Le Brigate Nere in azione.


Nella testimonianza di Riccardo Carretti la descrizione di come le Brigate Nere agivano nelle campagne nella lotta ai partigiani.

Il 22 agosto 1944, verso le dieci di notte, quando eravamo tutti già a letto, nella nostra casa in fondo Canova, nella campagna di Anzola Emilia, sentimmo il cane abbaiare accanitamente. Mi sentii chiamare di sotto, scesi subito e appena fuori, nella loggia, mi colpirono alla bocca con un calcio di pistola: erano i fascisti della polizia ausiliaria, guidati personalmente da Tartarotti, e con lui c’erano altri gerarchi fascisti di Bologna.

Avevano saputo probabilmnete che dei partigiani dovevano arrivare nella mia casa da un momento all’altro, di passaggio dalla montagna, verso la pianura. Però quella sera i partigiani non erano nella base e la perquisizione andò a vuoto. Entrarono nella casa: fecero alzare tutta la mia famiglia da letto e ci riunirono in cucina. Cominciarono subito a picchiare con tutto quello che avevano sotto mano: bastoni, mestoli, sedie e presero persino il matterello. Poi cominciarono a dar calci. Bastonarono anche le donne e Tartarotti strappò di dosso a mia nipotina Lola la catenina d’oro.

A mio figlio Fernando tagliarono la fronte con un coltello da cucina, poi mi costrinsero, col mitra puntato alla schiena, a legarlo e buttarlo nel pozzo. Gli chiedevano dov’erano i partigiani, ma lui taceva, e allora lo presero su e lo misero contro il muro della casa e mitragliarono sopra la sua testa poi, nella notte buia, lo misero nel prato e mi dissero che era morto. Poi presero me e mi sospinsero contro il muro e ricominciarono a mitragliarmi sopra la testa: i calcinacci mi piovevano sugli occhi. Così durò per due ore circa. Intanto in casa bastonarono tutti quelli che c’erano, compresi gli sfollati.

Più tardi ci misero di nuovo tutti contro il muro, allineati, e ripresero a spararci pochi centimetri sopra la testa. Tartarotti dava i comandi: era in divisa da brigante nero. Stava seduto dietro la tavola, uscì e cominciarono a buttare le bombe contro la stalla. Portò via formaggi, carne e anche un orologio. Poi disse ai suoi: « Prendete e mangiate che dopo daremo fuoco alla casa ». Un pezzo grosso disse: « Ora vi carichiamo tutti »; ma Tartarotti disse che sarebbero tornati più tardi. Poi ripresero a picchiarci. Mi fecero togliere la maglia e mi lasciarono in mutande: uno mi bastonava davanti, l’altro mi rompeva le cestole con un grosso legno: ero tutto coperto di sangue.

Mio figlio Fernando era irriconoscibile e i fascisti dovettero credere che fosse davvero morto quando, prima di andarsene, gli illuminarono la faccia con una lampadina elettrica; tentarono di alzarlo e poi lo lasciarono lì per terra.

La sera dopo, quando eravamo ancora disfatti, venne la milizia e presidiò la casa. Io ero preoccupato perché i partigiani continuavano a passare dalla mia casa. Erano abituati ad entrare come in casa loro: noi davamo loro da mangiare, si riposavano per un po’, poi partivano. Quella notte, tuttavia, restai alla finestra e riuscii ad avvertire i partigiani in tempo: in casa i militi erano ubriachi.

Nella mia casa i partigiani non smisero di venire. L’attività però fu limitata. Dopo una settimana, quando era il momento di attaccare le bestie per raccogliere il frumento nel campo, non eravamo ancora in grado di muoverci e dovette aiutarci il contadino vicino.

Dopo la liberazione mi chiamarono a deporre nell’istruttoria contro Tartarotti.
Mi dissero che avrei anche potuto vederlo e persino dargli due schiaffi. Dissi di no, non me ne importava proprio niente. Era un criminale: non volevo aver niente a che fare con lui.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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