Il 16 ottobre 1943 il rastrellamento del ghetto di Roma


Sempre vestiti per fuggire anche di notte
La testimonianza di Roberto Piperno che si salvò grazie all’aiuto delle suore bethlemite di piazza Sabazio
di GIOVANNI PREZIOSI

Il 16 ottobre del 1943 è una data che non può passare inosservata perché rappresentò uno dei giorni più drammatici della storia del secolo scorso, segnato da un’onta d’infamia e di lutto, a causa del vile rastrellamento nel ghetto di Roma a opera della brigata S.S. Einsatzgruppen agli ordini del capitano Theodor Dannecker, che seguì l’esatto copione sperimentato con successo a Parigi nel luglio del 1942 in occasione di quella che passò tristemente alla storia come la rafle du Vél d’hiv, allorché la polizia arrestò 13.152 ebrei.

In realtà la decisione di estendere anche all’Italia la “soluzione finale”, così come stabilito nel corso della Conferenza di Wannsee del gennaio 1942, era stata presa a Berlino già dal 24 settembre 1943, quando fu emanato l’ordine perentorio di «catturare e trasferire nel Nord Italia», mediante un’azione a sorpresa, tutti «gli 8.000 ebrei che viv[evano] a Roma» per essere “liquidati”. Il 6 ottobre 1943, scrive infatti il comandante dell’Aussenkommando Rom der Sicherheitspolizei und des SD a Roma, Herbert Kappler, al suo diretto superiore Karl Wolff: «L’Ufficio Centrale per la Sicurezza del Reich ha mandato il capitano Dannecker per catturare tutti gli ebrei in un’azione lampo e spedirli in Germania. A causa dell’atteggiamento della città e di incerte condizioni, l’azione non può essere condotta a Napoli. I preparativi dell’ufficio per l’azione a Roma sono stati conclusi»

Dunque, come si evince da questo documento, nei piani accuratamente predisposti dai tedeschi il primo rastrellamento in grande stile doveva essere sferrato nel capoluogo partenopeo, ma ciò non fu possibile a «causa del clima ostile della città» e per il tempestivo ripiegamento delle truppe tedesche verso Nord ordinato dal colonnello Walter Schöll, che si rese indispensabile già a partire dal 30 settembre 1943 in seguito all’insurrezione della popolazione napoletana.

Inoltre, l’11 ottobre successivo, i servizi segreti britannici intercettarono anche un messaggio radio criptato che il capo dell’Ufficio Centrale per la Sicurezza del Reich, Ernst Kaltenbrunner, aveva inviato a Kappler, per sollecitarlo a scatenare la spietata caccia agli ebrei. «È precisamente esattamente l’immediata e completa eliminazione degli ebrei in Italia — sosteneva l’alto ufficiale nazista — che è nell’interesse dell’attuale situazione politica e, in generale, della sicurezza in Italia. Rinviare l’espulsione degli ebrei fino al completamento delle operazioni di disarmo dell’Arma dei carabinieri e dell’esercito italiano, è un’ipotesi che non può essere presa più in considerazione, così come quella di destinarli sotto la direzione delle autorità italiane. Più a lungo si ritarderà e più gli ebrei — che sono indubbiamente al corrente delle misure previste per la loro deportazione — hanno l’opportunità di trasferirsi nelle case degli italiani filoebraici e di scomparire completamente. L’Italia è stata istruita a eseguire gli ordini del comandante delle SS, ovvero a procedere con gli arresti degli ebrei senza ulteriori ritardi».

Gli Alleati, dunque, avrebbero potuto avvertire tempestivamente gli ebrei italiani del pericolo che incombeva su di loro, ma non lo fecero perché altrimenti avrebbero irrimediabilmente compromesso la sofisticata rete spionistica che avevano infiltrato all’interno dell’intelligence nazista. A quel punto, dunque, la sorte degli ebrei romani era ormai segnata. Difatti, intorno alle 5.30 del mattino di quel triste sabato — mentre si accingevano a celebrare il terzo giorno della festa di Sukkot — 365 soldati tedeschi armati di tutto punto, al comando del capitano Theodor Dannecker, muniti di appositi elenchi con nomi e indirizzi delle famiglie ebree forniti dall’Ufficio demografia e razza del Ministero dell’interno, coadiuvati anche da circa venti agenti di pubblica sicurezza della Questura di Roma e da alcuni interpreti scelti tra i carcerieri di via Tasso, circondarono il Portico d’Ottavia dando il via a quella scellerata operazione denominata Judenaktion, durante la quale i militari tedeschi fecero irruzione in ogni casa dove secondo i loro schedari abitavano gli ebrei, prelevando intere famiglie in gran parte sorprese ancora nel sonno con una tale protervia e disprezzo della dignità umana da far rabbrividire.

Non ebbero alcun riguardo neanche per gli infermi, come Beniamino Philipson che soffriva del morbo di Parkinson, il quale fu prelevato dalla sua abitazione in via Flavia 84 e trascinato via sulla sedia a rotelle.

Nessun quartiere della città fu risparmiato: il maggior numero di arresti si registrò a Trastevere, Testaccio e Monteverde. Appena terminata questa operazione capillare, alle 14.00 in punto, questi 1.259 malcapitati finiti nelle grinfie dei nazisti (363 uomini, 689 donne e 207 bambini) furono immediatamente condotti verso il centro di raccolta nei pressi dei ruderi del teatro Marcello, prima di essere trasferiti nel Palazzo Salviati, sede del cosiddetto collegio militare in via della Lungara, dove rimasero per trentasei ore. Quindi, dopo un esame minuzioso delle carte d’identità e di altri documenti, il capitano Dannecker decise di rilasciarne 237, tra cui i coniugi e i figli di matrimoni misti, i coinquilini e il personale di servizio non ebrei che al momento del rastrellamento si trovavano nelle case dei ricercati i quali, non credendo ai loro occhi per ciò che stava accadendo, in un lampo fecero ritorno alle loro abitazioni.

Alle prime luci dell’alba del 18 ottobre, in una livida giornata d’autunno, i 1.022 ebrei romani furono caricati su un convoglio ferroviario dato in consegna al macchinista Quirino Zazza che, verso le ore 14, lasciò Roma dalla Stazione Tiburtina diretto ad Auschwitz, dove giunse dopo sei giorni e sei notti di viaggio. Alla fine della guerra di tutte queste persone ne ritornarono, purtroppo, soltanto 16 tra cui: Sabatino Finzi, Leone Sabatello, Lello Di Segni, i fratelli Efrati e Settimia Spizzichino.

Qualcuno, tuttavia, durante la retata riuscì a salvarsi trovando rifugio nei vari istituti religiosi disseminati nei dintorni di San Bartolomeo all’Isola Tiberina, mentre altri, come Roberto Piperno e la sua famiglia, grazie alla generosità dei loro vicini non ebrei, furono ospitati provvisoriamente nelle loro abitazioni. Rievocando quei momenti così carichi di tensione, Piperno, attraverso il suo racconto, ci aiuta a comprendere meglio cosa significò per un bambino di appena cinque anni ritrovarsi all’improvviso nel bel mezzo della Shoah e vivere sulla propria pelle le nefandezze della persecuzione nazista.

«Il ricordo di quei nove mesi è inciso stabilmente nel mio cuore e in parte nella mia memoria. A settembre del 1943 io avevo già compiuto cinque anni: troppo piccolo per comprendere ciò che stava avvenendo nella Storia, ma già abbastanza grande per partecipare a quelle esperienze.

Rientrati a Roma da Frascati dove ci eravamo nascosti in un casolare di mio zio, mio padre trovò accoglienza per tutta la famiglia (io, mia sorella, mia madre e mio padre) presso un amico, nella speranza che l’esercito alleato arrivasse a Roma presto. Ma a ottobre, prima la raccolta dell’oro da parte dei nazisti e poi la razzia del 16 ottobre, cambiò la prospettiva. Il 16 ottobre noi eravamo nascosti nell’abitazione degli amici di mio padre, i signori Clelia e Alberto Ragionieri (insigniti, in seguito, dell’onorificenza di Giusti fra le Nazioni) in via Arno, ma i nonni (Angelo e Elena Disegni) erano nelle loro case, perché si pensava che i nazisti non erano interessati a prendere anziani che non erano in grado di lavorare. Fortunatamente il caso li salvò (…): i nazisti non passarono alla casa un po’ più isolata dei miei nonni materni, mentre mia nonna paterna fu salvata da una coinquilina che vide entrare i soldati nazisti, comprese il rischio, con l’ascensore salì da mia nonna al quarto piano e la nascose nel suo appartamento al secondo piano, mentre i soldati salivano le scale a piedi. Nell’appartamento dove viveva mia nonna trovarono la cognata, che era però l’unica cattolica della famiglia: i nazisti la portarono via al carcere di Regina Coeli, ma fortunatamenteil parroco di San Crisogono (…) si precipitò là e riuscì a convincere i carcerieri che zia Giulia era cattolica e non ebrea: così la riportò a casa e si salvò. La sera stessa, come ben ricordo, i tre nonni (…) ci raggiunsero nella casa dove eravamo nascosti e così, la famiglia di quattro persone, che ci ospitava, si trovò ben sette persone da nascondere».

Tuttavia, visto che gli Alleati, dopo l’operazione Avalanche (che scattò sulle coste salernitane nel settembre 1943) non erano ancora riusciti a raggiungere la capitale, per non mettere in pericolo anche la famiglia che li ospitava, nel dicembre successivo fu escogitata un’altra soluzione.

«Mio padre — racconta ancora Piperno — anche per il suo lavoro di commerciante di tessuti, aveva avuto frequenti contatti con il Vaticano e inoltre l’amico che ci ospitava era un buon cattolico. Così fu possibile ottenere che una parte della famiglia, cioè le donne, mia madre, mia sorella di tre anni più grande di me, le due nonne ed io, fosse ospitata presso il monastero delle suore bethlemite a piazza Sabazio, dove viveva la famiglia amica. Invece mio padre e mio nonno si trasferirono presso la basilica di San Giovanni. Poi fu deciso di ricongiungerci tutti a San Giovanni. Ma, proprio la stessa sera che noi arrivammo, si seppe che i nazisti erano entrati nella basilica di San Paolo e avevano portato via molte persone. Così dopo una notte insonne, sempre vestiti per fuggire, mio padre e mio nonno rientrarono nella casa della famiglia amica e noi ritornammo presso le suore bethlemite, dove trascorremmo tutti i successivi mesi fino alla liberazione del 4 giugno 1944, in uno scantinato presso il portone di accesso del monastero, dove dormivo stretto con mia madre e mia sorella, mentre sull’altro lato del locale c’erano altre due brande per le due nonne».

Subito dopo il loro arrivo presso questo istituto religioso, Alberto Ragionieri, su sollecitazione della madre superiora, suor Evelina Foligno, per celare la vera identità della famiglia Piperno e garantire loro un’adeguata sicurezza, riuscì a procurarsi dei documenti falsi sui quali fu impresso il nome di tal Pistolesi, grazie ai quali furono in grado di acquistare perfino gli alimenti di cui avevano bisogno. Per maggiore precauzione, e contenere i rischi, anche involontari, l’unica persona che ufficialmente era al corrente della vera identità della famiglia Piperno era la madre superiora, mentre per quasi tutte le altre suore erano degli sfollati provenienti da Napoli.

«Prima di addormentarmi — ricorda Piperno — mia madre mi faceva ripetere ogni sera il mio nuovo nome: Roberto Pistolesi. Così prima di addormentarmi mi sdoppiavo ogni sera, ripetendo il mio nuovo cognome, da usare se fossi stato in contatto con altre persone. Naturalmente lo sdoppiamento della persona non era solo nel cognome, ma anche nel comportamento.

Infatti, essendo noi, ufficialmente, degli sfollati napoletani cattolici, tutte le domeniche ci recavamo nella chiesa del monastero. Così dalle suore appresi via via le preghiere cattoliche e anche occasionalmente, mi pare a Pasqua, partecipai al breve corteo interno nella chiesa. (…) Ricordo in particolare, ancora con speciale simpatia, una giovane suora di nome Rita (ormai deceduta), con la quale con mia sorella ci incontravamo nel Monastero o nel giardinetto: era sempre così affettuosa ed umana. È stata l’unica persona con la quale una mattina di primavera sono uscito, dovendosi lei recare a fare alcuni acquisti nelle immediate vicinanze».

«Sono esperienze indimenticabili — conclude, con un filo di emozione, Roberto Piperno — tanto più che durarono tanti mesi, e dalle quali non ti liberi mai più. Sul piano dei rapporti umani non ho un ricordo triste del periodo trascorso nel monastero, che era tenuto bene dalle suore gentili, sorridenti e disponibili.

Certamente il comportamento umano delle suore verso questo bambino (…) rese anche più accettabile quella continua condizione di prigionia e paura: e anche di questo sono ancora grato».

L’OSSERVATORE ROMANO martedì 16 ottobre 2012

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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