Musolesi Mario (Nome di battaglia Lupo),


Nasce il 13/1/1914 a Monzuno. Prestò servizio militare nei carristi in Libia. Quando scoppiò il conflitto era convinto che l’Italia lo avrebbe vinto e lo disse agli amici, anche se non era favorevole alla guerra. Nel 1942 fu fatto prigioniero dagli inglesi in Libia, ma riuscì a fuggire e a rientrare nelle linee italiane dopo tre giorni di marcia nel deserto. Nellʼestate 1943 fu rimpatriato, essendo rimasto ferito in combattimento. L’8/9/43 si trovava a Roma, in una unità corazzata. Fu tra i primi a prendere parte ai combattimenti che si svolsero a Porta S. Paolo contro i tedeschi. Da quellʼeroico e sfortunato fatto dʼarme trasse la consapevolezza – soprattutto dopo la fuga del re e la dissoluzione dellʼesercito – che spettasse al popolo il compito di risollevare la bandiera dellʼonore nazionale e combattere una guerra patriottica e di liberazione contro l’invasore tedesco e la rinata dittatura fascista.

Appena rientrato a Vado (Monzuno), dove abitava a Cà dei Veneziani, riunì alcuni amici ai quali propose di costituire una banda armata e di iniziare la guerriglia contro i nazifascisti. Tra i primi che aderirono alla sua iniziativa furono il fratello Guido, Giancarlo Betti, Cleto Comellini, Umberto Crisalidi, Sugano Melchiorri, Giovanni Rossi, Guido Tordi, Giorgio Ugolini e Alfonso Ventura.

Quasi contemporaneamente gli fu offerto l’incarico di segretario del PFR di Monzuno, subito rifiutato. Nell’ottobre picchiò pubblicamente un fascista che lo aveva accusato di avere diffuso manifestini antifascisti a Monzuno. Arrestato, venne liberato da Giovanni Rossi e altri. In seguito i fascisti arrestarono numerosi suoi familiari e gli bruciarono la casa. I gruppi armati operanti lungo le valli del Reno e del Setta si costituirono sin dall’autunno nella brg Stella rossa, della quale divenne il comandante.

Fu una delle più grosse e combattive della provincia di Bologna, anche se era unʼaltra la sua caratteristica: fu la sola a nascere su basi territoriali, espressione di una comunità civile che, unanime, aveva deciso di combattere contro l’invasore. Anche se ebbe importanti apporti di uomini provenienti da altri comuni, la brg potè contare su una forte maggioranza di partigiani reclutati nei comuni di Marzabotto, Grizzana e Monzuno.

Per questo ebbe sempre l’incondizionato appoggio della popolazione. Fu una brg indipendente, anche se il suo comandante era nato in una famiglia socialista. La base principale era su Monte Sole e la sua zona di operazioni spaziava dalla valle del Reno a quella del Setta da un lato e da quella del Lavino a quella del Samoggia dallʼaltro. Sotto la sua guida la brg divenne l’incubo dei nazifascisti, i quali avevano posto grosse taglie sulla sua testa. Nel febbraio 1944, mentre dormiva, una spia tentò di pugnalarlo e l’avrebbe ucciso se non fosse stata uccisa a sua volta da Alfonso Ventura.

Dotato di una grande capacità militare e di un coraggio divenuto presto leggendario, guidò i suoi uomini in decine di combattimenti. Conosceva la tecnica della guerriglia e l’applicava alla perfezione. Sorretta dalla solidarietà popolare – praticamente ogni famiglia aveva uno o più giovani tra i partigiani – la brg divenne la spina nel fianco dellʼesercito tedesco i cui trasporti stradali e ferroviari, tra Bologna e Firenze e Pistoia, erano continuamente sottoposti ad attacchi.

Il primo di una lunga serie di convogli ferroviari militari fu fatto saltare il 23/11/43 lungo la Direttissima. Per questo, tra maggio e settembre 1944, i tedeschi organizzarono una mezza dozzina di rastrellamenti nella zona di Monte Sole. Per non coinvolgere la popolazione nelle rappresaglie nazifasciste, la brg si spostava continuamente, per poi tornare alle basi di partenza. La sua tendenza a ritornare sempre a Monte Sole, fu criticata da una parte dei comandanti dei btgg, uno dei quali, Melchiorri, era del parere che la formazione dovesse spostarsi definitivamente in altra zona. Quando il dissidio divenne insanabile – il che avvenne il 27/6, mentre la formazione si trovava a Monte Ombrare (Zocca – MO) – Melchiorri lasciò la brg con un centinaio di uomini.

Musolesi ebbe un difficile rapporto anche con il CUMER, al quale contestava il diritto di nominare i commissari politici perché, a suo parere, dovevano essere eletti dalla base e non inviati dall’esterno. Il contrasto più grosso con il CUMER si verificò tra agosto e settembre, quando fu reso noto il piano per l’insurrezione popolare. Il CUMER aveva deciso di dividere le forze partigiane in due grossi gruppi. Le brgg della città e della pianura e alcuni reparti di quelle della montagna avrebbero dovuto concentrarsi a Bologna e insorgere all’arrivo – ritenuto imminente – degli alleati. Le altre brgg della montagna, compresa la Stella rossa, avrebbero dovuto concentrarsi in punti prestabiliti dell’Appennino, alle spalle della Linea gotica, e attaccare i tedeschi nel momento in cui gli alleati avessero sferrato l’offensiva, per favorirne l’avanzata.

A lui sarebbe spettato il compito di guidare le brgg della montagna nella difficile operazione. Rifiutò il comando e criticò il piano insurrezionale, con una lettera in data 14/9/44. In essa si legge: «Io non accetto di assumere il comando della zona per i seguenti motivi: 1) Dati incerti sull’armamento, munizionamento e sul numero degli effettivi delle altre Brigate; 2) Pratica impossibilità di un collegamento rapido e sicuro con le altre Brigate che nel momento attuale riesce sempre più difficoltoso per il controllo delle strade che, con l’avvicinarsi del fronte, aumenta sempre più d’intensità; 3) Situazione delle munizioni della mia Brigata (vedi foglio del giorno 12 corrente) che per la scarsità delle stesse non mi consentono un’azione di fuoco della durata superiore alla mezza giornata rendendomi oltre che impossibile quasi unʼazione offensiva, schiavo (come sono) della difesa».

Alla fine di settembre – quando erano ancora in corso le trattative tra le brg e il CUMER – grossi reparti di SS accerchiarono Monte Sole e iniziarono l’eccidio, nel quale persero la vita circa un migliaio di persone. Guidate da fascisti locali, le SS si scatenarono contro la popolazione, uccidendo donne, vecchi e bambini, bruciando le case, le chiese e le scuole di Monte Sole.

Come disse nel 1951, quando fu processato a Bologna, il comandante nazista Walter Reder aveva avuto l’ordine di distruggere la brg «senza considerare le perdite che sarebbero avvenute da ambo le parti». La
mattina del 29/9/1944 Musolesi restò accerchiato con una decina di partigiani, tra i quali Pierino Bolognesi, in una casa colonica a Cadotto (Marzabotto). Perse la vita in una sortita disperata per rompere l’accerchiamento.

Il suo nome è stato dato alla brg Stella rossa, a una strada di Bologna e alla sezione del PSI di Marzabotto. Gli è stata conferita la medaglia d’oro alla memoria con la seguente motivazione:

«Comandante di brigata partigiana, paralizzava con ogni mezzo il transito nemico nella zona da lui occupata. Animatore instancabile, con la sua formazione rintuzzava vittoriosamente innumerevoli attacchi condotti dal nemico, per oltre un anno, in forze prevalenti. Attaccato infine da schiaccianti forze di S.S. tedesche si difendeva disperatamente e cadeva da eroe alla testa dei suoi uomini.».

Cadotto di Marzabotto, 29 settembre 1944

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

7 pensieri riguardo “Musolesi Mario (Nome di battaglia Lupo),”

  1. Ciao, sono Diana Rossi, figlia di Giovanni Rossi, mio padre era nella seconda guerra mondiale, mi ha sempre raccontato di un amico con cui stava combattendo e che lo ha aiutato a fuggire, la sua storia è in linea con il suo amico Lupo, nella data e nella zona in cui hanno partecipato, purtroppo quando Mio padre mi ha detto la sua storia, lui era molto vechio e non ricordo il nome del suo amico. Mi piacerebbe avere più informazioni da Lupo e scambiare informazioni. Grazie mille

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      1. Nel tuo relatto di Musolesi Mario (Nome di battaglia Lupo), hai scritto che un huomo chiamato Giovanni Rossi aiutó a Mario a liberare della SS, dopo mio papa mi ha detto che hanno partecipato nella brigata partigiana nell triangolo della morte, (Modena, Reggio y Bolonia), un anno prima di finire la guerra. Dopo Non l’ho mai più visto. Mi papa e nato a Roma il 13 de luglio 1926, e morto in Venezuela il 26 de febraio di 2007. Mi piacerebbe sapere se tu hai piu informazione di Giovanni Rossi, io sto scrivendo un libro della storia del mio padre nella guerra e mi piacerebe piu informazione e confermare se é il stesso Giovanni Rossi. anche mi piacerebe sapere si tu hai foti con i nomi. grazie mille.

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      2. Su Giovanni Rossi ti invio quello che ho trovato.

        Rossi Giovanni, detto Gianni, da Ottorino e Palma Betti; n. lʼ11/2/1923 a Marzabotto. Nel 1943 residente a Bologna. Licenza elementare. Operaio. Subito dopo lʼ8/9/43, assieme a Mario Musolesi organizzò i primi nuclei partigiani nella zona di Vado (Monzuno) e alle pendici di Monte Sole che diverranno poi la brg Stella Rossa. Nella stessa brg divenne vice comandante. Rimase ferito in combattimento, il 29/9/44, in uno scontro con i tedeschi impegnati nelle operazioni di annientamento della brg e di rappresaglia che andò sotto il nome di «eccidio di Marzabotto».
        Successivamente, con un gruppo di partigiani, superata la linea del fronte, si unì alle truppe americane della 5.a Armata, fissando il comando del nuovo raggruppamento a Castiglione deʼ Pepoli. Il fratello Gastone cadde nella Resistenza. Nellʼeccidio di Marzabotto perse lo zio Calisto Rossi, la zia Giovanna Esperidi in Rossi, la cugina Ines Serra in Rossi, il nipote Giuseppe Rossi, il cugino Sandrino Rossi.
        Riconosciuto partigiano, con il grado di maggiore, dal 16/9/ 43 alla Liberazione.

        La sua testimonianza

        La Brigata «Stella Rossa» si è formata con un piccolo gruppo di una decina di giovani subito dopo l’8 settembre. Il Lupo, che poi divenne il comandante, ed io eravamo fra questi. Cominciammo a fissare delle «basi» nella montagna di Vado.
        Non ci fermavamo mai in una casa e spesso si dormiva alla macchia. Il gruppo non aumentò di molto durante l’inverno: vennero pochi altri giovani e anche qualche inglese fuggito ai tedeschi. In marzo, invece, cominciammo ad aumentare: vennero anche da Bologna, dalla provincia e vi furono anche dei carabinieri che facevano servizio sulla «Direttissima» che passarono con noi: fra questi anche un ufficiale.
        II 15 marzo sabotammo il treno tedesco nella galleria della «Direttissima», fra
        Pianoro e Vado, facendo saltare in aria 44 vagoni carichi di benzina, armi e munizioni e poi cominciammo gli attacchi organizzati con squadre volanti ai presìdi fascisti e tedeschi della zona. Noi attaccavamo e poi ci ritiravamo nella macchia senza lasciare traccia e queste azioni causarono perdite gravi al nemico.
        In maggio eravamo già in più di 200 e in settembre circa un migliaio. Da maggio la Brigata cominciò a dividersi in battaglioni che avevano autonomia operativa. Il comandante della Brigata era il Lupo (Mario Musolesi, un sergente dei carristi, nativo del luogo), ed io ero il vice comandante. I comandanti di battaglione erano Otello Musolesi, Alfonso Ventura, Walter Tarozzi e Cleto Comellini. La zona «base» non cambiò mai: cioè rimase sempre nella zona di Vado – Monte Sole, che era bene protetta. Spesso i battaglioni, le compagnie e anche piccole squadre si spostavano per azioni militari senza per questo determinare lo spostamento della Brigata.
        Il primo grosso scontro coi tedeschi lo avemmo il 28 maggio 1944. I tedeschi salivano da Marzabotto e da Vado, anticipati dal fuoco delle batterie contraeree che dalla strada di Monzuno avevano puntato sulle nostre case. Il comando era a Ca’ Bragadè. Noi ci appostammo perchè li volevamo aspettare alla distanza giusta e fino a sera vi furono attacchi e contrattacchi nelle zone di Monte Silvestro, Monte La Villa, Monte Sole e nelle frazioni di Caprara e San Martino. In complesso si combattè per 15 ore. I tedeschi erano molto superiori di numero, anche come mezzi e inoltre erano appoggiati da reparti fascisti; però, alla fine della giornata di battaglia, furono loro ad andarsene e con perdite gravissime. Ricordo che li inseguimmo fino ai fiumi Setta e Reno: il Lupo fu bravissimo ed era sempre nelle prime file dove lo scontro era più duro. Due dei nostri morirono e altri tre furono feriti e se le nostre perdite furono così limitate è dovuto al fatto che, oltre ad avere bene condotto la battaglia, eravamo anche bene armati: infatti a maggio avevamo già avuto alcuni «lanci» di armi dagli alleati. I «lanci» erano il risultato di un collegamento con l’OSS alleata, avvenuto tramite un accordo fra il Lupo e un graduato della marina italiana che era collegato con il servizio alleato. La parola d’ordine per il «lancio» era «Mario si prepari», trasmessa da Radio Londra e che voleva dire che stavano preparando il «lancio», poi «Gli uccelli cantano», che significava che quella notte avveniva il «lancio». Il «lancio» veniva fatto nelle strade e nei campi vicino a Gardeletta e noi bloccavamo tutta la zona. In questo modo non abbiamo mai perduto nessun «lancio». Ogni «lancio» era formato da 36 paracadute che sostenevano dei grandi cilindri di ferro lunghi circa due metri e di 70 centimetri di diametro: dentro c’erano armi, tritolo, vestiti, munizioni e anche viveri.
        Il 4 giugno distruggemmo i magazzini della «Todt» a Baragazza e l’azione partigiana favorì lo sciopero degli operai ingaggiati dall’organizzazione tedesca. Il 24 giugno i tedeschi, insieme a gruppi di SS italiane e di fascisti, tentarono ancora di sloggiarci a Monte Vignola, ma noi creammo un diversivo con mezza Brigata a Monte San Pietro e alla fine rimasero nella trappola ed ebbero perdite gravissime perchè furono centrati in pieno dal nostro fuoco. La nostra superiorità era dovuta anche alla mobilità dei nostri reparti e alla conoscenza perfetta del terreno. Un mese dopo esatto attaccammo e distruggemmo una colonna di dieci autocarri tedeschi a Pioppe di Marzabotto e nello scontro morirono 64 soldati tedeschi.
        Verso metà agosto i tedeschi ripresero l’offensiva contro la Brigata che con le sue azioni ormai bloccava tutta la zona. Il nostro 2° distaccamento fu attaccato il 18 agosto, ma anche stavolta i tedeschi dovettero ritirarsi dopo aver perduto 7 uomini e il giorno dopo attaccarono la zona tenuta dal 3° distaccamento: il primo urto fu respinto, poi i tedeschi riattaccarono nel pomeriggio e dopo circa due ore di lotta i nostri si sganciarono e si portarono insieme al grosso della Brigata fra Monte Rifredi e Monte Oggioli. Allora noi iniziammo una manovra d’accerchiamento cui seguì un combattimento che durò fino alle sette di sera, quando il Lupo, per non restare bloccato durante la notte, spostò tutte le forze senza perdite.
        Si deve anche ricordare che fra maggio e settembre la «Direttissima» fu presidiata dai nostri partigiani e i tedeschi per due interi mesi non l’usarono mai: riuscimmo anche, con la nostra sorveglianza armata, a salvare i ponti e viadotti che da Vado vanno fino alla grande galleria di Lagaro, pur contrastando il traffico militare.
        Il 29 settembre i nazisti attaccarono in forze di nuovo le nostre «basi». Il comando stavolta era a Cadotto e noi eravamo, come ho detto, circa un migliaio.
        L’offensiva cominciò che non era ancora l’alba: era una giornata di pioggia e i sentieri erano pieni di fango. Il fronte era già molto stretto: gli americani infatti erano già a Lagaro, a circa 5 chilometri in linea d’aria. I battaglioni coprivano tutta la zona da Monte Salvaro a Monte Sole e i tedeschi attaccarono da tutte le parti. La battaglia fu terribile; si combattè dentro le case e spesso i tedeschi furono costretti ad arretrare.
        La sede del comando era la punta avanzata e qui la lotta fu durissima. I nazisti circondarono la casa e noi combattemmo fino a sera. Io restai ferito nelle braccia e al piede sinistro; molti morirono combattendo e fra questi il nostro valoroso comandante
        Lupo e anche Gamberini, che era comandante di compagnia. Li ritrovammo molti mesi dopo che la battaglia era finita: quella zona infatti divenne «terra di nessuno» e così restò fino all’avanzata di aprile. Tutti gli altri reparti furono impegnati in una dura battaglia che terminò alla sera con il ritiro dei tedeschi dalla zona. Ma anche noi fummo costretti a spargerci in molte direzioni e i vari gruppi restarono senza collegamenti e senza direzione operativa.
        La stessa notte i tedeschi cominciarono la rappresaglia contro la popolazione civile dando inizio al massacro di Marzabotto. Parte della Brigata si unì poi agli alleati pochi chilometri oltre a Lagaro e a Monzuno e continuò a combattere. Io, invece, ferito, restai quindici giorni fra i due fronti, con un gruppo di partigiani e appena rimessomi un po’, mi unii agli americani e il nostro comando si fissò a Castiglione de’ Pepoli. La «Stella Rossa» continuò a combattere con azioni di «commandos», anche difficilissime, fino alla liberazione di Bologna. Altri partigiani della «Stella Rossa», rimasti senza collegamento, si unirono ad altre Brigate che operavano in zone limitrofe e anche nell’interno della città di Bologna.
        Fonti biografiche:

        LUCIANO BERGONZINI – LA RESISTENZA A BOLOGNA – TESTIMONIANZE E DOCUMENTI – VOLUME III – Istituto per la Storia di Bologna 1970

        Dizionario biografico – (R – Z) – Luigi Arbizzani, Nazario Sauro Onofri – Bologna, 1998

        Augurandomi che sia la persona che cerchi per le foto ti chiedo un po’ di tempo.

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