26 ottobre 1922


Napoli, Michele Bianchi, chiudendo i lavori del consiglio nazionale del Partito fascista, lancia un incitamento alla mobilitazione generale delle squadre fasciste. Inizia la marcia su Roma. Sotto la guida dei quadrunviri, insediati a Perugia, le squadre fasciste convergono da varie regioni su Roma. Mussolini è a Milano e attende gli sviluppi barricato nella sede del Popolo d’Italia da dove negozia a distanza con il re e il governo.

Quasi ovunque le autorità civili cedono il comando a quelle militari seguendo le direttive arrivate da Roma. La resistenza delle autorità militari è quasi inesistente ed è immediatamente seguita dall’apertura di trattative con i capi delle colonne fasciste.
La marcia su Roma con il colpo di stato dei fascisti è il completamento di anni di violenze squadristiche nei confronti dell’opposizione. Questa violenza dopo la presa del potere sarà legalizzata.

Alcune testimonianze

NEVIO FABBRI

Nel 1922 aumentarono le persecuzioni al popolo molinellese; infatti chi usciva la sera veniva mandato a casa di prepotenza, rincorso e bastonato.
Questa sorte toccò a Cavallini e a Fernando Bandiera, il quale una sera, dopo essere stato rincorso fu ferito da una fucilata; mentre Gaetano Bagni, distributore di mano d’opera, fu bastonato a sangue non meno di otto nove volte. Sempre in questo periodo l’arciprete di Molinella, Don Primo Angelini, organizzava in canonica le squadre fasciste, fornendo loro i famigerati manganelli.
Il giorno stesso della « marcia su Roma », i fascisti si impossessarono con la forza dei beni mobili ed immobili delle varie Cooperative: agricola, consumo, tessuti, muratori, fornace, per un valore complessivo di circa trenta milioni di allora. Successivamente questo bottino fu in parte rubato dai fascisti del luogo e il resto fu venduto all’asta sotto la direzione di un commissario prefettizio.

ALFREDO TROMBETTI

Il centro di ritrovo dei fascisti a Bologna, dalla fine del 1920, era l’incrocio centrale delle vie Rizzoli, Indipendenza e Ugo Bassi. Attorno al bar Centrale, nell’angolo fra via Indipendenza e via Ugo Bassi, v’era il loro « quartier generale » e le adunate se le davano gridando « A noi! ». Vestivano come volevano o potevano e di comune avevano in genere una camicia nera e, alcuni, anche un fez nero in testa con un fiocco che penzolava giù da una cordicella. Al passaggio degli antifascisti sfoderavano il manganello e cominciava l’aggressione al grido di « dagli al russo », « al boia », « al bolscevico ». Quando il poveretto era battuto e sanguinante a terra dalle manganellate e dai calci, allora arrivava qualche agente di P.S., giusto in tempo per portarlo, se andava bene, all’ospedale, o nella Questura, che era dentro a Palazzo d’Accursio.
Io ero allora cameriere al caffè-ristorante « Grande Italia », un locale di lusso, appena aperto, e situato nel palazzo Re Enzo, all’angolo fra via Rizzoli e piazza. Nettuno ed ogni giorno, ogni ora si può dire, assistevo a scene del genere. Mio fratello, Gustavo, era cameriere all’Albergo Ristorante « Stella d’Italia », situato proprio di fronte. La nostra posizione non era certo facile perche noi eravamo dichiaratamente antifascisti. Ricordo ora alcuni di questi episodi di violenza che più vivi sono rimasti nella mia memoria.
Non era ancora stata fatta la « marcia su Roma », ma il fascismo era già per tre quarti al potere. Ricordo una ragazza, un’operaia, sotto i portici di via Indipendenza. I fascisti dicono: « È una russa » e la circondano, poi l’offendono, la stringono contro il muro e la cospargono in tutto il corpo di nero fumo. La ragazza vorrebbe fuggire, ma non può, potrebbe chiamare aiuto, ma lì c’è la polizia che non interviene. Allora scappa e quelli l’inseguono, con luride parolacce e poi la lasciano andare via.
Un’altra volta vidi dare l’olio di ricino a un poveretto. Gli tenevano la bocca aperta e poi, giù un bicchiere d’olio, e poi a ridere, in piena piazza. Poi cominciarono con le botte e spesso queste scene i fascisti le facevano durante le « spedizioni punitive » nelle case, alla presenza dei familiari impotenti a reagire perche andavano sempre in una squadra ed erano armati anche di pugnali, oltre che del solito « manganello ». Spesso gli indiziati venivano trascinati fuori di casa e uccisi altrove.

Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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