29 settembre 1944


Una giornata autunnale, la nebbia ricopre i boschi dell’appennino. Nei giorni precedenti c’erano stati combattimenti tra i nazifascisti e la brigata Stella Rossa, ma i fronte si avvicina e la zona fa parte della Linea Gotica. I tedeschi non possono avere nelle retrovie problemi di nessun genere, devono avere il territorio libero dai “banditi”.
Potrebbe essere una giornata come altre il 29 settembre 1944 per la popolazione di Monte Sole, Marzabotto e delle località attigue, ma quella mattina le SS di Reader guidate da guide fasciste trasformerà il territorio in un inferno che sarà ricordato come LA STRAGE DI MARZABOTTO.

TESTIMONIANZE
Partigiani
Agostino Ottani
Membro del Comando della Divisione Bologna e Commissario politico nella Brigata « Stella Rossa»
Ricordo che mi svegliai all’alba al crepitare delle armi automatiche e al bagliore degli incendi che circondavano la vallata ai piedi del Monte Salvaro, dove si trovava il comando della Brigata. I nazifascisti erano riusciti finalmente a sorprendere la Brigata dividendone le forze ed aprendo larghi varchi nello schieramento. Ma la resistenza, passato il primo attimo di sgomento, si organizzò
di nuovo, sia pure per iniziativa di singoli comandanti e commissari.
Il 3° Battaglione, comandato da Otello, era rimasto tagliato fuori, e combattè un’impari lotta sul Monte Sole, infliggendo pesanti perdite al nemico; nella battaglia si distinsero, in particolare, quattro prigionieri russi, che morirono eroicamente nell’ottobre, nel tentativo di guadare il Reno in località Lavino di Casalecchio con un forte gruppo di partigiani della Brigata « Bolero », per
portarsi in città a dare il proprio contributo alla liberazione della città stessa.
Intanto era rimasto il primo battaglione e parte del secondo. Assieme a Ferruccio Magnani ed al Vedo (Crisalidi), decidemmo di ripiegare combattendo e di sganciarci dalla morsa che tendeva a rinchiudersi sempre di più attorno a noi; dividemmo le nostre forze in due consistenti gruppi per meglio sfuggire ai nazifascisti. Uno era comandato dal Vecio e l’altro dal commissario Giacomo
e dal comandante di battaglione e, all’imbrunire, attraverso un canalone, riuscimmo a rompere l’accerchiamento e portarci in località Creda, a ridosso del fronte.

Guerrino Avoni
Capo squadra nella Brigata Stella Rossa.
La mattina del 29 settembre io mi trovavo con la mia squadra alla Casetta, nella frazione di Casaglia. Eravamo stati avvertiti che i tedeschi stavano arrivando in forze e io avevo messo due sentinelle su monte Sole. Anche il Lupo era passato dalla Casetta per dirmi di stare all’erta. Verso le quattro del mattino (era ancora buio) diedi ordine al cuoco di fare delle scorte in viveri, in vista del peggio. Poi misi tutti in allarme. Quaranta minuti dopo vidi coi binocoli i primi incendi dei casolari e i tedeschi che cominciavano a rastrellare in massa la gente dalle case.
Ne misero una quarantina dentro il cimitero di Casaglia, poco distante da me; un’altra parte dentro alla bottega di Caprara e noi non potemmo intervenire perché si facevano scudo degli ostaggi. Io proposi, se non altro, di scendere per creare dello scompiglio nella speranza che qualcuno potesse fuggire approfittando del momentaneo disordine: ma il mio comandante di battaglione non fu d’accordo e non se ne fece niente.
Dalle altre parti, frattanto, accadeva la stessa cosa. Il massacro aveva inizio in tutta la zona. A Cadotto il comando fu sorpreso, il Lupo fu ucciso, Gianni Rossi ferito, Menini si salvò e anche Lipparini, che era di guardia. Così fini la « Stella rossa ». Ormai Reder era padrone assoluto del campo ed iniziava il grande massacro di Marzabotto nel quale perirono 1830 fra uomini, donne e bambini. Io restai isolato con pochi uomini nella zona.

Ricordi di alcuni sopravvissuti alla strage

Lidia Pirini di anni 15, che così riferisce la propria tragica avventura.
« Era il 29 Settembre, alle ore 9 del mattino.
Alla notizia dell’arrivo dei nazisti, avevo preferito fuggire a Casaglia, sembrandomi Cerpiano luogo meno sicuro.
Abbandonai così i miei famigliari, e non ero con loro quando li massacrarono. Infatti mia madre ed una sorella di 12 anni, otto cugini e 4 zie furono massacrati il 29-30 Settembre in Cerpiano. Il 29 li ferirono soltanto, il 30 i nazisti tornarono a finirli.
Quando a Casaglia fummo convinti che i nazisti stavano per arrivare perchè si sentivano gli spari e si vedeva il fumo degli incendi, nessuno sapeva dove correre e cosa fare.
Alla fine ci rifugiammo in chiesa, una chiesa abbastanza grande, era piena per metà, e Don Marchioni cominciò a recitare il Rosario.
Ho saputo in seguito che lo trovarono ucciso ai piedi dell’altare: allora non me ne accorsi, e adesso riferisco solo quanto ricordo.
Quando arrivarono i nazisti io non li vidi, avevo paura a guardarli in faccia.
Chiusero la porta della chiesa e dentro tutti urlavano di terrore, specialmente i bambini. Dopo un poco tornarono ad aprire e si misero di qua e di la dalla porta con i mitra puntati.
Ci fecero uscire tutti in mezzo a loro e ci condussero al cimitero : dovettero scardinare il cancello con i fucili perchè non riuscivano ad aprirlo.
Ci fecero ammucchiare contro la cappella, tra le lapidi e le croci di legno; loro s’erano messi negli angoli e si erano inginocchiati per prendere bene la mira.
Avevano mitra e fucili e cominciarono a sparare.
Fui colpita da una pallottola di mitra alla coscia destra e caddi svenuta.
Quando tornai ad aprire gli occhi, la prima cosa che vidi furono i nazisti che giravano ancora per il cimitero, poi mi accorsi che addosso a me c’erano degli altri, erano morti e non mi potevo muovere ; avevo proprio sopra un ragazzo che conoscevo, era rigido e freddo, per fortuna potevo respirare perchè la testa restava fuori.
Mi accorsi anche del dolore alla coscia, che aumentava sempre più.
Mi avevano scheggiato l’osso e non sono mai più riuscita a guarire bene, anche dopo mesi e anni di cura.
Venne la sera, venne la notte, io stavo sempre là sotto senza rischiare a gridare o lamentarmi, perchè avevo paura, anche se il dolore alla coscia si era fatto insopportabile e non riuscivo più a respirare per quelli che mi stavano sopra.
Intorno a me sentivo i lamenti di alcuni feriti, così passò la notte e quasi tutto il giorno del 30. Sul tardo pomeriggio arrivò finalmente un uomo a cercare i famigliari: li trovò tutti massacrati e anche una parente ferita che trasportò fuori dal mucchio dei cadaveri.
Lo chiamai e mi venne vicino, « tutti morti mi disse, moglie e figli tutti morti ».
Mi dimenticai di chiedergli che mi tirasse fuori dalla mia posizione, nè a lui venne in mente di farlo.
Lo pregai però di tornare ad aiutarmi, dopo aver soccorso la sua parente; promise di farlo, purché non avesse avvertito la presenza dei nazisti. Così se ne andò ed io stetti ad aspettare.
Verso sera, ci si vedeva ancora, trovai finalmente la forza di decidermi, riuscii a scostarmi i cadaveri di dosso e pian piano mi allontanai dal cimitero ».

Elena Euggeri che vi perdette la madre, una sorella di 16 anni, due zii e due cugini, Augusto di 14 e Lina di 6 anni.
« Allora avevo 18 anni, essa dice.
Il 29 Settembre alle ore 9 circa arrivarono le S.S.
Scappammo in chiesa, dove pensavamo di essere rispettate, tanto più che eravamo tutte donne e bambini perchè gli uomini validi erano per le macchie.
Il Parroco diceva il rosario. Di noi, chi pregava e chi piangeva. Avevamo chiuso la porta della chiesa.
I nazisti arrivarono e cominciarono ad urlare e battere con furia contro la porta, credo anzi che la buttarono giù.
Quando sentimmo i colpi contro la porta, io, una zia e Giorgio Munarini, un cuginetto di 13 anni che si era aggrappato alle nostre mani, scappammo in sacrestia, di dove, dietro una colonnina di fronte alla porta che dava sulla chiesa, assistemmo a quello che vi accadeva.
S’erano messi ai lati della porta della chiesa, facevano uscire tutti e li picchiavano ridendo, mentre passavano in mezzo.
Il Parroco che sapeva il tedesco, parlò con 2 di loro, ma dall’espressione della sua faccia noi capivamo che non c’era nulla da fare ; continuavano a ridere mostrando il mitra, e, poiché il Parroco insisteva, lo uccisero con una raffica sopra l’altare.
Avevo messo una mano sulla bocca di mio cugino Giorgio per paura che gridasse.
Ammazzarono anche una vecchia paralitica che non si poteva muovere.
Fuggimmo alla disperata dalla sacrestia nel bosco, lontano un centinaio di metri: ci videro mentre si correva, ci spararono e gettarono anche delle bombe a mano per fortuna senza colpirci.
Nel bosco ci sentimmo più sicuri perchè si sapeva che non sarebbero venuti ; avevano sempre avuto un terrore folle del bosco; c’era anche un sentiero poco lontano, neppure 30 metri, ma non si azzardarono a venire.
Dal bosco vedemmo che fecero andare tutti verso il cimitero vicino alla chiesa dopo aver scardinato il cancello a spallate aiutandosi con i fucili.
Dal nostro posto vedevamo dentro al cimitero.
Dopo un quarto d’ora che li avevano messi contro la cappella, aprirono il fuoco con le mitraglie e gettarono anche delle bombe a mano.
Sparavano molto basso, per colpire i bambini.
Appena finito il massacro, se ne andarono.
Alle 4 del pomeriggio entrai nel cimitero a cercare i miei, ma non li trovai perchè erano sotto il mucchio dei morti.
Da un angolo della cappella mi chiamò mia cugina Elide Ruggeri, ferita ad un fianco : era con una zia che aveva le gambe fracassate e morì dopo 3 giorni.
Giunse intanto mio padre che al mattino s’era, rifugiato nella macchia e salvò mia cugina.
Alle ore 11 erano arrivati alcuni partigiani che riuscirono a portare al sicuro dei feriti.
Noi tre stemmo nel bosco per 3 giorni e per 3 notti.
Mio padre e mio zio furono uccisi tre giorni dopo, anch’essi a Casaglia ».

Il Resto del Carlino nei giorni successivi alla strage pubblicò un articolo per screditare le voci che intanto erano giunte a Bologna, il mercoledì 11 ottobre 1944-XXII n. 243 nella pagina dedicata alla « Cronaca di Bologna » scriveva:

« Le solite voci incontrollate, prodotto tipico di galoppanti fantasie in tempo di guerra, assicuravano fino a ieri che nel corso di una operazione di polizia contro una banda di fuori legge ben centocinquanta fra donne, vecchi e bambini, erano stati fucilati da truppe germaniche di rastrellamento nel Comune di Marzabotto.
Siamo in grado di smentire queste macabre voci e il fatto da esse propalato.
Alla smentita ufficiale si aggiunge la constatazione compiuta durante un apposito sopraluogo. E’ vero che nella zona di Marzabotto è stata eseguita una operazione di polizia contro un nucleo di ribelli il quale ha subito forti perdite anche nelle persone di pericolosi capibanda, ma fortunatamente non è affatto vero che il rastrellamento abbia prodotto la decimazione e il sacrificio niente meno che di centocinquanta elementi civili.
Siamo dunque di fronte ad una nuova manovra dei soliti incoscienti, destinata a cadere nel ridicolo perchè chiunque avesse voluto interpellare un qualsiasi onesto abitante di Marzabotto o, quanto meno, qualche persona reduce da quei luoghi avrebbe appreso la autentica versione dei fatti ».

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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