Agostino Ottani (Nome di battaglia Sergio)


Il 25 settembre 1931 viene processato Agostini Ottani per avere diffuso volantini inneggianti alla rivoluzione sovietica, esposto una bandiera rossa sulla ciminiera della fabbrica dove lavora (Officine Barbieri) e organizzato uno sciopero di protesta per una nuova regolamentazione del lavoro e miglioramenti salariali. La sentenza del Tribunale Speciale è di tre anni di carcere e un anno si sorveglianza.

Biografia

Nasce il 6/3/1907 a Bologna. Nel 1925 entra a far parte della FGCI. Dall’aprile 1927 al settembre 1928 presta servizio militare nel genio a Torino. Nel 1930, licenziato dall’officina Zamboni, trova lavoro nell’offìcina Barbieri di Castel Maggiore. Promuove la costituzione della cellula comunista di fabbrica e la redazione di un foglio clandestino che prende il titolo “L’I.S.R.” (Internazionale Soccorso Rosso), organo della frazione sindacale giovanile dell’officina meccanica Barbieri.

Il 6/11/30, in seguito alla diffusione di manifestini inneggiami alla rivoluzione russa nell’abitato di Castel Maggiore e al pavesamento con bandiere rosse della ciminiera della fabbrica e dei reparti interni, viene arrestato assieme ad altri operai e incarcerato. Con sentenza istruttoria del 30/6/31, è deferito al Tribunale speciale e, il 25/9/31, processato e condannato a 3 anni di carcere e a 1 anno di sorveglianza.

È rinchiuso nelle carceri di Castelfranco Emilia (MO), Roma, Finalborgo (SV) e Fossano (CN) e rilasciato dopo 2 anni in occasione dell’amnistia del decennale fascista. Dopo molti mesi di disoccupazione, nel 1934 è assunto nello stabilimento Ducati di Borgo Panigale (Bologna). Con altri compagni crea l’organizzazione comunista della fabbrica e contemporaneamente si occupa della stampa e della diffusione di manifestini clandestini e de “L’Unità”.

Nel 1935 è arrestato per misure di pubblica sicurezza. Viene nuovamente catturato 1’8/9/36 e deferito alla Commissione provinciale che il 16/11/36 gli infligge 5 anni di confino, in seguito rinnovati. Sconta la pena nelle isole Tremiti (FG), Ponza (LT) e a Pisticci (MT). Alle Tremiti si adopera per la pubblicazione di un giornale prodotto e diretto ai confinati politici e comuni dal titolo “Lo Scoglione”.

È liberato dal confino dopo la caduta del fascismo. Rientrato a Bologna il 21/8/43, si impegna nell’attività di partito. Riprende il lavoro alla Ducati che lascia dopo pochi giorni, il 9/9/43. A fine settembre 1943, viene incaricato dell’attività di stampa e propaganda della federazione del PCI e dell’attività delle tipografie clandestine. Ha pure la cura dell’attività politica e sindacale all’interno della Ducati che porta allo sciopero del 16/3/44, sciopero che, nello stabilimento di Borgo Panigale, vede uno scontro aperto tra i lavoratori e reparti tedeschi e fascisti intervenuti per stroncare la protesta. Il 5/4/44 è arrestato e incarcerato a S. Giovanni in Monte (Bologna) per essere interrogato dai tedeschi, ma non essendo stato individuato per le sue responsabilità viene rilasciato dopo 45 giorni di detenzione.

A fine giugno è inviato presso il comando della brg Stella rossa Lupo, come responsabile del PCI. Dopo il
rastrellamento tedesco e l’eccidio di Marzabotto e un dibattito avvenuto fra circa 200 partigiani raccoltisi nei pressi di Creda (Castiglione deʼ Pepoli) rientra con altri 17 uomini (commissari politici e partigiani) a Bologna.

Vienne incaricato del lavoro militare per conto del PCI. Successivamente è impegnato nella riorganizzazione del movimento sindacale su basi unitarie, che sfocia nella ricostituzione della CCdL di Bologna nel novembre 1944, con la partecipazione di comunisti, socialisti, cattolici e sindacalisti rivoluzionari. Designato dal PCI, fece parte del primo Consiglio comunale di Bologna, nominato dal CLN e dall’AMG.

La sua testimonianza

Durante la Resistenza io ebbi anche delle responsabilità per quanto riguarda la stampa comunista. Dal settembre 1943 fino al 5 aprile 1944 — data quest’ultima del mio arresto — Davide Mazza ed io fummo i principali dirigenti della stampa clandestina di Bologna. La mia esperienza nel campo della stampa era del resto assai remota. Ricordo che la prima volta che mi interessai della cosa fu nel 1930, quando, come operaio dell’officina « Barbieri » di Castel Maggiore e come dirigente della cellula comunista di quella fabbrica, che allora aveva circa 350 operai, mi interessai della redazione di un giornaletto di fabbrica chiamato « ISR » (Internazionale Soccorso Rosso), nel quale da un lato si ponevano rivendicazioni operaie e dall’altro si esaltava la fratellanza internazionale dei lavoratori.

Del giornale fu tirato un solo numero in 75 copie che fu diffuso fra gli operai. Allora io avevo 23 anni e mi interessai dell’organizzazione e della diffusione di quel giornale. Il 6 novembre dello stesso anno, dopo un lancio di manifestini inneggianti alla rivoluzione russa e l’esposizione di una bandiera rossa sulla ciminiera della fabbrica, io fui arrestato in officina, di notte, insieme ad altri operai, dai carabinieri. Fui portato nella cella di sicurezza di Castel Maggiore dove restai circa una settimana, poi fui trasferito a San Giovanni in Monte. Fui processato nel settembre 1931 quando avvennero i processi dei giovani comunisti bolognesi.

Il processo si svolse davanti al Tribunale Speciale di Roma e fui condannato a tre anni che trascorsi a Finalborgo (Savona) e Fossano (Cuneo); poi venne l’amnistia del « decennale » e fui rilasciato. Tornai a Bologna e nessuno mi voleva a lavorare e allora feci il manovale, il lucidatore di casse da morto e durante l’inverno andavo « alla neve ». Finalmente a metà del 1934 fui assunto come operaio meccanico alla « Ducati ».

In quel periodo, in una casa di compagni in località Pontelungo, tiravo, assieme a loro, su dei cliché che ci arrivavano dall’estero, migliaia di manifestini di propaganda antifascista e centinaia di copie de « l’Unità ». Poi costituii, insieme a Graziosi e altri compagni, l’organizzazione comunista nella fabbrica.

Nel settembre 1936 fui di nuovo arrestato mentre ero in fabbrica e mi portarono prima in Questura poi a San Giovanni in Monte e, senza alcun processo e senza nessuna prova, mi condannarono a 5 anni di confino a Tremiti, poi a Ponza, poi di nuovo alle Tremiti e poi alla colonia agricola di Pisticci (Matera). Finiti i 5 anni, mi trattennero fino alla caduta del fascismo e solo alla fine di agosto potei rientrare libero a Bologna. A Tremiti, fra il 1936 e il 1937, feci un giornale chiamato « Lo Scoglione », che io scrivevo tutto a mano su carta da disegno.

Il giornale veniva passato di mano in mano fra i confinati politici e comuni. Ne feci due numeri, poi il direttore li sequestrò e dopo alcune settimane emanò un’ordinanza che istituiva l’obbligo del « saluto romano ». I confinati politici, e in un primo tempo anche i confinati comuni, reagirono compatti, con fermezza e dignità, a questa nuova forma di violenza morale e la lotta, che durò circa due anni con sacrifici di ogni genere, si concluse con la piena vittoria dei confinati politici.

Appena rientrato a Bologna, tramite il compagno Verdelli, ripresi contatto coi dirigenti del mio partito. Pochi giorni dopo, insieme a Scarabelli e Graziosi, rientrai, come operaio, alla « Ducati ». Il periodo di permanenza nella fabbrica fu breve, ma fruttuoso per la mole di lavoro politico, sindacale e militare che riuscimmo a svolgere, favoriti dalla grande carica di entusiasmo che animava i lavoratori. Con l’8 settembre, infatti, sia pure in periodi diversi, fummo costretti darci alla clandestinità perché ricercati e braccati dai nazifascisti.

Fu in questo periodo che io ripresi a lavorare nel settore della stampa comunista. Uno dei nostri recapiti era in via Fondazza dove capitavano i compagni che si interessavano della stampa e propaganda e della direzione politica: Alberganti, i fratelli Ghini, Mazza, Monterumici, Gombi e pochi altri. Avevamo un ciclostile e poi una macchina rudimentale costruita da Nerozzi che fu installata in via San Felice, in casa della madre di Albertino Masetti.

Nel mese di novembre il compagno Mazza procurò una pedalina che fu collocata in un locale sotto il ponte di via Libia. Con la pedalina la nostra produzione migliorò moltissimo. Stampavamo « La Voce dell’operaio », poi, in gennaio, cominciammo a stampare « La Lotta » (ricordo che questo titolo fu deciso da una riunione di segreteria, su mia proposta); poi, in luglio, tirammo anche l’edizione bolognese de « l’Unità » oltre a migliaia di manifestini di propaganda e di incitamento all’azione in ogni strato sociale.

Alla fine del 1943, con l’aiuto del compagno Barilli, avevo trovato un nuovo recapito per la nostra stampa fuori porta San Felice, in casa della compagna Rosina Vezzali che lavorava alla Manifattura tabacchi. Ne facemmo una specie di redazione e qui battevo a macchina, con la mia compagna, Vera, dei manifesti che poi andavano alla stampa, nonché le circolari e le direttive che venivano dal « centro ». Pur facendo questo lavoro io mantenni sempre dei contatti con gli operai della «Ducati» e nel febbraio 1944, in vista dello sciopero dei lavoratori dell’alta Italia contro il nazifascismo, io fui incaricato di interessarmi dell’organizzazione dello sciopero proprio in quella che era stata la fabbrica del mio ultimo arresto.

La sera precedente all’uscita dalla fabbrica mi incontrai, assieme alla mia compagna, che era una dirigente dei « Gruppi di difesa della donna », con il gruppo dei compagni responsabili dell’attività interna: Libero Romagnoli, Anna Zucchini, Paolo Fiorini, Albertini, per prendere gli ultimi accordi sullo sciopero. Vi era preoccupazione da parte nostra, ma anche fiducia per lo stato d’animo di ribellione che serpeggiava fra gli operai. Lo sciopero doveva iniziare alle ore dieci del giorno dopo.

In fabbrica vi era una tensione spasmodica. Gli occhi degli operai ogni tanto si alzavano dal lavoro per guardare l’orologio del reparto. Gli animi erano tesi: ogni minuto sembrava che non terminasse mai. Mancavano ancora cinque minuti; poi quattro, tre, due, uno. Nessuno si muoveva, la tensione aveva raggiunto il suo apice. Finalmente si udì lo squillo della « sirena ».

A quel segnale gli animi si distesero e gli operai abbandonarono il loro posto di lavoro riversandosi nel cortile. La direzione della fabbrica ed il comando tedesco furono colti di sorpresa. Cercarono prima di far opera di persuasione perché gli operai riprendessero il lavoro, poi passarono alle minacce. Vi fu in quel momento un attimo di sbandamento; alcuni, col capo chino, ritornarono nei reparti non certamente convinti. D’un tratto l’operaio Gino (Libero Romagnoli) saltò sul banco ed urlò: « Fuori tutti, vogliamo che le nostre rivendicazioni siano soddisfatte ». Di lì a poco arrivarono i nazifascisti e minacciarono le rappresaglie; ma la fermezza che era espressa nei volti dei lavoratori, le richieste fatte a viva voce dall’operaia Anna Zucchini furono accettate. Anna fu arrestata, ma poi furono costretti a metterla in libertà.

Dopo gli scioperi del marzo la lotta nelle fabbriche, nei campi, la lotta sindacale, rivendicativa, acquista sempre più un valore politico e si trasforma in lotta armata, senza esclusione di colpi. Gli operai divennero partigiani e la lotta divenne dura: tutti ormai si erano resi conto che non vi era altra scelta al di fuori della Resistenza.

Circa un mese dopo lo sciopero della « Ducati » e cioè il 5 aprile 1944, mentre andavo a una riunione del comitato federale, in via Libia, fui preceduto da Vincenzo Masi che mi disse che la riunione era rinviata e che Mazza era stato arrestato. Andai in un recapito della stampa a porta Mazzini e qui fui fermato da un poliziotto in borghese che mi perquisì; nella tasca del gabardine, fra una copia del « Carlino », avevo due articoli scritti da Ghedini per un nuovo giornale « La Voce dei campi » che stava per essere pubblicato. Però il poliziotto non se ne accorse e io potei distruggere tutto nel gabinetto. Fui egualmente portato nella caserma dei carabinieri di via del Fossato e dopo tre giorni di interrogatorio fui rinchiuso a San Giovanni in Monte dove restai, dopo interrogatori dei tedeschi, per circa 40 giorni.

Verso la fine di maggio, quando uscii, il lavoro della stampa era diretto da Giovanni Bottonelli e io, in attesa di recarmi in montagna come partigiano, continuai a collaborare alla stampa. Verso la metà di giugno raggiunsi la Brigata « Stella Rossa », a Vado, come membro del comando di Brigata e responsabile di partito.

La vita in Brigata fu intensa e anche difficile perché non mancarono i contrasti fra direzione militare e direzione politica in quanto da parte del comandante si tendeva a limitare e a contrastare l’attività educativa ed organizzativa dei commissari. Non mi soffermo sull’attività della « Stella Rossa » perché altri potrà farlo meglio di me. Voglio solo ricordare quell’indimenticabile 29 settembre 1944 che segna la data d’inizio del massacro di Marzabotto.

Ricordo che mi svegliai all’alba al crepitare delle armi automatiche e al bagliore degli incendi che circondavano la vallata ai piedi del Monte Salvaro, dove si trovava il comando della Brigata. I nazifascisti erano riusciti finalmente a sorprendere la Brigata dividendone le forze ed aprendo larghi varchi nello schieramento. Ma la resistenza, passato il primo attimo di sgomento, si organizzò di nuovo, sia pure per iniziativa di singoli comandanti e commissari.

Il 3° Battaglione, comandato da Otello, era rimasto tagliato fuori, e combattè un’impari lotta sul Monte Sole, infliggendo pesanti perdite al nemico; nella battaglia si distinsero, in particolare, quattro prigionieri russi, che morirono eroicamente nell’ottobre, nel tentativo di guadare il Reno in località Lavino di Casalecchio con un forte gruppo di partigiani della Brigata « Bolero », per portarsi in città a dare il proprio contributo alla liberazione della città stessa.

Intanto era rimasto il primo battaglione e parte del secondo. Assieme a Ferruccio Magnani ed al Vecio (Crisalidi), decidemmo di ripiegare combattendo e di sganciarci dalla morsa che tendeva a rinchiudersi sempre di più attorno a noi; dividemmo le nostre forze in due consistenti gruppi per meglio sfuggire ai nazifascisti. Uno era comandato dal Vecio e l’altro dal commissario Giacomo e dal comandante di battaglione e, all’imbrunire, attraverso un canalone, riuscimmo a rompere l’accerchiamento e portarci in località Creda, a ridosso del fronte.

Durante la notte ed il giorno successivo, il 30 settembre, arrivarono gruppi di partigiani della « Stella Rossa » e 40 soldati prigionieri cecoslovacchi; in complesso circa duecento uomini. Nella notte si riunirono i comandanti ed i commissari dei battaglioni presenti per discutere le misure che si dovevano prendere per fronteggiare la situazione che si era creata. Due erano le posizioni presentate: il gruppo dei commissari e cioè Giacomo (Magnani), Vecio (Crisalidi), Giorgio (Sternini), Renato (Patuelli) ed io, sosteneva che malgrado il colpo subito, specie nel morale, si doveva ritornare nelle posizioni abbandonate, riprendere la lotta nel posto, per poi essere pronti a scendere in città per dar man forte alle forze partigiane, alla popolazione che sarebbe insorta contemporaneamente all’offensiva promessa dalle forze anglo-americane per la liberazione di Bologna.

Il gruppo dei comandanti sosteneva invece che non sarebbe stato possibile ricostituire lo spirito necessario a tale impresa, per le gravi difficoltà e impossibilità di operare alle spalle del fronte, e che la stragrande maggioranza dei partigiani intendeva, se era necessario, dare battaglia per aprirsi un varco e passare il fronte per poi combattere a fianco degli alleati per liberare il nostro paese.
Dopo una lunga e animata discussione, le posizioni rimasero invariate; i comandanti con la maggioranza dei partigiani passarono, dopo pochi giorni, il fronte e si unirono agli alleati; i commissari con un altro gruppo di partigiani (18 uomini in tutto) ritornarono nelle zone dove era avvenuto il massacro di Marzabotto.

Durante la notte del 2 ottobre facemmo lo spostamento, attraverso zone piene di soldati tedeschi; passammo a pochi metri dai loro accampamenti, vicino alla ferrovia e appena venne l’alba ci nascondemmo nel bosco nel versante del Monte Salvaro in località Pioppe; incontrammo uno dei pochi superstiti che ci raccontò la strage avvenuta dei partigiani ammalati, della popolazione, dell’eroico comportamento dei partigiani rimasti circondati, che spararono fino all’ultima cartuccia dei loro « Sten »; in particolare del comandante di compagnia Rino, appena diciottenne, che immolò la propria vita per dare la possibilità al comandante Lupo e al vice comandante Gianni di sfuggire all’accerchiamento dei tedeschi in località Gardeletta. Ci parlò di San Martino, di Sperticano, di Casaglia, di Monte Sole dove erano morti, accatastati, uomini, donne, bimbi, vecchi, parroci, partigiani tutti insieme: non potevamo credere che la barbarie nazista giungesse a tanto!

Nella notte passammo una passerella di fortuna sul fiume Reno di fronte a Malfolle, evitando le pattuglie tedesche e fummo, nonostante gli esempi di crudeltà ancora vivi ed i pericoli che ciò comportava, ospitati da una famiglia di contadini del luogo. Per puro caso riuscimmo ad uscire indenni dal rastrellamento dei nazi-fascisti all’alba del 3 ottobre.
Giacomo fu poi nominato vice commissario politico della 7a GAP (fu ucciso il 5 dicembre dai nazifascisti) ed io ebbi l’incarico della riorganizzazione sindacale su basi unitarie ed in seguito, dal CUMER, fui designato a far parte del Comando Divisione in veste di aiutante in prima del vice comandante della Divisione Bologna che era Aldo Cucchi.

Le premesse per l’unità sindacale esistevano ovunque. Da alcuni mesi erano operanti nella provincia numerosi « Comitati di agitazione sindacali di fabbrica » e « Comitati di difesa dei contadini » che univano alle rivendicazioni economiche quelle politiche attraverso l’arma dello sciopero e del sabotaggio contro il nazifascismo. Il « patto di Roma » che aveva ricostituito l’unità sindacale doveva avere necessariamente attuazione anche da noi. Il 10 novembre 1944 si giunse alla costituzione della Commissione esecutiva della Camera Confederale del Lavoro, composta di 11 membri; 3 comunisti (Agostino Ottani, Paolo Betti, Giorgio Volpi); 3 socialisti (Giuseppe Bentivogli, Ottorino Guidi e Giuseppe Gottellini); 3 democratici cristiani (Angelo Salizzoni e due altri); un repubblicano: Umberto Pagani; un azionista e un sindacalista e quest’ultimo era Clodoveo Bonazzi che era stato già segretario della Vecchia Camera del Lavoro di Bologna. Qualche tempo dopo Bentivogli lascierà il suo incarico e subentrerà per il partito socialista lo stesso Bonazzi, divenuto militante di quel partito.

Nonostante le enormi difficoltà imposte dalla occupazione nazista, la Commissione esecutiva, svolse una intensa attività e sul piano della discussione per un giusto orientamento sindacale e sul piano della riorganizzazione delle categorie e delle Federazioni. In modo particolare furono affrontate — tenendo presenti le diverse esperienze e teorie a cui le varie correnti sindacali si richiamavano — tutte le questioni relative all’orientamento, al tipo di organizzazione e di direzione di una unica centrale sindacale: la CGIL.

Fu elaborato un manifesto ed un progetto di legge sul « maltolto », vari manifesti rivendicativi e politici agli operai, ai contadini, ai tecnici ed agli intellettuali per unirli in un fronte unico per la liberazione del nostro paese e, il 20 gennaio 1945, il principio dell’unità sindacale veniva espresso in una mozione approvata all’unanimità. Al primo congresso della CGIL, tenutosi a Napoli dal 28 gennaio al 1° febbraio 1945, l’organizzazione sindacale bolognese inviò la propria adesione. Paolo Fabbri, delegato dei bolognesi, morirà attraversando le linee, durante il viaggio per Napoli.

La Federazione provinciale dei lavoratori della terra sorse alla fine del 1944. Furono designati a reggere la segreteria: Giorgio Volpi, comunista; Giuseppe Bentivogli, socialista e Angelo Salizzoni, democratico cristiano. I tre accolsero il comunicato approvato dall’Esecutivo camerale che denunciava il « patto colonico » imposto dai fascisti ed invitava i contadini alla lotta per un nuovo « patto colonico » che i mezzadri di Medicina, di Castel Guelfo, di Malalbergo, di Calderara di Reno e della bassa Imolese avevano già ottenuto con la ripartizione dei prodotti agricoli al 60-65 %, netto dalle spese. L’unità sindacale, raggiunta nella Resistenza, aprì la strada ad una nuova fase della storia del nostro paese con la vittoria della Repubblica e la promulgazione della Carta Costituzionale che segnò un grande passo in avanti per i lavoratori del braccio

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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