29 luglio 1922


Nasce a Pianoro Diana Sabbi.
Qui potrai trovare la sua testimonianza sulla sua attività di partigiana. Ma il suo impegno non finì con la fine della guerra e continuò per anni nel tessuto sociale di Pianoro e nella Provincia.
Di seguito il suo intervento sul valore dell’unità della nostra storia

Da “Donne il valore dell’unità”
edito dalla Provincia di Bologna

Il valore dell’unità nella nostra storia

Diana Sabbi
partigiana della presidenza dell’ANPI

Intendo iniziare questo breve intervento nel dire che le donne che presero parte alla Resistenza non avevano nulla di mitico: erano semplici, dotate solo di sentimenti tramandati dalle generazioni precedenti, come la solidarietà, la pazienza, la tolleranza, il sacrificio, il coraggio, il dovere civile. Questa ricchezza vissuta in famiglia la misero a disposizione della Resistenza; fu un percorso di grandi sacrifici, di lotte dolorose, non si fermarono davanti al disprezzo dei nazi-fascisti perché donne. Ci furono episodi feroci di torture, di violenza, di morte; ricordiamo per tutte Irma Bandiera, gappista, medaglia d’oro della Resistenza, arrestata dai fascisti della Repubblica di Salò, sottoposta a violente torture non disse una parola che potesse compromettere i suoi compagni, dopo essere stata accecata fu uccisa e il suo corpo lasciato nella pubblica via. Questo esempio di alto valore morale fa dire che le partigiane operarono con coscienza e convinzione nel compiere un grande dovere.

Ma nella storia della Resistenza si verifica un altro fatto straordinario: si spezza il modello tradizionale della donna e si gettano le basi per il cammino dell’emancipazione. È stato detto da Katia che nel 1944 si costruirono i Gruppi Difesa della Donna, una rete robusta di presenze, di impegni, di culture, di saperi e stili diversi, una rete che divenne strumento di unità e di azione per la Resistenza e per i diritti della donna.

Questo intreccio di idealità, di unità e di azione fece dire ad alcuni storici che questo fu il valore della Resistenza femminile e determinò, come noto, il riconoscimento da parte del Comitato di Liberazione Nazionale del diritto al voto nel corso della guerra di Liberazione: per questo diciamo che nessuno ci ha regalato niente, è una conquista nostra, della Resistenza.

Si vinse una prima battaglia, uscimmo dall’inferno del fascismo e della guerra con fiducia e tanta voglia di vivere. Non ci chiudemmo in casa a contemplare il recente passato, continuammo ad operare con la maggioranza dei cittadini per la rinascita di Bologna e la nostra città divenne ancora più bella: è tanto bella per tutte le iniziative, la fantasia che ebbero le donne e gli uomini per far diventare Bologna città della pace, riconosciuta in Italia, in Europa e nel mondo intero. Votammo per la Repubblica, la Costituzione, per i Consigli comunali e provinciali con la presenza di donne nelle istituzioni. Fummo artefici di una griglia di servizi sociali e assistenziali segnando in tal senso un modo nuovo, moderno di essere donna.

In questo periodo si pensava che il percorso avrebbe incontrato difficoltà, a causa dei danni provocati dalla guerra e per i ritardi economici e sociali del paese. Ma c’era tanta fiducia in noi, nelle istituzioni, nei partiti, nelle organizzazioni, nella partecipazione straordinaria delle donne che non entrava nella nostra mente che tale cammino fosse inceppato e bloccato. A rompere l’incanto nella fiducia ci pensarono i padroni e alcuni gruppi di potere politico conservatore. Tornarono in campo più rabbiosi, più cattivi: non si rassegnavano sulle conquiste della Resistenza. A questo attacco brutale le donne risposero con coraggio, con determinazione per salvare le fabbriche, per rendere ricca e moderna l’agricoltura, per i servizi sociali, per la scuola dell’obbligo e per la difesa della libertà.

Anche qui vogliamo ricordare un solo esempio. Con lo sciopero bracciantile per il rinnovo del contratto collettivo di lavoro nel 1949, a Molinella venne uccisa la bracciante Maria Margotti; furono 52 le donne ferite nelle nostre campagne, 683 picchiate o bastonate; 49 le arrestate. Si può dire veramente che queste lavoratrici, con grande dignità, tennero alta la testa, difesero i diritti costituzionali e conquistarono miglioramenti non solo economici ma anche etico-sociali.

Non si può fare oggi la storia di tutte le conquiste, ma alcune vanno dette ad alta voce. Dal 1950 fino agli inizi degli anni ’80 fu approvata la legge 860 sulla tutela fisica ed economica della lavoratrice madre, e nel ’63 le donne furono ammesse in tutti i pubblici uffici e professioni. In particolare segnaliamo l’ingresso della donna nella magistratura, la riforma del diritto di famiglia, la tutela sociale della maternità, l’interruzione della gravidanza e la legge sulla parità di trattamento tra donne e uomini in materia di lavoro. A sostegno di questo diritto, va ricordato che nel 1954, con un accordo sindacale – ma anche negli anni successivi per il rinnovo dei contratti delle singole categorie – le distanze salariali furono notevolmente accorciate. Ma ci vollero trent’anni perché tale diritto diventasse legge e ancora oggi è uno dei segni più grandi della disuguaglianza tra i sessi.

È una questione politica rilevante. Anche nella nostra regione si dice che la media delle retribuzioni delle donne è inferiore del 20%. Tale diritto deve diventare più centrale, più visibile nella contrattazione, nella iniziativa e nella lotta. È un problema che, insieme a quello dell’occupazione, contribuisce ad affermare più libertà e più indipendenza.

Questi adeguamenti legislativi ai diritti costituzionali non vogliono dire che nel periodo in esame tutto è stato positivo. Ci sono stati dei limiti: ad esempio non si è affrontato con determinazione la presenza paritaria nelle stanze del potere; il tempo di lavoro e di vita delle donne è stato affrontato poco e niente; e i servizi sociali quali strumenti per favorire una diversa organizzazione del lavoro nella famiglia. È uno spaccato di storia: le nostre giovani amiche possono continuare nella ricerca per dare più spazio a voci diverse e per meglio comprendere il nesso tra passato, presente e futuro.

Questo percorso compie oggi 60 anni e si ritrova con una realtà complessa, difficile, pericolosa. Si spendono fiumi di parole per cancellare i valori dell’antifascismo, per rivoltare il passato fascista, per legittimare una destra radicalmente ostile alla Resistenza. Questo revisionismo storico, che continua, sarà sconfitto se nella storia si metterà in rilievo l’apporto delle donne nella Resistenza. I guasti di questa politica sono evidenti; sono evidenti nel pluralismo dell’informazione, nel potere autonomo della magistratura, nella sanità, nella scuola, dalla materna all’università; si penalizza la ricerca, si danneggia l’innovazione e lo sviluppo. Anche le donne sono penalizzate dalla legge sulla procreazione assistita, dalla perdita dei diritti rispetto al recente passato: meno lavoro, un precariato di cui non si vede la fine, retribuzione con meno valore, la pensione di vecchiaia a rischio, i servizi sociali ridotti. Si sta verificando una condizione di povertà che umilia le persone che hanno vissuto del loro lavoro.

A fronte di questa situazione, le donne, che sono metà dell’universo e rappresentano una delle voci più forti della democrazia, hanno – se vogliono – la condizione per cambiarla. Ha detto il Presidente della Repubblica, parlando alle donne nella giornata dell’8 marzo: “Siete la maggioranza, fatevi valere!” È un’indicazione precisa nel senso di usare tutti gli strumenti che la democrazia ci offre per essere sempre più motore della storia, per i nostri diritti e per il bene sociale e culturale degli italiani.

Siamo già entrati nella lunga stagione elettorale. Conosceremo presto le liste e i programmi. Noi siamo per votare i partiti che hanno – come si dice oggi – nel loro Dna i valori della Resistenza e della Costituzione e invitiamo le donne a guardare con fiducia in questa direzione. Questo cambiamento è possibile; sappiamo che il cammino non è tutto in discesa, ma in noi la speranza non muore mai. Forse saranno gli anni che portiamo sulle spalle, sarà la nostra esperienza a gurdare con fiducia che c’è anche un’Italia che ha nel sangue l’idea unitaria, una prospettiva di senso, uno stile di vita basato sulla giustizia, sulla libertà e sulla pace.

È forse un’ottica troppo ottimistica guardare il mondo con fiducia e con speranza? Pensiamo di no, nonostante l’angoscia che ci tormenta a causa delle guerre preventive sbagliate, bugiarde, che non finiscono mai ed hanno la sola finalità di consolidare i poteri forti e di essere una delle componenti che generano odio, morte dei cittadini senza colpe, ed aumenta la quantità e la qualità del terrorismo. Atti vandalici come l’ultimo di Madrid ci riempiono di orrore, sconvolgono la nostra coscienza e al tempo stesso fanno crescere in noi la volontà, la decisione di sviluppare ulteriormente l’unità e l’azione per vincere la politica di guerra e del terrorismo.

Esprimiamo il nostro auspicio sul ritiro di tutte le forze di occupazione militare in Iraq, che sia ripristinata la legalità internazionale violata dalla guerra, che l’Onu al più presto torni pienamente nella sua funzione di garante della pace mondiale. Per questi obiettivi e per questi valori le donne dell’Anpi si identificano nel grande movimento per la pace, sorto in opposizione alla guerra. Saremo con lo spirito presenti alla manifestazione del 20 marzo e continueremo nel fare la nostra parte in tutte le iniziative per la pace e contro il terrorismo.

Sono trascorsi 60 anni dalla nostra presenza nella Resistenza, nei Gruppi Difesa della Donna. È stata una straordinaria esperienza per la conquista dei diritti di cittadinanza; abbiamo aperto una finestra per il presente e per il futuro delle donne. Siamo convinti che le generazioni di questo nuovo secolo conquisteranno ancora più potere, più diritti, non solo per loro ma per la democrazia.

Ci siamo chieste: le partigiane nel 2004 possono dire ancora delle cose, senza presunzione? La risposta è stata affermativa, non solo per dare ancora un senso alla nostra vita, ma per mantenere alta la memoria e per contribuire ancora nel creare modelli di vita liberi dai bisogni materiali e nei quali si possono coltivare bisogni immateriali. Abbiamo pensato che sarebbe un bene se insieme si elaborasse un progetto, come fecero 60 anni fa i Gruppi Difesa della Donna: un progetto capace di non perdere le nostre radici ma, al tempo stesso, di cogliere le modificazioni profonde intervenute nel lavoro, nella cultura, nell’insieme della società e i problemi nuovi che si presentano per conquistare tutti i diritti di cittadinanza. Una prospettiva che affonda il suo essere nelle associazioni, nei movimenti, nella consapevolezza delle singole donne per ricostruire, ancora più forte e penetrante, una rete di grande unità di azione e di movimento; una unità, a nostro parere, che non annulla l’autonomia individuale e dei gruppi, la esalta e la conduce, quando c’è la necessità, all’unità.

Oggi, amiche e compagne, c’è questa necessità. Progetto, unità, movimenti dialoganti con le istituzioni e capaci di rinnovarsi nel tempo.
Andiamo ad eleggere la nuova amministrazione di Bologna, la vogliamo retta da uomini e donne che per indirizzi ideali, scelte e capacità la riportino ai livelli della città civilissima e umana riconosciuti in Italia e all’estero, anticipatrice di realizzazioni sociali e di nuove forme di democrazia partecipata. Vogliamo dunque pensare ad una città-laboratorio di nuove esperienze nell’organizzazione sociale e nel lavoro; laboratorio nel quale riversare idee, progetti, verifiche, l’inventiva e la concretezza del mondo femminile.

L’unità deve servire ad attrezzarci per rispondere alle sfide che stanno davanti a noi in questo passaggio di radicali cambiamenti. La difesa della pace e dei diritti delle donne richiede una continua rielaborazione e conseguente riposizionamento di obiettivi. Per la difesa della pace, il riferimento irrinunciabile della politica deve restare l’articolo 11 della Costituzione nell’ambito di scelte condivise a livello soprannazionale. Perciò rifiutiamo la guerra come forma di risoluzione dei conflitti. Oggi s’impone che a tutti i livelli di responsabilità si operi per una più equa redistribuzione delle risorse della terra; deve avanzare e imporsi la coscienza che il mondo si salva solo se a ciascuno e a ciascuna è data la possibilità di una vita dignitosa e civile.

Questo è il nostro appello per il 60° della guerra di Liberazione. Ci piace ricordare ma vogliamo anche fare. Siamo state anche noi la Resistenza, e insieme a voi, protagoniste di questi sessant’anni della nostra storia. Vogliamo continuare a resistere per andare avanti.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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