25 luglio 1943


L’annuncio della caduta di Mussolini, fin dalla tarda serata del 25 luglio 1943, provoca immediate reazioni popolari a Bologna, a Carpi, a Modena e a Parma Altre manifestazioni di grandi dimensioni si sviluppano nel corso della settimana che va dal lunedì 26 al sabato 31. Reagiscono le avanguardie antifasciste, cessa la sopportazione di larghi strati di popolazione che sono stati indotti a sentimenti contrari al regime in seguito alla sua politica sul terreno economico e guerrafondaio, con tutte le sue conseguenze.

Reagiscono strati della popolazione che erano stati piegati dalla violenza e anche dalla demagogia del fascismo, sempre mal sopportate, e reagiscono, ancora, strati di popolazione rimasti permanentemente afascisti. Soprattutto reagiscono i lavoratori sui posti di lavoro abbandonando le fabbriche, partecipando a manifestazioni popolari nelle quali portano una loro impronta, sostenendo loro rivendicazioni e proposte.

Anche a Casalecchio una parte degli abitanti si riversò nelle strade nelle giornate successive al 25 luglio 1943, manifestando la propria gioia per la caduta del Fascio con la speranza che fosse posta fine alla guerra che causava morte e fame. Un corteo con alla testa Dante Bitelli, Novello Gamberini e Gaetano Stanzani percorse le vie del Centro e si fermò davanti alla Casa del Fascio, l’attuale Teatro Comunale.

Alcuni salirono le scale, infransero le porte, penetrarono negli uffici. E dall’alto cominciarono a cadere giù attraverso le finestre i ritratti del Duce e dei gerarchi, documenti, fascicoli e libri. E sotto ne fu fatta una catasta alla quale fu appiccato il fuoco. Attorno al falò una cinquantina di giovani e di anziani, di uomini e donne, si mossero in un gioioso girotondo cantando e ballando e gridando contro il Duce, il Re e la guerra.

Ubaldo Gardi, l’arrotino, divelse i fasci d’ottone dalle porte e seguito dagli altri s’incamminò verso il ponte del Cavalcavia dove spezzò con una grossa mazza i Fasci di cemento che ne ornavano i piloni. La gente applaudiva.

Alcuni fascisti locali furono obbligati per qualche giorno a coricarsi presto. E quando i Carabinieri tentarono di fare l’elenco di coloro che avevano preso parte agli “atti vandalici” contro la Casa del Fascio, nessuno fiatò.

La caduta del governo attraverso le testimonianze di chi ha vissuto quel giorno

Mario Gandini San Giovanni in Persiceto.
Com’è noto, la sera di domenica 25 luglio 1943, alle ore 22,45, la radio italiana interruppe un programma di canzonette e Giovan Battista Arista, lo speaker del regime, lesse il dispaccio diramato alle 22,25 dall’Agenzia «Stefani» recante lo storico annuncio delle dimissioni di Mussolini:

«Sua Maestà il Re e Imperatore ha accettato le dimissioni dalla carica di Capo del Governo, Primo Ministro Segretario di Stato, presentate da Sua Eccellenza il Cavaliere Benito Mussolini ed ha nominato Capo del Governo, Primo Ministro Segretario di Stato Sua Eccellenza il Cavaliere Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio».

Il sorprendente annuncio fu udito in qualche bar.
Il barista Enzo Tesini lo comunicò ai suoi clienti; alcuni non volevano credere, mentre Antonio Stefani e i suoi amici, senza proferire parola, uscirono e corsero a casa di Gaetano Bencivenni, in Via Vecchia Zenerigolo, n. 2, ad ascoltare Radio Londra: con immensa gioia ebbero conferma della notizia.
La notizia si diffuse anche in piazza.

Colombo Cotti, Giorgio Querzè e Turibio Serrazanetti si recarono nel negozio di quest’ultimo, entrando dalla porticina di Via D’Azeglio, ed ebbero anch’essi la conferma da Radio Londra.
Poco dopo la trasmissione, come testimonia Massimo Zambonelli, il commerciante Lino Forni riferiva la notizia in una sala del Circolo cittadino che aveva sede al piano terreno della Casa del Fascio. Il rag. Pietro Zambonelli trasmetteva l’annuncio in un’altra sala: «Mussolini ha dato le dimissioni!».
Dei presenti intervenne il gerarca fascista Elio Zambonelli per affermare che «il governo fascista non era governo da dar dimissioni».

Il rag. Zambonelli, avendo confermato l’attendibilità della notizia — forse con una punta di malcelata soddisfazione —, fu invitato ad uscire.
Forse fu questa l’unica reazione, l’unico atto di resistenza da parte fascista registrato a San Giovanni in Persiceto all’annuncio della caduta di Mussolini.
La mattina di lunedì 26 luglio un reparto di lanciafiamme proveniente dalla caserma di Via Modena, al comando di un ufficiale, circondò la Casa Littoria, si fece consegnare le chiavi dal personale in servizio e occupò i locali; alcuni soldati scaraventarono un busto del duce da una finestra nel cortiletto a est del palazzo.

Ivo Vincenzi Casalecchio di Reno
… E così giunse il 25 luglio 1943 che segnò finalmente il crollo del regime mussoliniano. Vissi quelle giornate di gioia nelle strade e nelle piazze di Bologna. Al mattino del 26 luglio io e il compagno Ubaldo Gardi formammo un corteo che girò per le strade del centro e si concluse a Porta Saragozza. Un maresciallo dei Carabinieri mi aveva consegnato una bandiera tricolore dicendomi di mantenere l’ordine e la disciplina, evitando che la folla assaltasse e devastasse i negozi. Io feci del mio meglio per assolvere quel compito. E come ricompensa alla fine di settembre venni arrestato e portato nuovamente
in San Giovanni in Monte con l’accusa d’aver disarmato un carabiniere.

Gastone Dozza
Quando il 25 luglio del 1943 cadde il Fascismo io avevo 13 anni. Vidi la manifestazione di gioia dei casalecchiesi ed osservai come vennero devastati gli uffici della Casa del fascio. Devo però dire che a quell’opera di distruzione parteciparono anche persone che si preoccupavano di far scomparire documenti compromettenti per qualcuno.

Carlo Venturi
Del resto, l’ideale fascista si stava rivelando per quello che era nei vari fronti della guerra, la quale causava lutti, rovine e fame. La guerra fu ben presto condannata dalla maggioranza della popolazione. Ed io ricordo le manifestazioni di gioia del 25 luglio 1943 quando il Duce fu messo in minoranza nel Gran Consiglio e poi imprigionato.
In Piazza Maggiore a Bologna partecipai al primo comizio della mia vita. L’oratore stava in piedi sulla scalinata della Basilica di San Petronio. Davanti a lui s’erano radunate centinaia di persone. Era un uomo anziano, piccolo, stempiato, dagli abiti dimessi. Accanto a sé aveva una cassa piena di polli spennati. Mentre parlava contro il testone di Predappio, prendeva di tanto in tanto un pollo, lo agitava in alto e lo buttava nel mezzo della folla gridando: «Ecco, mangiate, fate festa. Questi polli erano destinati ai fascisti. Ora il Duce è caduto. Mangiateli voi, oggi è un giorno di festa. Viva la libertà!»
Presi un pollo anch’io e lo portai a casa. Da un pezzo la mia famiglia non faceva un simile pranzo.
Il giorno seguente, a Casalecchio, vidi passare il corteo di quelli che si recavano alla Casa del fascio per bruciare i ritratti di Mussolini ed osservai con piacere come Gardi l’arrotino spezzava con una grossa mazza gli stemmi del Fascio che ornavano il ponte del Cavalcavia.

Bruno Stanzani
Ero un operaio-studente quando il 25 luglio 1943 ci fu la caduta del Duce. Con l’entusiasmo dei miei 16 anni partecipai alla manifestazione che si tenne a Casalecchio. Gli organizzatori del corteo furono gli antifascisti Dante Bitelli, che era stato un detenuto politico, Novello Gamberini, mio padre Gaetano Stanzani. Io e i miei amici Silvano laboli e Guido Malossi ci divertimmo moltissimo a marciare e a cantare per le strade del paese ed a ballare attorno al falò acceso davanti alla Casa del fascio ed alimentato coi ritratti di Mussolini, le foto dei gerarchi fascisti, i documenti e le carte del Partito fascista. La manifestazione di giubilo per la caduta del fascismo fu per me e per molti giovani come me il primo assaggio della politica

Cesare Clemente Minganti Imola
Il 25 luglio ci colse di sorpresa: il Re aveva fatto arrestare Mussolini, il popolo di Imola esultò; manifestò, in modo mai visto, con decine di migliaia di persone, spontaneamente.
Quel giorno ero con un gruppo di giovani della « Cogne » ed altri che, come me, avevano recapito nel rione, anzi nel prato o piazza, di Porta Montanara (oggi piazzale Bianconcini). Inseguimmo qualche fascista di quelli che avevano commesso angherie o che avevano bastonato nel 1921. Con noi c’era Franco Franchini (« Romagna ») che, avendo qualche anno in più, ci aveva detto molte altre cose oltre quelle che già sapevamo dalle nostre famiglie.
Nerio Poggiali, detto « l’inzgnier », io ed altri, lavorammo di mazza e scalpello per demolire le insegne fasciste, sparse un poco ovunque e mentre scalpellavamo i fasci del ponte di viale Dante, Nerio ed io fummo arrestati da dei militari che, al comando di un capitano, circolavano con autocarri armati allo scopo, si disse, di « mantenere l’ordine », che, per la verità, non era minacciato da alcuno.
Si chiedeva solo che gli antifascisti fossero liberati dal carcere e dal confino. Nerio ed io passammo due giorni nelle camere di sicurezza della caserma Dalla Volpe, sede del presidio di Imola. Avemmo allora occasione di vedere alcuni giovani che erano stati percossi a sangue dai seguaci di quel capitano, che era probabilmente un fascista.

Giancarlo Vannini
Il 25 luglio cade il fascismo. A Imola la porta dei Servi è in festa, il gruppo rionale fascista è dato alle fiamme dalla popolazione e le fotografie dei gerarchi del regime incorniciate di stereo e allineate per l’ultima sfilata. Quanta felicità si legge nei volti della gente del rione in quei giorni! Vent’anni di manganellate, di olio di ricino, di reclusione serale, di galera, di confino avevano solo temprato questa gente che si ritrova unita nella gioia, dall’anziano che personalmente ha subito le angherie, ai giovanissimi. I giovanissimi, dai pantaloni rotti e dai piedi scalzi, più che mai sono pronti a battersi contro il ritorno dei fascisti.

Gaetano Rossi Medicina
Arrivò il 25 luglio 1943 e cadde la dittatura fascista. La sera dello stesso giorno ci trovammo in un numero abbastanza grande e decidemmo di organizzare per il giorno dopo una manifestazione antifascista. La manifestazione riuscì molto bene in quanto i fascisti locali di fatto non esistevano più, tanto erano demoralizzati sia moralmente che politicamente. Gli organizzatori principali della manifestazione furono: Orlando Argentesi, Pietro Bragaglia, Bruno Baroncini, io ed altri. Ottenemmo risultati lusinghieri, anche dal punto di vista politico, in quanto avemmo dalla nostra la simpatia della popolazione ed in particolare quella dei giovani, i quali costituirono in seguito il nerbo delle forze della resistenza organizzata contro i nazifascisti

Bruna Amadori Verdelli Bologna
Il 25 luglio 1943 mio marito era a Viserbella, io a Bologna e ricordo che in mezzo a via Roma picchiai una certa signora Iodi, che era un’agente dell’OVRA, e abitava, come abita tuttora, al n. 18 dell’attuale via Marconi. Mentre mio marito a Viserbella, come segretario della federazione di Rimini, organizzava il partito e le formazioni partigiane e nella casa ospitava vari funzionari e fra questi Leonida Roncagli, la famiglia di Vefenin Grazia e tanti altri, a Bologna io mandavo avanti i negozi. A un certo momento mi venne requisito dai tedeschi quello di via Roma, perché aveva una portata di oltre trenta quintali. Mi fu pertanto difficile proseguire a nascondere i compagni che poi inviavo a Viserbella e per fare questo utilizzammo anche la casa di mia madre, in via S. Felice, n. 103, poiché mia madre era anch’essa a Viserbella. In quella casa vi andò anche Mario Peloni, e si tennero le prime riunioni dopo il 25 luglio con Arturo Colombi ed altri.

Renato Romagnoli
Il 25 luglio 1943, alla caduta del fascismo, avevo da poco compiuto 16 anni ma già da alcuni mesi ero organizzato, per iniziativa e merito di Primo Cavicchi, nel gruppo comunista operante nella fabbrica « Buini e Grandi ». Lavoravo come operaio apprendista nelle officine « Cevolani », nel quartiere Bolognina, dove si costruivano macchine utensili e ingranaggi per un’industria fornitrice della Marina Militare. Partecipai allo sciopero nei giorni 26 e 27 luglio e all’azione, riuscita, per fare uscire gli operai andati al lavoro sia nella mia che in altre fabbriche. La tensione era grande, gli ufficiali più ligi alle disposizioni dello Stato Maggiore, minacciavano in continuazione di aprire il fuoco sui manifestanti se gli assembramenti non si fossero sciolti. Vi furono scontri e qualche ufficiale più esagitato fece seguire alle parole i fatti e si sparò davanti all’officina « Minganti », prospiciente la mia, dove un operaio rimase ferito.

Renata Tubertini Zarri
Un’altra giornata che non potrò mai dimenticare è quella del 26 luglio 1943 a Bologna. La notizia della caduta di Mussolini io la sentii alla radio, la sera del 25 luglio, alle 23, a San Martino in Argine di Molinella dove ero sfollata.
La mattina presto presi la bicicletta e mi diressi a Bologna con una gran fretta di arrivarvi e credo di non avere mai visto nella campagna tanta gente sbucare da ogni parte e tutti sorridenti dalla gioia e ci salutavamo tutti come fossimo sempre stati amici.
Mi trovai a Bologna in mezzo a un grande corteo pieno di bandiere che dalla periferia si dirigeva verso la piazza centrale. Rimasi sorpresa, ed è dire poco, vedere tanto entusiasmo, tanti giovani, tante bandiere rosse e tricolori.
Mi infilai anch’io fra le colonne di operai che si avviava lungo la via Indipendenza.
Tutti cantavano, inneggiavano alla fine del fascismo, chiedevano il rilascio dei detenuti politici che numerosi erano nelle carceri e nella Questura.
Davanti al monumento di Garibaldi parlò il giornalista Ezio Cesarini, del « Carlino » che era un antifascista. Poi, quando fummo all’altezza di via Manzoni, vedemmo un altro comizio e qui parlava un ufficiale mutilato, la medaglia d’oro Luigi Missoni che inneggiava al re e a Badoglio e chiedeva che tutti si unissero per l’abbattimento definitivo del fascismo e la fine della guerra.
Verso le 10 la manifestazione era imponente. Dalla scalinata di San Petronio lo scrittore Antonio Meluschi parlò alla folla che cresceva. Alcuni salirono alle finestre di Palazzo d’Accursio per parlare, ma non si sentiva niente, poi arrivarono delle colonne di ciclisti con bandiere e fu tutto un su e giù a portare fiori al monumento di Garibaldi, a quello al « Popolano », alla Montagnola. Poi vi fu un finto funerale di Mussolini: il carro funebre, per l’occasione, fu il furgone cellulare che tante volte aveva trasportato i nostri compagni in prigione.
Quelle manifestazioni, che sembrava non finissero mai, erano festose, ognuno voleva gridare la sua gioia e, sebbene molti fascisti (in borghese, però, e senza la « cimice » all’occhiello della giacca) fossero in circolazione non si andò oltre alla distruzione di qualche stemma del fascio. Persino il « Carlino », ancora diretto da Giovanni Telesio, riconobbe il carattere patriottico della manifestazione.
Tuttavia anche in quella giornata fu versato sangue e ancora una volta ad essere colpito fu un operaio e a sparare fu un uomo in divisa. Il fatto avvenne davanti alla officina « Minganti », alla Zucca, mentre gli operai uscivano per unirsi al corteo che si avviava verso la piazza. Chi sparò direttamente contro di lui fu un ufficiale che aveva inteso a modo suo il comunicato del re.

Lorenzo Vanelli Ventotene
La mattina del 25 luglio 1943 non c’era un milite fascista per le strade, né in tutta l’isola; erano spariti come se un tromba d’aria li avesse risucchiati e trasportati lontano. Solo il direttore della colonia era al suo posto, in abito civile, una faccia più bianca del bianco. Non ruggiva più come quando era in divisa e ci pregò solo di aver pazienza sino all’arrivo dei mezzi di trasporto che ci avrebbero portati in libertà, sul continente.

Vincenzo Masi
Il 25 luglio ero a Bologna, in permesso, quando avemmo notizia della caduta di Mussolini: in base alle disposizioni del partito comunista si dovevano subito mobilitare gli operai e le masse per un’azione di forza, lo e mio fratello Gianni girammo tutta la notte in bicicletta, per avvertire i compagni che lavoravano nelle fabbriche, affinchè si fosse organizzata — il giorno dopo — una manifestazione in piazza e fosse sospeso il lavoro in tutte le fabbriche. Fummo fermati diverse volte dalle pattuglie dei carabinieri e della polizia, ma trovammo una via d’uscita, in quanto io indossavo una divisa militare e mio fratello era un ragazzo molto giovane.
Il giorno 26 luglio 1943, in piazza Vittorio Emanuele vi fu una manifestazione indimenticabile. Poi i compagni mi dissero di fare ritorno a Vergato per osservare da vicino il comportamento di due battaglioni di milizia venuti a riposo dalla Jugoslavia. Alle ore 14 parlai agli ufficiali nella sala mensa per esporre la nostra posizione e per il da farsi. Era lunedì, giorno di mercato. In compagnia di quattro soldati andai in paese, assieme al tenente Stoppa, per strappare i distintivi che portavano all’occhiello i fascisti locali. Gli ufficiali della milizia furono subito avvertiti ed intervennero contro di noi: fu uno scontro verbale — ed anche con qualche spintone — e in conclusione non riuscimmo a fare ciò che avremmo voluto. Il risultato fu solo di mettere insieme cinque distintivi. Dopo due giorni, grazie all’intervento del nostro comandante presso il comando di Corpo d’Armata, questi due battaglioni di camicie nere, arrivati a Vergato con tanta spavalderia, furono mandati via di notte, a piedi, sulle montagne dell’Appennino modenese.

Annunci

Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...