7 ottobre 1943 Roma


Il 7 ottobre 1943, a seguito di ordine di disarmo firmato da Rodolfo Graziani (Ministro della difesa della repubblichina fascista) l’Obersturmbannfuhrer colonnello Kappler, il boia di via Tasso, procedeva al rastrellamento e alla deportazione verso i campi di prigionia di oltre 2000 Carabinieri di Roma, prologo alla più nota deportazione di oltre 1000 ebrei avvenuta nove giorni dopo.

Svuotate le caserme a Roma (le funzioni di polizia passarono di competenza alla P.A.I.(Polizia dell’Africa Italiana), nel corso dei mesi successivi, intensa proseguì l’azione di smantellamento al nord quando, a seguito dei provvedimenti dell’autorità fascista di Salò, l’Arma fu di fatto sciolta e fatta confluire nella costituenda G.N.R. (Guardia Nazionale Repubblicana) con gli ordini del 24 novembre e 8 dicembre 1943 (istituzione e organizzazione), a conferma dell’odio alimentato a seguito dell’arresto di Mussolini e della campagna discriminatoria effettuata dai fascisti che strumentalizzarono l’uccisione di Ettore Muti.

E’ stata la prima grande deportazione nazista, superiore per numero, duemila o duemila e cinquecento uomini, a quella successiva di una settimana degli oltre mille ebrei. Ciò che emerge dai documenti desecretati è che l’episodio risulta una pagina oscura della storia del nostro Paese, rappresentata non solo dall’occupazione tedesca ma dalla risurrezione dello stato fascista dopo la liberazione di Mussolini il 12 settembre 1943, per cui non è facile stabilire una linea netta di demarcazione tra l’asservimento agli occupanti, il collaborazionismo volontario e l’azione in stato di necessità.

Per i Carabinieri l’ordine di disarmo, prologo alla successiva deportazione, porta la firma di Rodolfo Graziani, ministro della Difesa nazionale della RSI e Maresciallo d’Italia. Questi agì d’intesa con il Comando tedesco. Graziani, per costringere gli stessi ufficiali dei Carabinieri a disarmare i propri uomini e i colleghi di grado inferiore, aveva minacciato di passare per le armi i disobbedienti e di effettuare rappresaglie sulle famiglie degli ufficiali e sott’ufficiali, che tra l’altro abitavano negli alloggi demaniali delle caserme. E poiché Graziani era uomo conosciuto per le sue repressioni feroci, per evitare più gravi conseguenze, l’ordine fu eseguito.

Così i carabinieri, gli ordini vincolavano gli ufficiali superiori al segreto assoluto, furono presi in trappola e credettero di essere stati traditi. “Il giorno della cattura fummo fatti cadere in un tranello tesoci dai tedeschi e dai non meno crudeli repubblichini. Eravamo un ingombro, un ostacolo per i nazifascisti, eravamo testimoni da eliminare, eravamo l’unica protezione per le popolazioni avvilite e stanche e decisero di disfarsi di noi“, così ricorda quel giorno il maggiore Alfredo Vestuti deportato.

Anche il Col Kappler delle SS aveva interesse all’allontanamento dei Carabinieri dalla capitale prima di mettere in atto la deportazione degli ebrei dall’Italia, perché i Carabinieri si erano rivelati per la maggior parte antitedeschi: avevano combattuto contro di loro dopo l’8 settembre e, come forza di polizia nella CAR, avevano sistematicamente boicottato gli ordini del Comando tedesco quando questi colpivano la popolazione. Di qui il giudizio di inaffidabilità. Kappler temeva che il rastrellamento degli ebrei avrebbe potuto innescare una rivoluzione come qualche giorno prima a Napoli.

Effettuare la razzia nel Ghetto con ottomila “infidi” Carabinieri, che avrebbero potuto anche reagire, sarebbe stato un azzardo. Kappler, quindi, chiede e ottiene che siano disarmati e trasferiti. Graziani emette il suo ordine il 6 ottobre. Si dice che tutti gli ottomila Carabinieri di Roma devono andare a prestare servizio a Zara! “Grazie a notizie fatte trapelare nella notte il piano di disarmo non ebbe il successo che speravano i tedeschi. – precisa il Colonnello Giancarlo Barbonetti – La maggior parte dei carabinieri fu catturata nelle grandi caserme della capitale, ma nelle situazioni locali molti si diedero alla macchia.

Intanto, i Carabinieri catturati compiono il loro viaggio prigionieri. “Un vagone bestiame: 6 cavalli o 40 uomini. Noi ci misero in 40 dentro ogni vagone e poi lo piombarono.” dice Abramo Rossi, uno dei deportati: “Per fare i bisogni corporali ci hanno fatto scendere a Bologna. Oggi c’è una lapide che ricorda il nostro passaggio. Ci hanno preso con l’inganno. E’ stato un tranello. Anche i nostri ufficiali sono stati ingannati“.

Un’altra tesimonianza:

Peppino Uscidda da giovane faceva il carabiniere. Si arruolò il 1 maggio del 1941 e subito dopo la scuola allievi, frequentata a Roma, fu inviato al II gruppo squadrone a cavallo “Pastrengo”, sempre a Roma, un servizio al Ministero della Real Casa. Successivamente fu trasferito in Sardegna dove, eccetto cinque anni, dal ’50 al ’55, trascorsi in Veneto, effettuò la sua onesta carriera, sino al raggiungimento del congedo avvenuto il 13 giugno del 1978.

Quel giorno, precisamente il 7 ottobre del 1943, senza dubbio una delle pagine più buie della storia d’Italia, Roma era sotto assedio da parte dei tedeschi che da nostri alleati divennero “occupanti”, e pertanto cominciarono le rappresaglie e molti di noi militari fummo costretti a deporre le armi e ad essere deportati in Germania ed internati nei Lager: la storia parla di 2500 carabinieri. Io in quel periodo ero un giovanissimo carabiniere, avevo solo 21 anni, e posso testimoniare che a Roma vi era un clima invivibile e di paura. Il 7 ottobre del 1943 montai in servizio alle quattro del mattino e verso le 5,30 si presentò il mio capitano ordinandoci di rientrare in caserma. Feci una piccola obbiezione ricordando al mio superiore che io dovevo smontare alle 8 e che non vi era ancora il cambio. Lui confermò l’ordine e che in caserma avrei avuto tutte le spiegazioni. Quando arrivai in caserma notai che anche altri colleghi erano rientrati dai loro servizi e che stavano consegnando le armi al Maresciallo comandante del Nucleo Quirinale. Anche a me furono chieste le armi e mi fu ordinato di prepararmi una valigia con qualche indumento intimo perché dovevamo andare alla Legione allievi per varie incombenze. Tutti noi pensammo a qualcosa di poco chiaro e più le ore passavano più snervante diventava l’attesa. Anche il tempo non aiutava e la pioggia che arrivava dal cielo rendeva ancora più cupo il clima della capitale. Per questo mi avvicinai a una finestra e questo gesto fu la mia salvezza. Non so perché lo feci, forse è stata mia madre che avevo già perso qualche anno prima ad accompagnarmi verso quella finestra. Da lì intravidi arrivare due camion zeppi di paracadutisti tedeschi, armati fino ai denti, che si apprestavano a varcare i cancelli della nostra caserma. Corsi a perdifiato dal mio collega di stanza per avvisarlo e con lui cominciammo a correre in un corridoio lunghissimo cercando di aprire tutte le porte che andavano verso l’esterno. Fatalmente tutte le porte erano chiuse. L’ultima porta, quella che dava al cortile condominiale era anch’essa chiusa ma con la forza della disperazione riuscimmo ad aprirla. Una volta in basso, prima che i tedeschi scendessero dai camion, riuscimmo ad uscire dalla caserma ed a infilarci in un palazzo adiacente alla caserma. Bussammo alla prima porta, una signora ci aprì e con grande generosità ci consentì di abbandonare le nostre divise e ci consegnò alcuni abiti del marito, aiutandoci così a mimetizzarci tra i civili romani. Cominciammo a girovagare per la città e il nostro cuore, che già era tachicardico per la fuga rocambolesca, cominciò a battere ancora più forte quando assistemmo, inermi, all’assalto ad un’altra caserma. Ecco questa è la storia”.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

2 thoughts on “7 ottobre 1943 Roma”

  1. Ho trovato un diario di mio padre dove racconta di quel giorno. Lui non fu fortunato e montò su quel treno che lo portò in un campo di concentramento a Gratz (Austria)

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