Celso Ghini


Un antifascista militante

Dal Resto del Carlino 2/11/1924

La notte scorsa a un’ora circa, i fascisti Zanetti Federico, Caccioni Bernardino, abitanti in via S. Giacomo, Ambrosini Edo, abitante in via Altabella, sorpresero in via San Giacomo un gruppo di sei giovinastri intenti a coprire con pennello le scritte e i manifesti del partito fascista e a decorare di iscrizioni inneggiami al comunismo e alla rivoluzione.

Io ero uno dei sei giovinastri ; gli altri erano Omero Ghini, Guerrino Pelliconi, Gino Albertazzi, tutti di via Torleone, Alfonso Mazzocchi, di via Broccaindosso, Amedeo Sasdelli, di San Vitale, tutti operai tra i 16 e i 17 anni.
L’ambiente familiare, la vita di lavoro, le violenze e i delitti dei fascisti, cui avevamo assistito dall’assalto alla Camera del Lavoro all’eccidio del 1920 in Piazza Maggiore, la soppressione delle libertà avevano fatto di noi degli antifascisti. Dopo la parentesi del delitto Matteotti, quando l’indignazione energica del paese aveva seminato il panico tra i fascisti, questi avevano ritirato fuori le cimici e le camicie nere nascoste e stavano riprendendo baldanza.

Noi eravamo fra quelli che volevano contrastare questo ritorno e fare qualche cosa. Decidemmo di fondare un’associazione clandestina, denominata Fede , per condurre la lotta contro i fascisti in maniera sistematica e organizzata. Io fui designato come presidente, segretario fu Omero Ghini, tesoriere Pelliconi e così via. Il gruppo usciva la sera, diffondeva fogli con scritte antifasciste nei cinematografi e faceva scritte sui muri delle strade della vecchia città: via Lame, Riva Reno, Saffi, Nosadella, ecc.

La sera del 1 novembre 1924 avevamo battuto la zona di via Zamboni e Borgo S. Giacomo. I fascisti citati dal Carlino erano tre di un gruppo molto più folto, che non aveva osato affrontare i giovani antifascisti di fronte alla sede rionale del fascio di Borgo S. Giacomo mentre cancellavano le scritte fasciste: Chi tocca Dumini, del piombo , e simili e scrivevamo: M il fascismo , W la rivoluzione , W la Russia , ecc.
Venimmo rincorsi soltanto dopo che ci eravamo allontanati, quando ci trovammo al quadrivio di via Belmeloro con via S. Apollonia, mentre con calma proseguivamo il lavoro sul muro di cinta della facoltà di Veterinaria. I fascisti, ignorando che avevamo osato entrare nella loro tana disarmati e quindi pieni di paura, cominciarono a gridare da lontano. Noi scappammo e i fascisti, nella confusione, — era una sera nebbiosa — si spararono fra di loro. Essi riuscirono però a catturare il più giovane, Sasdelli, mentre orinava contro il muro e che, nella sorpresa, era rimasto ad attenderli con il barattolo della vernice in mano.

Nei giorni successivi, con grande dispiego di forza pubblica — i carabinieri avevano bloccato gli accessi di via Torleone — fummo arrestati e portati a San Francesco, nel carcere dei minorenni. Fummo tutti denunciati per associazione a delinquere, incitamento alla rivolta, organizzazione di squadre d’azione per rovesciare i poteri dello stato, mancato omicido (per i colpi che i fascisti si erano scambiati fra loro), ecc. Dopo circa due mesi fummo tutti assolti in istruttoria, difesi dall’avv. Roberto Vigni.

L’episodio ebbe, tra l’altro, due pratiche conseguenze: 1) tutta la città seppe di questi giovani e i comunisti cercarono il loro contatto. Nel 1925 chi prima, chi dopo, entrammo nella FGC già soppressa legalmente pre propaganda antimilitarista; 2) tutti e sei fummo schedati dalla Questura come sovversivi pericolosi e periodicamente arrestati per misure di pubblica sicurezza. Questi arresti allargarono il cerchio delle conoscenze tra gli antifascisti già formati (Zanarini, Tarozzi, Tega, Colombini, ecc.) e molti altri giovani più anziani di milizia antifascista.

Omero ed io fondammo una cellula nel calzaturificio Felsina , dove lavoravamo; io fui portato alla direzione del settore Mazzini-S. Vitale e, quando il segretario della federazione giovanile si trasferì a Genova, ressi la direzione della federazione giovanile fino all’insediamento del più anziano Pio Bonora.
Sulla linea della politica del fronte unico antifascista, collaborai con Raffaele Gaiani, Armando Pilati, Nino Nannetti, allora socialisti, e con Cantelli, repubblicano.

Biografia

Ghini Celso (Nome di battaglia Campo, Francesco Campofosco)
Nasce l’ʼ8/12/1907 a Bologna.
Iscrittosi alla FGCI nei primi anni venti fu attivo antifascista. Arrestato assieme ad altri per avere l’1/11/24 eseguite scritte sui muri incitanti alla lotta contro il fascismo, dopo aver subito il carcere preventivo, fu assolto per insufficienza di prove.

Il 22/8/25 venne nuovamente arrestato per «essere stato sorpreso a distribuire stampe comuniste».
Assolto dal tribunale il 3/2/26, fu dimesso dal carcere dopo 6 mesi di detenzione. Dopo le leggi eccezionali del novembre 1926, si allontanò da Bologna. Ricercato dalla polizia, fu assegnato al confino in contumacia per 3 anni con ordinanza 29/11/26, dalla Commissione provinciale.

Espatriato clandestinamente non rispose alla chiamata alle armi. Raggiunta l’ʼUnione Sovietica frequentò l’ʼuniversità leninista a Mosca.
Nel 1930, in Francia, fu chiamato a far parte dellʼapparato centrale del PCI e del comitato centrale della Federazione giovanile comunista. Sostenitore dellʼattività antifascista all’interno dellʼItalia, rientrò più volte clandestinamente in patria per organizzare la lotta contro il regime.

Nel 1931 fu designato a dirigere il Centro interno della FGCI.
Nello stesso anno, il 1° aprile, venne arrestato a Milano e, con sentenza istruttoria del 7/11/31, deferito al Tribunale speciale. Il 9/12/31 venne condannato a 17 anni di reclusione, 20 mila lire di multa, all’interdizione perpetua dai pubblici uffici e a 3 anni di libertà condizionata per propaganda e ricostituzione del PCI, espatrio clandestino, uso sciente di documenti falsi e omessa denuncia dʼarmi.

Fu carcerato nello stabilimento penale di Pianosa (LI) e il 30/9/36 venne confinato nell’isola di Ponza (LT) per scontarvi i 3 anni di confino assegnatigli nel 1926. In seguito fu inviato alle Tremiti (FG) e quindi a Ventotene (LT).

Non avendo «fornito alcuna prova di ravvedimento» e continuando «a dimostrarsi elemento pericoloso», il 16/11/39 venne riassegnato al confino per 2 anni. Il 20/9/41, terminato di espiare il periodo di assegnazione al confino, «trattandosi di elemento pericoloso dʼordine del Ministero è stato trattenuto in colonia come internato per la durata della guerra».

Rientrò a Bologna nell’agosto 1943. Prese parte alla lotta di liberazione in sede diversa dal bolognese per ragioni cospirative. Fu organizzatore di formazioni partigiane e poi ispettore delle brgg Garibaldi nel Lazio, in Umbria e nelle Marche. In questʼultima regione fu membro del Triunvirato insurrezionale del PCI fino alla liberazione di quel territorio.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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