1944 un paio di Ss lo presero in consegna, su ordine del comando di Verona, per “interrogarlo”.

Lasciò il Campo ammanettato, su una vettura seguita da un furgoncino guidato da un sottufficiale delle Ss: “ad un certo punto fu fatto discendere e camminare e quindi ucciso alle spalle da una raffica di fucile mitragliatore”. Il veicolo rientrò nel Lager col cadavere di Gasparotto celato sotto un telone: una chiazza di sangue filtrata sotto l’automezzo fece intuire ai suoi amici la fine riservatagli. Inumato anonimamente nel cimitero di Carpi, nella tomba n. 551 del campo n. 7, secondo la versione ufficiale – sancita dal certificato di morte stilato dal comandante Titho – il giovane sarebbe stato colpito durante un tentativo di fuga.

L’assassinio fu concordato a Verona tra il comandante Titho e il generale Harster: il primo segnalò al superiore la pericolosità di Gasparotto, l’ufficiale delle Ss ne dispose l’eliminazione. Due giorni dopo l’uccisione dell’esponente del Partito d’azione, il sabotaggio dei binari nella tratta Carpi-Modena fece deragliare un convoglio militare germanico (due soldati morirono e cinque rimasero feriti): il comando di piazza fece rastrellare quindici contadini, sei dei quali fucilati all’alba del 25 giugno. L’identità delle vittime fu divulgata da un manifesto del commissario prefettizio, dal quale si desumeva l’estraneità all’attentato: “Il Comando Germanico fa affidamento sullo spirito di comprensione e di disciplina della popolazione tutta, e si augura che l’atto increscioso sia l’ultimo compiuto; invita inoltre ad assecondare le forze della polizia allo scopo di individuare i veri colpevoli”. I cadaveri rimasero esposti per diverse ore vicino alla stazione ferroviaria, lugubre monito ai “banditi”.

La brutale eliminazione di Gasparotto fu il preludio al dramma di Fossoli, preparato la prima decade di luglio in una triangolazione tra i comandi germanici di Genova e di Verona e la direzione del Lager, con la definizione del numero e dell’identità degli internati da fucilare, nonché del luogo designato per l’eccidio e delle modalità dell’esecuzione in massa. Il generale Harster trasmise l’ordine al maggiore Kranebitter, che a sua volta affidò al sottotenente Müller il compito di portarsi a Fossoli con un gruppo di Ss per attuare la rappresaglia.

La mattina dell’11 luglio 1944 Müller riscontrò col comandante Titho e coll’interprete Karl Gutweniger una lista di settanta internati, scelti tra i prigionieri classificati di “terza classe” (ovvero i più pericolosi, passibili di pena di morte), verificandone i fascicoli personali. All’amministrazione comunale di Carpi fu notificato l’ordine di sgombro del poligono per quarantotto ore, dalle 13 dell’11 luglio: il tempo necessario per l’apprestamento della strage e l’inumazione dei cadaveri in una fossa collettiva. Un ufficiale della Gnr rivolse analoga intimazione alla locale sezione del Tiro a segno nazionale. Un’ulteriore forma di compartecipazione dei fascisti alla preparazione dell’eccidio è testimoniata dal memoriale steso da un ex internato subito dopo la guerra:

“La sera prima era stata piazzata a cura dei repubblichini una mitragliatrice che dominava la piazza d’appello e prendeva d’infilata il viale principale del Campo; tale mitragliatrice venne tolta il giorno successivo alla fucilazione”. Nel timore di una ribellione di massa si erano predisposte le misure per l’eventuale repressione.
Durante il consueto appello delle ore 19 il vicecomandante del Campo, Haage, chiamò, scorrendo un foglio, i nomi delle persone che l’indomani sarebbero partite “per il Nord”; la modalità dell’appello, nominativo invece che numerico, indicava che qualcosa di straordinario stava per accadere. Contemporaneamente otto prigionieri ebrei venivano condotti al poligono di tiro di Carpi (in località Cibeno, distante circa 3 chilometri da Fossoli), per scavare una fossa profonda un metro e mezzo, lunga una decina di metri e larga cinque, evidentemente destinata ad accogliere le vittime di un’esecuzione capitale.

Prima ancora di venire segregati in una baracca con i loro bagagli, i settanta ostaggi compresero la sorte loro riservata, anche se molti manifestavano incredulità e speravano – nonostante tutto – in una risoluzione positiva. Se mai strage venne pianificata con freddezza, a tavolino, quella di Fossoli lo fu con la meticolosa precisione tedesca.

La lista dei morituri includeva esponenti dell’ala politica della Resistenza e di quella militare. L’età delle vittime predestinate oscillava dai venti ai sessant’anni; il loro orientamento variava dall’azionista al socialista, dal cattolico al comunista, dal monarchico al repubblicano; la condizione professionale era la più disparata: liberi professionisti, operai, contadini, militari, impiegati, insegnanti, ufficiali e soldati delle forze armate monarchiche…

A scampare fortunosamente all’eccidio fu Bernardo Carenini, tolto all’ultimo momento dalla baracca dei fucilandi e ricondotto con gli altri internati; la lista includeva 71 nomi, uno più del numero prestabilito, e la grazia toccò a Carenini grazie all’intercessione di una segretaria del Campo che lo aveva preso a benvolere. Un altro detenuto – Ettore Barbini – era stato invece sostituito per volontà di Titho, che ne apprezzava la maestria di capomuratore e intendeva servirsene in futuro.

Alle ore 4 del 12 luglio 1944 il primo scaglione di 25 persone uscì dalla baracca per salire sul camion che, secondo l’inattendibile versione ufficiale, doveva dirigersi al valico del Brennero. I prigionieri erano costantemente tenuti sotto tiro da Ss appostate agli angoli del cassone; il comandante Titho sedeva nella cabina di guida, a fianco dell’autista Koenig. Il breve viaggio si concluse al poligono di tiro dove, agli ordini del tenente Müller, l’interprete Gutweniger tradusse ai condannati il secco testo del comunicato che li destinava alla fucilazione, come rappresaglia per l’attentato genovese che la sera del 25 giugno al bar Olanda in via del Campo aveva causato la morte di alcuni marinai tedeschi e il ferimento di loro commilitoni. Quattro ufficiali delle Ss del reparto IV/A Gestapo di Verona (il tenente Karl Müller, i caporali Fritz Ehrke e Karl Rotter, il sergente Kurt Hasenstein) parteciparono alle fucilazioni.

I condannati, condotti dinanzi alla fossa comune, furono stroncati da un colpo esploso alle loro spalle; ognuno dei 12 componenti il plotone sparò contro due prigionieri e il venticinquesimo venne freddato da Müller, che ordinò il fuoco.
Alle 5 il camion era nuovamente a Fossoli per caricare il secondo contingente di 25 fucilandi, aggregati secondo l’ordine alfabetico; giunti al Campo furono dapprima rinchiusi nell’edificio del poligono di tiro e poi condotti dinanzi alla fossa comune.

Stavolta l’eliminazione si rivelò problematica, per la rabbiosa reazione di alcuni condannati rivoltatisi contro l’interprete Gutweniger e i guardiani che li attorniavano: “Allorché venne condotta in vettura la seconda partita dei detenuti sulla piazza del tiro a segno, dovetti di nuovo dar lettura dell’ordine di fucilazione. In quest’occasione i detenuti messi in fila, sarà stato un numero di venti, si scagliarono contro di me e contro il tenente Müller, che mi stava accanto. Tre dei detenuti mi strozzavano e tentavano di strapparmi la pistola. Nel frattempo la guardia russa del Campo sparò contro i fuggitivi, sicché mi dovetti gettare a terra trovandomi io stesso in enorme pericolo. Disteso a terra mi dovetti difendere contro due italiani, che mi avevano sorpreso e credo che il terzo frattanto poteva evadere. Ad eccezione di due o tre detenuti, i quali riuscirono a fuggire, tutti gli altri vennero finiti sul posto dalla guardia rossa del campo. Riportai in quell’occasione al dito mignolo della mano destra un colpo sfiorante”.

Le spoglie dei fucilati vennero raccolte dalla guardia russa del Campo e trasportate nella fossa comune. I nomi dei 67 martiri trucidati nel Poligono di tiro di Cibeno, frazione a circa 3 km a nord di Carpi, del 12 luglio 1944:

Andrea Achille,
Vincenzo Alagna,
Enrico Arosio,
Emilio Baletti,
Bruno Balzarini,
Giovanni Barbera,
Vincenzo Bellino,
Edo Bertaccini,
Giovanni Bertoni,
Primo Biagini,
Carlo Bianchi,
Marcello Bona,
Ferdinando Brenna,
Luigi Alberto Broglio,
Francesco Caglio,
Emanuele Carioni,
Davide Carlini,
Brenno Cavallari,
Ernesto Celada,
Lino Ciceri,
Alfonso Marco Cocquio,
Antonio Colombo,
Bruno Colombo,
Roberto Culin,
Manfredo Dal Pozzo,
Ettore Dall’Asta,
Carlo De Grandi,
Armando Di Pietro,
Enzo Dolla,
Luigi Ferrighi,
Luigi Frigerio,
Alberto Antonio Fugazza,
Antonio Gambacorti Passerini,
Walter Ghelfi,
Emanuele Giovanelli,
Davide Guarenti,
Antonio Ingeme,
Sas Jerzj Kulczycki,
Felice Lacerra,
Pietro Lari,
Michele Levrino,
Bruno Liberti,
Luigi Luraghi,
Renato Mancini,
Antonio Manzi,
Gino Marini,
Nilo Marsilio,
Arturo Martinelli,
Armando Mazzoli,
Ernesto Messa,
Franco Minonzio,
Rino Molari,
Gino Montini,
Pietro Mormino,
Giuseppe Palmero,
Ubaldo Panceri,
Arturo Pasut,
Cesare Pompilio,
Mario Pozzoli,
Carlo Prina,
Ettore Renacci,
Giuseppe Robolotti,
Corrado Tassinati,
Napoleone Tirale,
Milan Trebsé,
Galileo Vercesi,
Luigi Vercesi.

Alcune testimonianza sulla vita nel Campo di Fossoli

I ricordi di Nedo Fiano.
Siamo arrivati in una splendida giornata di primavera, era il 6 di aprile 1944. Il Campo di Fossoli, a differenza del carcere, da dove eravamo precedentemente rinchiusi, ha rappresentato per noi un senso liberatorio e sociale e lo abbiamo vissuto positivamente. Dopo le formalità all’ingresso del Campo, siamo stati destinati ad una baracca, e ricordo che era divisa in tante stanzette e sulla porta di una vidi il nome di mio fratello che aveva lasciato, insieme con la moglie ed il figlio, il giorno prima. E così non ci siamo incontrati.

Nel giro di qualche settimana arrivarono anche mamma e papà. L’incontro con mamma è stato molto straziante, non la vedevo da quasi due mesi e mezzo, e si dimostrò forte come sempre, senza autocommiserarsi dandomi la forza e la tenacia di sempre. Mi regalò due piccoli vasatti di marmellata … che io non posso dimenticare … nel nostro stato miserevole avermi fatto quel dono era un qualcosa di immenso, di grande. Iniziò una vita nel Campo che si protrasse fino a metà maggio.

Qualche volta, uscimmo a far la spesa a Carpi, sotto la sorveglianza della scorta, e negli occhi delle persone notavamo segni di solidarietà e compassione. Io ero in quel periodo capobaracca. Il comandante Titho, di origine boema, non era particolarmente feroce, ma il suo sguardo glaciale, durante gli appelli, ci preannunciava i Campi tedeschi e polacchi. Abbiamo organizzato una fuga, eravamo io ed altri tre, uno era di Venezia, Marco Brandes, un ex marinaio comunista, e dopo essere entrato a Fossile disse che in Germania non ci voleva andare … e insisteva … io vi dico che non ci voglio andare. Cominciò a rubacchiare nel magazzino e si procurò delle cesoie per tagliare i reticolati e ci disse: venite o non venite! Va bene veniamo anche noi. Poi a me è arrivato papà e mamma, il mio amico Giulio Levi si era fidanzato con una ragazza del Campo, Ugo Di Veroli, non ricordo bene, forse perché era amico di Giulo … abbiamo dovuto rinunciare a questa fuga.

Una notte abbiamo accompagnato l’amico Brandes nei pressi del reticolato e in pochi istanti non lo vedemmo più … rimase sempre nei nostri pensieri. La mattina seguente ci aspettavamo una punizione, come previsto dal regolamento, visto che durante l’appello mancava una persona, il Brandes. Fortunatamente non ci fu e restammo solamente qualche ora in più nel piazzale dell’appello. Dopo la guerra cercai a Venezia sue notizie … e lo trovai, si era salvato.
Siamo rimasti a Fossoli fino al 16 maggio, dopo essere stati portati alla stazione di Carpi, ci caricarono sui carri merci per destinazione ignota (Auschwitz).

I ricordi di Piero Terracina.
Arrivammo in camion da roma a Fossoli. Dopo le formalità dell’arrivo, ci misero tutti insieme, io con la famiglia, in una baracca e stendemmo una coperta per dividere il nostro poco spazio dalle altre famiglie. Trovai lì dei miei vecchi compagni di scuola e ricordo tra l’altro un Calò, Nedo Fiano, i Della Seta, gli Spagnoletto e molti altri. Qui non si lavorava, salvo in qualche sporadica occasione.

Dopo pochi giorni che eravamo lì dovetti assistere all’assassinio di Pacifico Di Castro, colpito da un colpo di pistola per mano di una SS, perché non aveva capito gli ordini dettati in tedesco o perché non si era tolto il cappello. Così arrivammo fino al 16 di maggio del 1944, quando ci fecero radunare tutti sulla piazza dell’appello e ci dissero che saremmo stati trasferiti. Ci diedero del pane e del formaggio, facemmo scorta di acqua e, con dei camion ci portarono alla stazione di Carpi e salimmo su dei carri bestiame. La sera il treno cominciò a muoversi per destinazione ignota (Auschwitz).

I ricordi di Sion Burbea.
Siamo arrivati con tutta la famiglia a Fossoli il 6 maggio del 1944. Il Campo era pieno di italiani, e noi anglo-libici eravamo considerati solo Ebrei. Dopo dieci giorni, il 16 maggio ci portarono alla stazione di Carpi e saliti sui vagoni merci arrivammo a Bergen Belsen.

I ricordi di Fausta Finzi in Fordera.
Il 22 aprile 1944, ricevemmo una telefonata di lavoro, papà aveva una ditta-laboratorio di chimica e l’appuntamento era fissato per sabato mattina. Non potendo terminare gli studi per le Leggi Razziali, a 23 anni andai a lavorare in ufficio con papà e quella mattina, in ditta, aspettammo il cliente. La persona interessata veniva da Triste e voleva una fornitura di vernici impermeabilizzanti per il legno e papà pensò che provenisse dai cantieri di Trieste.

Discutemmo e poco dopo la sua uscita, entrò Karl Otto Koch, ufficiale delle Ss (Gestapo) con un interprete e arrestarono mio padre asserendo che lo avrebbero portato presso l’Hotel Regina (sede della Gestapo di Milano) per interrogarlo. Io non volevo assolutamente lasciare solo papà, così ci caricarono in macchina e ci portarono direttamente al carcere di San Vittore.

Al nostro ingresso ci tolsero via tutto (borsa, orologi etc) e non c’era modo di avvertire la mamma e i parenti su quello che ci stava accadendo. Ci separarono ed interrogarono subito papà e poi me. Papà era nel braccio dove riunivano gli Ebrei mentre io in quello delle politiche. Ero figlia di matrimonio misto, mamma era cattolica e papà Ebreo e nessuno dei due, nella loro rispettiva religione, erano praticanti.

La mamma tramite un avvocato venne a sapere del nostro arresto presso il carcere e malgrado si sia prodigata per liberarci, pochi giorni dopo ci trasferirono al Campo di Fossoli gestito dalle Ss. Papà non sapeva niente, pensava che mi avessero lasciata libera, invece poco dopo al Campo ci incontrammo. Vidi la mamma dopo circa un mese, erano permesse delle visite e se ben ricordo una volta al mese. Inizialmente stavamo insieme, io e papà in una baracca, poi ci hanno divisi.

Lavoravo presso l’infermeria del Campo e gestivo l’armadio dei medicinali. Nel periodo che rimasi a Fossoli, non mancava giorno che arrivassero dei nuovi trasporti di vecchi, donne e bambini. Il vitto del Campo non era male e la mamma e altri nostri parenti, ci mandavano qualcosa da mangiare. Tutto sommato, in confronto con quello che ci aspettava, la vita a Fossoli non era poi così male. Tutti quelli che avevano trattorie o negozi si sono arricchiti con i soldi dei poveri diavoli che erano lì internati.

Ricordo che nel periodo che lavorai presso l’infermeria, conobbi Leopoldo Gasparotto: gli facevo le punture per una forte bronchite. Era una persona amichevole, disponibile e ricordo il giorno in cui il camion ritornò al Campo con dentro il suo corpo ormai inerme e l’uccisione dei 67 politici. Siamo rimasti qui circa tre mesi e alla fine di luglio del ’44, una mattina presto ci caricarono su dei camion (politici ed Ebrei) e ci portarono a Verona, restammo qui chiusi dentro una scuola per un giorno o due. Poi ci hanno divisi: in un treno merci mio papà fu portato ad Auschwitz mentre io a Ravensbruck.

Penso era il 2 agosto ’44. Il nostro convoglio era solo di donne e ci salutammo per l’ultima volta, io e papà, attraverso la grata del vagone piombato, non l’ho mai più rivisto. A pensare dalle voci che circolavano nel Campo: dicevano che gli Ebrei di matrimonio misto sarebbero rimasti a Fossoli fino alla fine della guerra, invece … certo non sarebbe stato piacevole ma insomma si poteva sopravvivere. Ricordo un fatto che nessuno ha mai parlato: la liberazione di Renata Levi, figlia di matrimonio misto, il cui padre da Fossoli è andato ad Auschwitz dove non fece ritorno.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

One thought on “Fossoli un lager dimenticato”

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