1 settembre 1938 LE LEGGI RAZZIALI


Primi provvedimenti razzisti del Consiglio dei Ministri: espulsione degli ebrei stranieri; ritiro della cittadinanza agli ebrei divenuti italiani dopo il 1918; esclusione dall’insegnamento nelle scuole statali di ogni ordine e grado; divieto di iscrizione alle scuole secondarie e raggruppamento in sezioni speciali nelle scuole elementari.

Ai negazionisti, a chi dice che in Italia gli ebrei sono stati meglio che in Germania perchè il fascismo era più tollerante, per i giovani che difficilmente riescono ad approfondire l’argomento sui testi scolastici, perchè non si ripeta MAI più. La testimonianza di Ada Basevi Cesana che ha vissuto sulla propria pelle le leggi razziali

La mia famiglia si trasferì da Mantova a Bologna nell’ottobre 1931, un mese dopo, la nascita di mio figlio Franco. Eravamo in cinque: mio marito, io e tre figli maschi: Vittorio, Lelio e Franco. Mio marito faceva il commerciante e ci consentiva di vivere in modo agiato e così, a Bologna, affittammo una casa prima in via della Zecca 1 e poi in via Cesare Battisti 12.

La comunità israelitica della quale facevamo parte riuniva a Bologna circa mille ebrei e il rabbino era allora Alberto Orvieto, un uomo che amiamo ricordare per le sue alte qualità morali. Mio marito era nettamente contrario al fascismo, ma non per questo posso dire che abbia dato un’educazione antifascista ai giovani: diciamo che la nostra casa era « apolitica » e che il fascismo restava fuori dalla nostra porta.

Quando, nel 1938, furono promulgate le leggi razziali, ad imitazione di quanto era accaduto in Germania, la nostra comunità fu disgregata. Non tutti conservarono intatta la loro fede di fronte alle offese morali prima ed alle persecuzioni poi. Alcuni cambiarono fede, altri si camuffarono, altri resistettero con dignità.

Mio figlio Franco fu radiato dalla scuola « Elisabetta Sirani » dove frequentava la seconda classe elementare e ricordo che quel giorno pianse; non capiva il perché proprio lui, che era bravo e disciplinato, dovesse essere cacciato via come fosse un lebbroso. Certo soffrì, anche perché ogni giorno vedeva diminuire il numero dei suoi amici.

Poi il comune di Bologna fece una scuola per i bimbi ebrei espulsi dalle scuole pubbliche, in via Pietralata, ma era una scuola scadente e allora, nel 1939, dopo la morte di mio marito, che avvenne nel luglio, decisi di iscriverlo nell’Istituto israelitico di Torino, che era una scuola privata tollerata, dove c’erano dei buoni insegnanti e così Franco restò a Torino fino al 1941, cioè fino a quando, con l’ingresso dell’Italia in guerra, anche quell’Istituto fu sciolto.

Allora iscrissi Franco alla prima media inferiore a Roma, dove c’era una scuola per ebrei che funzionava ancora. Però, con l’inizio della guerra, la nostra posizione di israeliti, già difficile, insopportabile, divenne addirittura impossibile. Le nostre scuole furono tutte chiuse nell’ottobre 1943, con l’inizio delle deportazioni e la caccia all’ebreo. E così anche per Franco cominciò, come per tutti noi, una vita di isolamento e di incertezza.

Un giorno contro il portone esterno della mia casa i fascisti affissero un manifesto dove c’era scritto che si ricercava la famiglia Cesana e chi avesse dato informazioni utili sarebbe stato premiato con 20 mila lire (ricordo che davano 5 mila lire per ogni ebreo catturato). Io però ero fuggita a Crespellano e ricordo che di qui inviai la mia donna a Verona, dove c’era la mia famiglia, con l’incarico di imbucare una cartolina da quella città e fu per qualche tempo la nostra salvezza perché i fascisti cominciarono a cercarci a Verona. Restai un po’ a Crespellano e poi, sempre per ragioni di prudenza, mi spostai nel Modenese, a Sassuolo, poi a Varana, poi a Zocca, sempre però nella campagna.

Vivevamo vendendo poco a poco le nostre cose più care e adattandoci ad una vita di miseria e di fame. A volte dovevamo accontentarci di un uovo bollito. E soprattutto quasi ogni settimana dovevamo cambiare posto e non avevamo mai un letto sicuro. Persino la sera del Natale 1943 fummo cacciati via dalla casa Manelli di Varana con un sacchetto di pane e nient’altro e tutto questo perché avevano saputo che eravamo ebrei.

Ricordo che c’era una bufera di neve terribile, che raggiungemmo una stalla dopo circa un’ora di cammino e anche di lì ci mandarono via e poi trovammo posto a Villa Giorgina dove dormimmo una notte nella stalla piena di topi, per cento lire. Poi ci avvicinammo alla zona dei partigiani, e trovammo posto a Casella Nuvola, presso la famiglia Ferrari.

Mio figlio Vittorio riuscì a impossessarsi di quattrocento moduli della organizzazione « Todt » e ne riempiva uno al giorno per sé per poter circolare con identità falsa e per tredici volte cambiò casa, con la moglie, appena vi era l’ombra di sospetto. Lelio andò partigiano con quelli della « Divisione Modena » e un giorno di giugno sentii anche Franco, che non aveva ancora 13 anni, dire che voleva andarsene, che non voleva « restare passivo ». Cercai di convincerlo a restare, ma capivo che qualcosa maturava nella sua mente, che non avrei più potuto trattenerlo a lungo.

Abitavamo allora in una casa miserabile, Casa Saldino, in comune di Serra Mazzoni: era quasi una stalla e la pioggia filtrava dappertutto. Come avrei potuto vivere sola e per di più sapendo che i miei figli erano esposti al pericolo di morte? Cercai di dissuaderlo: mi ascoltava, capiva, certamente, le mie preoccupazioni. Ma una sera scappò, andò da « Marcello », che comandava una formazione della « Divisione Modena ». Quando il comandante lo vide ebbe subito sospetti per l’età, fece accertamenti, ma Franco tentò di crescersi qualche anno poiché in realtà poteva dimostrare 16 o 17 anni.

Non ce la fece ad ingannare il comandante, però insistette e lo convinse a tenerlo con sé, almeno come staffetta. E così Franco divenne partigiano, forse il più giovane partigiano italiano della montagna.
Il 7 settembre 1944 ricevetti per mano di un partigiano una sua lettera: mi diceva che stava bene, che faceva parte della formazione « Marcello » e mi raccontava come aveva fatto a raggiungere i partigiani. Malgrado mi fosse stato consigliato di distruggerla, io conservai la lettera dentro una bottiglia interrata. Il 14 settembre improvvisamente mi vidi Franco davanti. Era venuto, con Lelio, per una breve visita. Stava bene, era cosciente di quello che faceva, mi parve subito più maturo, riflessivo. Lasciandomi mi disse che sarebbe tornato una settimana dopo, il 20, il giorno del suo 13° compleanno, poi uscì, con Lelio, per la sua missione. « Marcello » lo aveva mandato, insieme al fratello, a Pescarola per constatare se la zona era libera: chiese notizie ad una montanara che lo rassicurò e invece era una spia dei nazisti.

Venne l’imboscata: i partigiani riuscirono a rompere il cerchio, ma Franco fu falciato dalla mitraglia mentre correva, insieme ad altri tre o quattro compagni, e vicino a lui il fratello, che non l’abbandonò, sentì le sue ultime parole: « Sheman Israel ».

Dovevano essere, mi disse Lelio — le 9 di sera. Il giorno dopo lo stesso « Marcello » tornò sul posto, raccolse il cadavere, gli tolse i distintivi da partigiano per evitare che del suo corpo i nazisti facessero scempio ed obbligò il parroco di Pescarola, Don Mario, che non voleva seppellirlo per non « profanare la sua terra », a seppellirlo nel suo cimitero. E così Franco restò lassù fino al 25 giugno 1945, fino a quando, cioè, non fu possibile trasferirlo nel nostro cimitero ebraico, a Bologna.

Un atteggiamento molto diverso ebbe invece il parroco Don Luigi, di Varana, il quale dal pulpito non perdeva occasione per dire che bisognava aiutare tutti, senza distinzione di credo, perché tutti eravamo fratelli e cercò di creare un clima di tolleranza nei nostri confronti. E così trovai almeno qualche uovo, mentre prima i contadini non mi davano niente.

Io continuai ad assistere come potevo i partigiani e, dopo la morte di Franco, Lelio restò con me.
A Bologna, al ritorno, potemmo constatare il sacrificio degli israeliti bolognesi. E imparammo a conoscere tante altre tragedie. Il nostro rabbino, arrestato a Firenze, era morto con sua moglie, nel Lager di Auschwitz. Di 84 israeliti bolognesi deportati nei Lager, 83 erano morti e solo uno, Giuseppe Mortara, è ritornato. Altri erano morti combattendo come partigiani. Ricordo Isacco Hakim, caduto a Ponte Ruffo di Cesena il 18 agosto 1944 mentre, con un gruppo di marinai, doveva raggiungere la Brigata comandata da Corbari. E Mario Jacchia, leader del partito d’azione e dirigente delle formazioni partigiane nell’Emilia nord che, accerchiato coi compagni a Casa Braga, in via del Parmigianino a Parma, anzicchè fuggire, e la cosa era possibile, restò accanto alla stufa per distruggere documenti che potevano compromettere il movimento. Torturato, tacque, sopportò ogni offesa, non fece un nome. L’ultima notizia che di lui si ebbe è del 20 agosto 1944 quando qualcuno lo vide salire su un camion tedesco e nessuno ha mai saputo con certezza la sua fine.

Da Auschwitz (Birkenau), fra i tanti, anche Mario Finzi non tornò. Era un giovane giurista e già, a soli 26 anni, un affermato musicista e in particolare concertista di pianoforte (fu nel 1939 alla scuola di Cortot, a Parigi, e il Maestro ne aveva apprezzato in pubblico le doti eccezionali). Mario Finzi era stato anche rappresentante per l’Emilia della « Delasem » (Delegazione assistenza agli emigrati) e da tale posto aveva dedicato se stesso all’opera di soccorso agli ebrei rifugiati in Italia, aderendo, fin dall’inizio della Resistenza, per affinità di idee, al partito d’azione. Fu fra gli arrestati del maggio 1943 (Mario fu arrestato il 23) e venne liberato insieme ai suoi compagni il 26 luglio 1943, il giorno seguente la caduta del fascismo.

Quando la « Delasem » fu sciolta con le persecuzioni degli ebrei, Finzi continuò lo stesso lavoro, privatamente. Cadde in un rastrellamento il 31 marzo 1944, in via Savenella, mentre ritornava dalla clinica « Villa Rosa » dove era riuscito a ricoverare un bambino ebreo (Enrico Fisher) sotto falsa idendità. Il bambino aveva avuto un forte attacco di appendicite e in nessun ospedale o casa di cura l’avrebbero accettato essendo ebreo e la unica porta che si aprì fu quella di « Villa Rosa » per la comprensione del prof. Pallotti.

Così Finzi finì di nuovo nel carcere di San Giovanni in Monte, dove restò tutto aprile e poi seguirono due mesi circa nel campo di Fossoli di Carpi e poi fu spedito nel campo di Bolzano e di qui ad Auschwitz. L’ultima notizia che si ha di Mario Finzi vivo è dell’ottobre 1944.

Ho già detto che di 84 ebrei facenti parte della comunità bolognese che furono deportati nei lager tedeschi uno solo è sopravvissuto. Ecco i nominativi di quelli che non sono tornati: Enrico Arbib, Aziza Arbib Hassau, Simeone Arbib, Jaqueline Arbib, Luisa Bonacar, Sara Bonacar, Caden Bonacar Hakim, Giacomo Bondì Usiglio, Alberta Calò, Adelaide Calò Disegni, Aureliano Calò, Davide Calò, Jack Calò, Raimondo Calò, Sergio Calò, Ada Cividali Levi, Aldo Cividali, Angelo Cividali, Sergio Cividali, Amelia Cohen, Alfredo Dalla Volta, Anna Dalla Volta, Marta Dalla Volta Finzi, Paolo Dalla Volta, Aldo De Angeli, Augusta Diena, Giuseppina Diena, Ida Diena, Adele D’Italia Foà, Girolamo D’Italia, Mario Finzi, Anna Forti, Elda Forti, Lina Forti, Lucia Forti, Clotilde Goldstaub, Zevolum Goldstaub, Pasqua Goldstaub Basevi, Gino Guglielmini, Giorgio Hanau, Giavanna Hanau Saralvo, Edoardo Jacchia, Ezia Jacchia, Giorgio
Jacchia, Riccardo Jacchia, Vanda Jacchia Finzi, Irma Lampronti Zadra, Attilio Leoni, Venturina Leoni Maroni, Camelia Matatia, Madide Matatia Hakim, Nissin Matatia, Roberto Matatia, Corrado Mortara, Lino Muggia, Alberto Orvieto, Margherita Orvieto Cantoni, Carlo Padoa, Maurizio Padoa Leone, Ernesto Passigli, Angelo Piazza, Maria Luisa Piazza, Vera Pinto, Wanda Pinto, Elsa Pinto Bidussa, Silvia Resignani Tedeschi, Gilberto Rocca, Giulio Rocca, Valeria Rocca, Lietta Rocca Pesaro, Carlo Rossi, Itala Rossi Resignani, Benedetto Sermoneta, Giuditta Sermoneta Moresco, Guido Sonnino, Emma Sonnino Castelfranco, Bianca Tedeschi, Lucia Ventura, Bianca Ventura Levi, Leonello Vigevani, Amelia Vigevani Muggia, Arrigo Zamorani, Elsa Zamorani.

Furono pure deportati e perdettero la vita nei Lager nazisti i coniugi Evelina Sacerdoti Bigiavi e Edoardo Bigiavi, Ermanno Jacchia, il prof. Attalo Muggia e la signora Fanny Todesco Francioni che al momento della deportazione aveva 84 anni. Sono ignoti nella quasi totalità dei casi sia la data che il luogo di morte. Per i più l’ultima notizia che si ha coincide con l’internamento o con la partenza da Fossoli.

Poi più nulla, tranne, in non pochi casi, qualche indizio da Auschwitz, il che fa pensare che in questo orribile Lager o nei Lager annessi, oppure in quello femminile di Rawensbruck, la più gran parte degli ebrei bolognesi abbia perduto la vita.

(NdR) Alla completezza della testimonianza hanno contribuito il prof. Walter Bigiavi, il rag. Eugenio
Heiman, la signora Ebe Finzi e la prof. Gemma Volli.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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