Trieste 9 ottobre 1943


Avviene la prima retata di ebrei, nel giorno di Kippur, il grande digiuno penitenziale. Verranno internati nella Risiera e da lì deportati ad Auschwitz. Inizia anche in Italia l’adempimento della Soluzione Finale verranno rastrellate migliaia di ebrei e deportati verso i campi di sterminio.

Testimonianza Giulia Belleli Schreiber

Nel 1938, al tempo dell’introduzione delle leggi razziali, avevo quindici anni e facevo la sarta per un grande negozio d’abbigliamento. Con le nuove disposizioni dovetti però abbandonare il lavoro. Il padrone ci portava a casa il lavoro per non far sapere che lavoravamo ancora per il negozio. C’era anche mia sorella che lavorava con me, a casa.

Quando sono venuti i tedeschi, nel settembre del 1943, abbiamo cominciato a nasconderci. I tedeschi, con l’aiuto dei fascisti, hanno catturato mio padre vicino al Tempio; mia madre, invece, è stata presa in casa; mia sorella è stata presa per strada; mio fratello, che era falegname, è stato arrestato in
tranvai.

Io ero da poco sposata e me ne stavo nascosta in un altra casa rispetto a quella dove risultavo essere residente: stavo in una soffitta in città vecchia. I miei familiari sono stati arrestati prima di me. Un giorno arriva un certo Vittorio, che faceva lo spazzino, mi bussa alla porta e mi dice:
«Presto, presto vai a vedere che c’è una colonna di prigionieri che i tedeschi stanno portando verso la stazione».

Allora io sono andata in stazione e mi sono nascosta in un vagone e ho aspettato. Ad un certo punto li ho visti arrivare. Non sono sicura di aver visto mio fratello, ma ho visto distintamente mio padre.
Quando si è accorto che ero lì, mi ha fatto un gesto per dirmi di andare via. Allora io mi sono allontanata un po’ ma ho detto dentro di me: «No! Non vado via!», e sono rimasta lì e li ho visti partire: mio papà, mia sorella, mia madre… solo mio fratello non sono riuscita a vedere.

I tedeschi poco dopo hanno fatto una retata in città vecchia. Verso mezzanotte io e mio marito ascoltavamo la radio per sentire le notizie sulla guerra. Hanno fatto irruzione e hanno rotto tutto. Forse credevano che fossimo delle spie, ma chi sapeva nulla di spionaggio quella volta. Loro avevano i nomi di noi tutti e sapevano tutto: erano sempre accompagnati dagli italiani.

A spintoni ci hanno condotti giù per le scale. Arrivata in portone, ho approfittato di un attimo di disattenzione per buttare i miei orecchini nel sottoscala. Non volevo che si impossessassero di loro, ho preferito buttarli via. Al ritorno da Auschwitz, la portinaia di casa mia me li ha riconsegnati. Non so come ma era riuscita a salvarmeli e mi ha fatto tanto piacere riaverli.

Subito con l’arresto hanno cominciato a colpire: botte da una parte e dall’altra. Minuta che ero, e abituata alla famiglia, infatti io e mia sorella non eravamo mai andate via da Trieste, ero disorientata e confusa. Non sapevo dove erano gli altri e senza di loro mi sentivo perduta. Mi hanno condotta in Risiera di San Sabba e lì sono rimasta circa sei o sette mesi.

In Risiera c’erano alcuni sarti ebrei della famiglia Grini: uno era senz’altro uno spione. Io lavoravo come sarta sotto le loro direttive e avevo notato che i tedeschi facevano uscire con loro questo spione e poco dopo arrivava qualche ebreo appena arrestato.

Una notte, verso l’una, sono arrivati i tedeschi nel camerone e hanno chiamato sette ebrei per scaricare delle casse. Tra questi c’era un certo Felice, un pezzo d’uomo che faceva il facchino. Li hanno portati via con il camion ma dopo un quarto d’ora, non so da che parte provenissero, abbiamo sentito distintamente sette o otto colpi d’arma da fuoco. Al mattino mio marito, che lavorava in cucina, mi disse: «Non guardare in quell’angolo!». C’era un pigiama e delle pantofole che conoscevo. Appartenevano a uno di quelli che avevano portato via di notte. Da quel momento non li abbiamo mai più visti.

Dopo questa esecuzione, la paura di essere eliminata era ancora più forte. Mi dicevo: «Oggi o domani toccherà anche a me». Di mio marito infatti, che è rimasto in Risiera, non ho mai saputo più nulla. Io allora ho maturato una strana idea: volevo andare in Germania dov’erano stati mandati i miei genitori: desideravo raggiungerli. Naturalmente non sapevo cosa il destino avesse riservato a loro; pensavo lavorassero, fuori.

Una SS austriaca, che era migliore degli altri e che parlava un po’ di italiano, mi diceva che non avrei trovato nessuno e che mi avrebbero tagliato i capelli. Ma non si sapeva nulla dei campi di concentramento e la mia nostalgia dei familiari era molto forte.

Ad Auschwitz è stato tremendo. Quelle che dormivano nelle cuccette sopra buttavano le cimici sotto. C’era uno sporco impressionante. I gabinetti erano costituiti da una tavola con tanti buchi in fila e tutte assieme al mattino dovevamo andare di corpo in mezzo ad una ressa di deportate incalzanti. E poi la fame!

Ci buttavamo sopra le bucce di patate. La vita era tanto dura che perdemmo subito le mestruazioni. Ci facevano lavorare lungo il fiume a tagliare alberi. Tutti dovevano sempre correre e lavorare altrimenti ti picchiavano. Io non sapevo fare questi lavori e prendevo sempre botte. Ci svegliavano con le sirene e quando uscivamo dal campo per andare a lavorare faceva ancora buio.

Mi ricordo che alla sera rientravamo mentre suonava una banda di deportati. Suonavano molto spesso «Rosamunda». Ad un certo punto hanno chiesto cinquanta deportate per andare via. Io sono andata subito anche se non sapevo dove volevano portarci. Ma anche se mi avessero ammazzato per me era lo stesso. In un certo senso speravo che mi ammazzassero. Avevo le gambe gonfie e piene di pus. Invece ci hanno portate in un altro campo e ci hanno fatto lavorare in una fabbrica di armi.
Mi chiedo ancora come sono rimasta viva io che avevo sempre paura.

Ancora adesso mi sveglio di notte e mi sembra che mi portino via mio figlio. Mi sveglio tutta sudata, piena di paura. Per fortuna che mio figlio sta bene e che si è sposato ed ha una bella famiglia e dei buoni figli. Adesso vivo in Australia con lui anche se vengo spesso in Italia a trovare i nipoti. Sono gli unici parenti che mi sono rimasti. Ma quello che voglio dire è che nonostante siano passati molti
anni ed io viva ormai tanto lontano da qui, devo dire che la ferita di quegli anni non mi si rimargina mai. È un dolore che mi accompagna sempre dappertutto.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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