Torlano (Udine) 25 agosto 1944.


Giunge da Nimis, invano contrastato dai partigiani, un contingente tedesco su autoblinde, che circonda alcune case situate sotto l’abitato di Torlano, che ospitano poche famiglie, ma numerose: i Comelli, i Dri, i De Bortoli, mezzadri originari di Portogruaro, i pochi altri.

Sono Waffen SS della divisione “Cacciatori del Carso”, di stanza a Gradisca d’lsonzo dove da poco si è trasferito da Trieste un comando speciale per la lotta contro i partigiani. Li comanda un tenente SS già conosciuto come il ”boia di Colonia”. Il suo nome è Fritz Joachim.
Fanno da guida alcuni fascisti della Milizia per la difesa territoriale, con occhiali neri e la visiera abbassata per non farsi riconoscere.
Le autoblinde bloccano tutte le vie d’accesso.

I De Bortoli e la famiglia di Giovanni Comelli si rifugiano nella stalla di Ruggero Dri.
Elisabetta De Bortoli rimane in cucina a far da mangiare.
Tedeschi e fascisti rastrellarono il paese e le persone trovate sono rinchiuse nell’osteria allora gestita da Giobatta Comelli.
Sono poi fatti uscire uno alla volta e uccisi con un colpo di pistola.
Sono Alfredo Bazzaro, Francesco Blasutto, la figlia Romilda, il genero Giovanni Pellegrini, Giuseppe Cussigh, Valentino Petrossi, Gelindo Sommaro.
Luigi Seracco tenta la fuga, ma viene colpito a morte.

Il Boia rientra poi nell’osteria e uccide l’oste, Giobatta Comelli, la figlia Rosa e la moglie Lucia Vizzutti. L’altro figlio Albino, di diciannove anni, nascosto nella cappa del camino, assiste impotente alla strage. (Nell’ottobre ’46 si suiciderà con un colpo di pistola sotto il mento, com’erano stati uccisi i suoi genitori e la sorella.)

Poi è la volta delle persone rifugiate nella stalla.
Gli uomini sono fatti uscire uno alla volta e uccisi con un colpo di pistola sotto il mento.
Il tenente Wunderle e alcune SS poi entrano nella stalla: le donne pregano, supplicano, stringono al petto i bambini.
I mitra spararono nel mucchio, finché nella stalla tutto è silenzio.
I corpi quindi vennero cosparsi di strame e di benzina e bruciati.

Muoiono, della famiglia Comelli,: Bruno (di 12 anni); Giannina (di 3 anni); Giovanni; Idelma; Luciano (di 15 anni); Rita; Stefano, Vittorio (di 17 anni) e Antonia Anna Vizzutti, moglie di Giovanni.
Della famiglia De Bortoli: Antonio; Bruna (di 6 anni); Luciano ( di 2 anni); Maria (di 4 anni); Oneglio ( di 8 anni); Silvano, Vilma (di 11 anni); Virginio e Santa Perlin, moglie di Pasquale De Bortoli.

Della famiglia Dri: Ruggero, la moglie Lucia Vizzutti, Ferruccio e Teresina.
Si salvano: Giovanni Dri, Paolo De Bortoli, di 6 anni; Pasquale De Bortoli, con in braccio Serena Dri; Gina De Bortoli, di 13 anni, che viene riparata dal corpo della madre. Gravemente ustionata dall’incendio, fugge nuda tra il mais. Sopravvive, dopo dieci mesi di ospedale a Gemona. Quindi il giovane Albino Comelli e poi Elisabetta De Bortoli, che è rimasta a cucinare in casa. Mentre si appresta ad avviarsi verso la stalla, è salvata da un tedesco che le fa capire di nascondersi.

Il giorno dopo la gente delle frazioni vicine accorre, ma tedeschi e cosacchi impediscono che i corpi siano sepolti.
Solo quando se ne andranno, è possibile la sepoltura, in una fossa comune tra le case.
Solo nel ’47, i resti, chiusi in 5 bare, sono accolti nel cimitero di Torlano.

La storia della famiglia De Bortoli

La famiglia De Bortoli sono contadini provenienti da Portogruaro lì giunti per sopravvivere, avendo ricevuto lo sfratto come mezzadri dalle pingui campagne del Portogruarese recentemente messe a coltura dalla bonifica. I De Bortoli, infatti, mezzadri da tanti anni, sono in tanti in famiglia, tante sono le bocche da sfamare, ma non sufficienti le braccia che possono mettere a disposizione del padrone per il lavoro dei campi perché gli adulti della famiglia o sono stati chiamati in guerra da Mussolini o non sono abbastanza efficienti per vigore fisico o per età.

Bisognerà, allora, emigrare in Friuli anche se questo significherà scendere di uno scalino nella scala sociale: sarà necessario, trovare una casa, adattarsi a lavori di bracciantato o dedicarsi a qualche piccola attività artigianale, come nella nuova terra farà il papà che andrà a fare il muratore in Carnia o il nonno che intreccerà cesti di vimini.

A Torlano i De Bortoli la mattina del 25 agosto del 1944 non si sono rifugiati nelle montagne vicine, come hanno suggerito i partigiani della zona e come hanno fatto molti di Torlano, per sfuggire ad un annunciato attacco dei cosacchi passati dalla parte dei nazifascisti.
Essi non si sentono in pericolo perché non sono partigiani in armi.Non hanno neppure letto Il Popolo del Friuli, organo del Partito fascista friulano, che ha pubblicato in quei giorni il proclama del federmaresciallo Kesserling che anticipa la prossima rappresaglia in questi termini: “ Costituire una percentuale di ostaggi in quelle località dove risultano esistere bande armate partigiane e passare alle armi detti ostaggi ogni volta che si verificassero atti di sabotaggio….bruciare le abitazioni…impiccare nelle pubbliche piazze (…)”

I De Bortoli non sanno che, in base a queste disposizioni, l’indomani, 25 agosto, Torlano dovrà mettere a disposizione del boia 40 nominativi, ma che ne riuscirà a raggruppare solo 34 nella piccola frazione di Nimis. Nel numero ci saranno anche loro, compresi la mamma, gli zii, i fratellini, cinque bambini di qualche anno soltanto non tutti in grado di reggersi ancora nelle gambette malferme . Moriranno in nove con altri ragazzini, con donne e uomini della frazione, dentro una stalla , poi data alle fiamme, da cui i nazisti, pietosi, faranno uscire le mucche.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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