5 novembre 1920 Bologna assalto alla Camera del Lavoro


La notte tra il 4 e il 5 novembre gli squadristi attaccano la camera del lavoro di Bologna.

Il ricordo dell’evento attraverso la testimonianza di Claudio Montevecchi

Un episodio, che fece molto scalpore, si svolse nella notte tra il 4 e il 5 novembre del 1920 a Bologna. Politicamente l’ambiente si stava riscaldando. I nazionalisti erano alla ricerca di qualcosa che facesse colpo per intimidire la popolazione.

Alcune scaramucce avevano avuto un esito non troppo brillante per loro, perciò volevano a tutti i costi il fattaccio. Ottima occasione poteva essere la commemorazione del 4 novembre, con la scusa della quale si potevano raggruppare elementi facinorosi e senza scrupoli, adatti a fare un colpo grosso.

Ai primi di novembre si ebbe sentore che gli squadristi si preparavano a dare l’assalto alla sede della Camera del Lavoro di Bologna, posta allora in via d’Azeglio, nel palazzo che oggi ospita il teatro « La Ribalta »; la data, l’anniversario della vittoria. La voce si propagò veloce tra le masse operaie e nella zona di Imola si mobilitarono spontaneamente un centinaio di lavoratori, giovani e adulti, che si misero a disposizione dei dirigenti sindacali per recarsi a Bologna.

Molti erano delle frazioni e non li conoscevo; tra gli imolesi ricordo Amedeo Tabanelli, Antonio Cicalini, Luigi Giardini, Giovanni Bandini, Tulio Camerlata e un certo Nicodemo di Fontanelice; degli altri che pur conoscevo, oggi ho dimenticato il nome.

La mattina del 4 novembre ci preparammo e durante il giorno, alla spicciolata, chi in treno, chi in bicicletta, chi in camion, partimmo a la volta di Bologna per ritrovarci tutti nella sede della Camera del Lavoro.

L’attacco era previsto per la tarda serata, e verso le ore 21 ci disponemmo nei punti strategici: nei locali della portineria, alle finestre dell’ammezzato che guardavano la via d’Azeglio da sotto il portico, altri nei locali al piano terra e alle finestre che davano sul cortile. Verso le ore 23 si udirono schiamazzi più intensi del solito, numerosi gruppi di nazionalisti passavano davanti al portone della Camera del Lavoro che avevamo lasciato aperto per dimostrare che non eravamo intimoriti dalle loro intenzioni.

A un certo momento, dopo un periodo di silenzio, si udì all’improvviso un tramestio intenso, poi gli squadristi apparvero sparando davanti al portello della portineria, dentro la quale cinque o sei compagni, tra i quali anch’io, erano pronti alla difesa. Rispondemmo immediatamente e allora gli squadristi si ritirarono, scambiando alcuni colpi coi compagni appostati alle finestre  dell’ammezzato.

Si seppe poi che un tenente degli arditi, certo Pappalardo, era rimasto ferito.

Pensando che sarebbero senz’altro tornati, per precauzione fu chiuso il portone onde impedire una nuova sorpresa. Poi, invece, venne escogitata una trappola. Due giovani, uno dei quali era Cicalini, si sistemarono su un ballatoio, che si trovava in fondo all’androne, da dove dominavano lo specchio del portone; altri nei vani delle camere al piano terra e alle finestre del cortile.

Avremmo così lasciato entrare gli squadristi, ed al resto ci avremmo pensato dopo. Il portone fu quindi riaperto.

Gli squadristi tornarono in numero maggiore e si schierarono contro il muro, sul lato opposto della strada; urlavano e schiamazzavano, ma non tentarono l’assalto: forse intuirono il pericolo e dopo un’ora si allontanarono per la seconda volta.

A questo punto intervenne l’allora segretario della Camera del Lavoro, on. Bucco, il quale, evidentemente preoccupato che i fascisti ritornassero in numero maggiore e che potesse succedere qualcosa di grave, credette di salvare la situazione telefonando al comando delle Guardie regie perché intervenisse.

Dopo di ciò fummo invitati da Bucco a depositare le armi in alcune casse che portammo nel suo appartamento; poi attendemmo l’arrivo delle Guardie regie.

All’alba, con le catene ai polsi, fummo tradotti al carcere di S. Giovanni in Monte e rinchiusi in un camerone di transito. Subito dopo il nostro trasferimento, con la scusa della perquisizione, entrarono nei locali della Camera del Lavoro carabinieri e squadristi i quali sfogarono la loro rabbia mettendo a soqquadro alcuni locali, distruggendo documenti, mobili ed attrezzature.

 

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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