Remo Righetti


Nell’agosto 1943 fui chiamato militare al 57° reggimento fanteria, di stanza a Vicenza. La sera dell’8 settembre mi trovavo di guardia alla caserma quando l’ufficiale che comandava avvertì che ci saremmo messi in borghese e la mattina successiva, quando uscimmo per eseguire la manovra, sapendo che alcuni nostri ufficiali erano simpatizzanti fascisti e avevano intenzione di consegnarci ai tedeschi, con un gruppetto di compagni ci fermammo a bere ad una fontana approfittandone così per abbandonare il reparto.

Ci mettemmo addosso qualche indumento meno appariscente e più « borghese » e raggiungemmo la stazione di Padova per attendere un treno diretto verso Bologna, che giunse stracolmo di soldati. Riuscimmo ad aggrapparci ai vagoni e così giungemmo a Corticella, e qui proseguimmo in bicicletta fino a Casalecchio. Giunti a quella stazione ci separammo, salutandoci, fra un andirivieni generale di tedeschi e civili. Dopo di che raggiunsi un treno merci in partenza per Vignola, mi aggrappai a un vagone e scesi nei pressi di Bazzano. Rimasi qualche tempo in famiglia, poi fui nuovamente chiamato militare per servire l’esercito nazifascista.

Molti miei compagni si diedero alla macchia e io mi presentai e venni destinato alla compagnia di lavoro al servizio dei tedeschi nell’Italia centrale. Il massacrante lavoro, lo scarso e pessimo vitto mi fecero ammalare e, a causa del mio debole stato di salute, fui esonerato e mi furono rilasciati documenti per il ricovero all’ospedale di Firenze. Approffittai dell’occasione per ritornare a Monteveglio, così mi fu più facile, una volta guarito, unirmi ai partigiani che operavano a Monte San Pietro.

Entrai nella formazione garibaldina quando era in pieno svolgimento l’offensiva tedesca contro la Repubblica di Montefiorino. I primi di agosto salvammo, con l’aiuto di un colono della zona nei pressi di San Lorenzo in collina, un pilota inglese che si unì al nostro gruppo. Fummo poi attaccati da una pattuglia tedesca che sgominammo, distruggendola, poi abbandonammo la zona prima di essere scoperti. La formazione si dovette poi dividere in due gruppi: uno composto da russi, polacchi, dal pilota inglese e da due soldati austriaci, che si fermò in una base; ed un’altro gruppo, nel quale c’ero anch’io, che scelse un’altra base.

I tedeschi iniziarono prontamente azioni di rappresaglia. Catturarono Giuseppe Bernardi, il contadino che aveva cooperato al salvataggio del pilota, e lo fucilarono il 7 agosto 1944 a Ospedaletto (Castelletto di Serravalle). Il 27 agosto vi fu un massiccio rastrellamento da parte dei nazifascisti che impiegarono un migliaio di uomini per accerchiare una vasta zona con epicentro a Monte San Pietro. Io ed altri compagni eravamo in un cascinale chiamato « II castello » situato nei pressi della zona di rastrellamento e non avendo mezzi a sufficienza per fronteggiare il nemico dovemmo allontanarci alla spicciolata, nascondendo preventivamente le armi.

Stavo per superare la sommità di una collina quando mi sentii intimare l’alt. Fui perquisito e, interrogato, dovetti spiegare la mia presenza in quel luogo e la mia posizione militare non regolare. Mostrai loro il vecchio foglio di ricovero rilasciatomi dai tedeschi nel quale a mala pena si distingueva il nome ed il timbro del comando presso il quale ero allora in servizio. Dopo molte minacce fui spinto fra gli altri rastrellati. Fra coloro che controllavano i prigionieri scorsi un mio ex compagno di scuola di nome Bruno. Mi avvicinai e gli chiesi se mi dava da bere ed egli chinò la testa, mi allungò la borraccia e non disse una parola.

Assieme agli altri rastrellati fui portato davanti alla chiesa di Monte San Pietro e qui tolsero dal gruppo il compagno Walter Magnani, che aveva a suo tempo abbandonato le brigate nere per unirsi ai partigiani in combattimento e cercarono di corromperlo. Se si fosse riunito ai vecchi camerati e avesse loro segnalati i partigiani presenti nel gruppo radunato, avrebbe avuto salva la vita. Egli rimase impavido, ci sfilò davanti, ci guardò in faccia ma non si scompose, non ci tradì. Indispettiti i fascisti lo bastonarono davanti ai nostri occhi, ma il partigiano Magnani non parlò. I fascisti allora, imbestialiti, presero di mira altri due componenti il gruppo, i fratelli Fenara, e li torturarono ferocemente; si udivano le grida e i gemiti dei torturati ed il fiato dei rastrellati si sospendeva ad ogni gemito per poi riprendere coi colpi delle percosse.

Nel pomeriggio di quello stesso giorno fummo inquadrati e ci fecero raggiungere Calderino, una piccola frazione, dove eseguirono uno scrupoloso controllo dei documenti; i minuti non passavano mai. Un sergente delle brigate nere, evidentemente eseguendo un ordine, e senza attendere l’esito del controllo, ci fece proseguire verso il fiume. Attraversando la strada passammo attraverso uno schieramento di soldati armati che allargarono le fila spianando verso di noi fucili ancora fumanti. Entrando nel greto del fiume vidi i corpi, ancora agonizzanti di quattro compagni partigiani fucilati un istante prima: i corpi dei fratelli Fenara, abbracciati, Elio Roda e Walter Magnani erano sparsi sull’erba. Ci fu chiesto di esprimere il nostro ultimo desiderio. In quell’istante sopraggiunse un capitano che fece sospendere l’esecuzione e aggiunse: « per questi, domani la stessa sorte oppure la Germania », poi estrasse la pistola.
Immobili osservammo la scena che stava per compiersi; sparò il colpo di grazia nella bocca dei fucilati agonizzanti; ogni colpo rimbalzava sul nostro corpo come per la lacerazione di una ferita. Quindi, con disprezzo, aggiunse: « Per questi ci vuole il becchino ».

Fummo poi spinti nuovamente sulla piazza. Dalla folla si elevò poi la voce di un capitano dei bersaglieri che reclutava chi si offriva volontario per prossime manovre. Insieme ed altri quindici io accettai di seguirlo avendo così modo di allontanarmi dai fascisti. Andammo a dormire fuori dal paese e la mattina dopo ci fecero salire su dei camion. Si avvicinò a noi il padre dei fratelli Fenara che chiedeva notizie dei suoi figli e io non ebbi il coraggio di rivelargli la verità, né il luogo dove giacevano.

Fummo portati a Bologna, alle Caserme rosse, dove ricevetti la visita di mia sorella e da lei appresi che sulla Bazzanese i fascisti avevano ucciso, il 29 agosto, altri quattro partigiani; i compagni Pietro Gandolfi, Guido Romagnoli, Salvatore Bignami e Franco Pallotti. Alle Caserme rosse fui destinato come attendente del maggiore Alessandro Carrara, comandante della caserma. Dopo qualche tempo, al suo seguito, raggiungemmo il resto del reggimento a Cremona. Non tardai molto a chiedere una licenza e insieme ad altri due ufficiali del reggimento, pure in licenza, ci dirigemmo con mezzi di fortuna verso Bologna.

Qui giunto, mi riunii alla 63a brigata Garibaldi. Dopo la battaglia di Casteldebole e quella del 7 novembre di porta Lame decidemmo di passare il fronte con il battaglione « Artidi » della 63a brigata, che si unì alla divisione Modena. Poi raggiungemmo gli alleati a San Marcello Pistoiese e con nostro grande rammarico, anziché farci combattere per il nostro paese, ci fecero deporre le armi e ci imposero di metterci a disposizione per la ricostruzione di quanto la guerra aveva distrutto. Ero alle dipendenze di un ingegniere americano che sovraintendeva i lavori e si dimostrava solidale con le nostre idee e approvava benevolmente il nostro « Inno dei lavoratori », che ci accompagnava durante tutta la giornata di lavoro.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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