Renato Tartarotti e la Compagnia autonoma speciale.


Quando si parla della Resistenza, del ventennio fascista in Italia si parla delle vittime, degli eroi che diedero la vita per quegli ideali che portarono alla Liberazione. Gli aguzzini sono sempre citati marginalmente, visti come mezzo di repressione. Tartarotti è un nome che a Bologna per anni ha fatto paura. Sotto le sue “cure” sono passati molti martiri della Resistenza. Il suo ritratto e la sua storia riportata di seguito credo possa illustrare degnamente quali fossero gli ideali di chi ha combattuto nella Repubblica Sociale Italiana.

Renato Tartarotti fece parte delle forze armate della Rsi, fu attivo soprattutto a Bologna tra il 1943 e il 1944. La sua carriera militare iniziò nel 1934 quando a 18 anni si arruolò volontario a Bologna come fante. Tra quell’anno e il settembre 1943 combattè sul fronte africano come sergente e, dopo un congedo di due anni terminato per sua volontà, fu impegnato con il grado di sergente maggiore anche in Croazia e Slovenia. All’indomani dell’armistizio firmato dall’Italia, tornò a Bologna e si arruolò nella polizia (prima federale e poi ausiliaria). Fu così che entrò in contatto con l’allora questore Giovanni Tebaldi.

Il clima di tensione in città esplose il 26 gennaio 1944 con l’assassinio del federale fascista Eugenio Facchini cui seguì un processo per rappresaglia celebrato quella stessa notte dal Tribunale militare straordinario di guerra contro dieci antifascisti già detenuti al momento dell’omicidio. La corte giudicò tutti gli imputati colpevoli e condannò nove di loro alla pena capitale. Renato Tartarotti, poiché prescelto dal questore in qualità di sua guardia del corpo, presenziò eccezionalmente al processo e, probabilmente perché già reputato milite affidabile, ricevette l’incarico di tradurre i condannati al luogo della fucilazione. Durante il trasferimento i prigionieri si ribellarono, riuscirono a ferire gravemente Tartarotti ma non a scappare.

Tartarotti, dopo la convalescenza, riprese servizio il 28 febbraio 1944, entrando a far parte di un nuovo battaglione della Polizia ausiliaria, e il giorno seguente partecipò, insieme ad altri ufficiali, all’arresto, voluto dal questore, di diversi membri effettivi della 6.a compagnia mobile di polizia e altre persone tutte fermate con l’accusa di antifascismo. Gli arrestati, a seguito di una breve inchiesta, furono denunciati al Tribunale per la difesa dello Stato di Parma e là tradotti.

In seguito alla nomina a sottotenente Tartarotti fu inviato, a fine marzo, a Sassuolo per prender parte a una scuola di addestramento, dove conobbe molti dei suoi militi più fidati.
Successivamente, in seguito all’uccisione di due ufficiali della Guardia nazionale repubblicana (Gnr) e al conseguente rastrellamento ordinato dal questore che portò all’arresto di sei antifascisti, Tartarotti fu incaricato prima di comandare un gruppo di militi della Gnr componenti il plotone di esecuzione che trucidò i fermati nella notte tra il 31 marzo e il 1° aprile, e poi di occuparsi dell’inumazione dei cadaveri.

Nell’aprile 1944 ottenne da Tebaldi l’incarico di recarsi, con un reparto di circa 60 agenti tra ausiliari ed effettivi, nel territorio della Questura di Arezzo per fornire aiuto militare. In territorio toscano la sua squadra presidiò il paese di Loro Ciuffenna e a San Giovanni Valdarno comandò, dietro ordine del questore di Arezzo, il plotone che fucilò tre partigiani.

Il reparto rientrò a Bologna nel maggio 1944: fu però solo nel mese successivo che si verificò la svolta per la carriera del giovane tenente. Infatti, in seguito alla scioglimento del battaglione di Polizia ausiliaria, Tartarotti ottenne da Tebaldi l’incarico di formare e comandare, col grado di capitano, un reparto: nacque così la Compagnia autonoma speciale che si acquartierò nella residenza del questore, Villa Camponati in via Siepelunga. Qui si istituì una sorta di «seconda questura che si occupava di fatti politici» e che, «se anche amministrativamente era autonoma, funzionalmente dipendeva dal Questore e ne costituiva il corpo di guardia». La compagnia infatti era comandata da Tartarotti ma riceveva ordini anche da Tebaldi che «aveva sul Tartarotti piena autorità sia di diritto che di fatto».

La Compagnia autonoma speciale oltre a svolgere il servizio di guardia del corpo del questore, realizzava molte operazioni volte a danneggiare la popolazione e a indebolire fortemente la lotta partigiana. I patrioti venivano arrestati e sottoposti a duri interrogatori in cui Tartarotti e i suoi agenti infliggevano loro terribili torture: i detenuti erano percossi con guantoni da boxe, cinghie di cuoio, bastoni e spranghe di ferro in tutto il corpo, ma specialmente ai piedi e al volto (in particolare gli occhi venivano punzecchiati con spilli fino a far perdere la vista ai malcapitati). Tali torture ordinate da Tartarotti e da Tebaldi spesso portavano alla morte degli arrestati.
Inoltre il capitano era solito infliggere dure punizioni anche ai suoi agenti che quando si rifiutavano di obbedire ai suoi ordini venivano puniti con la tortura del palo. Tale pratica consisteva nel legare il ribelle a un palo posto all’esterno della villa sotto il sole senza cibo né acqua.

Il reparto però non si occupava solo di reprimere la lotta partigiana (arrestando, maltrattando, torturando, eseguendo rastrellamenti e fucilazioni) ma realizzò anche, come emerge per esempio dai numerosi capi di imputazione di Tartarotti, molte rapine aggravate, requisizioni ed estorsioni.
Un caso esemplare riguardante le modalità di operare del reparto, le torture praticate agli arrestati e l’attività di requisizione di beni è quello di Remo Ruggi, accusato di trafficare in oro.

Il 30 luglio 1944, con lo scopo di smascherare l’attività illecita, alcuni agenti finsero di essere interessati al commercio di oro e contattarono la vittima. Con tale pretesto Tartarotti e i suoi uomini perquisirono il suo esercizio commerciale e la sua abitazione e, pur non avendo trovato prove sufficienti, arrestarono i titolari della tabaccheria: Ruggi e suo cognato. Li portarono nella sede del reparto ove alcuni agenti comandanti da Tartarotti e Tebaldi li interrogarono e li percossero con guantoni da boxe e leve di ferro. Si accanirono su Ruggi con una tale ferocia che furono costretti a portarlo all’ospedale dove, poco dopo il suo arrivo, nella mattina del 31 luglio 1944 morì per le gravi lesioni riportate.

In seguito a tale episodio Tebaldi, per occultare la vicenda, fece redigere un falso rapporto in data 2 agosto 1944 in cui si riferiva che alcuni agenti avevano rinvenuto Ruggi gravemente ferito in un fosso. Ma il figlio del defunto tabaccaio, anche in qualità del suo ruolo di sottotenente della Decima Mas, chiese spiegazioni al questore, che, messo di fronte al misfatto, fu costretto a comprare il silenzio del giovane dopo alcune trattative.

Le torture inflitte al tabaccaio in soli due interrogatori furono così bestiali da ridurlo in poche ore (dalla mattina alla sera) in uno stato che agli agenti apparve come comatoso. Va precisato che questo arresto, seguito da barbari interrogatori, venne effettuato per verificare una semplice, seppur grave, accusa di contrabbando e non per una collaborazione politica o militare con i partigiani.

Questo fatto unito a tutta una serie di reati fa ipotizzare che oltre alla lotta alla Resistenza molte delle operazioni della squadra di Tartarotti fossero indirizzate a realizzare requisizioni di ogni tipo attuate forse con lo scopo di soddisfare le esigenze della Questura e del reparto.

La Compagnia autonoma speciale continuò a operare a Bologna fino al settembre 1944 periodo in cui il reparto fu trasferito a Trieste, città dove già era stato trasferito Tebaldi che era stato sostituito a Bologna da Fabiani. Tartarotti non era in buoni rapporti con il nuovo questore: quest’ultimo, d’altra parte, non lo vedeva di buon occhio soprattutto dopo che si era rifiutato di comandare la fucilazione dei membri del Partito d’azione catturati e condannati a morte.

Si può dire che questo rifiuto di Tartarotti pose fine alla sua carriera. Il reparto, infatti, con il trasferimento, perse dapprima la sua autonomia e poi il suo capitano che, in seguito alla denuncia prodotta dal questore Tebaldi circa la gestione finanziaria del corpo, fu arrestato e trascorse gli ultimi mesi della Rsi in prigione prima di essere giudicato, al termine della guerra, dalla Corte d’Assise straordinaria di Bologna e condannato, il 4 luglio 1945, alla pena di morte mediante fucilazione alla schiena (unica sentenza eseguita in città).

Per approfondimenti : percorsistorici.it

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

2 pensieri riguardo “Renato Tartarotti e la Compagnia autonoma speciale.”

  1. Sto leggendo attualmente alcuni libri sulla guerra civile it.nel periodo 1943-45, penso ke questi personaggi fascisti , grandi torturatori e carnefici di partigiani ed antifasc. , agissero sotto l’effetto di droghe e alcool, ke li portavano a commettere torture e crimini efferrati , altro non si spiega. Poi purtroppo,appena dopo il 25 aprile , la tanto sopita vendetta esplodeva nei tanti omicidi , anke di persone ke forse erano solo simpatizzanti o innocenti . . . .

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    1. Non ho idea di cosa leggi, ho conosciuto personalmente dei partigiani torturati da Tartarotti e posso dirti che i torturatori erano lucidissimi e ferivano per puro piacere fisico e psicologico. Invece di leggere libri revisionistici se vuoi approfondire veramente esistono testi di psicologia che spiegano la cosa egregiamente. Per le sopite vendette come dici tu potrei indicarti il video di Liliana Segre deportata in Germania che racconta di avere avuto la possibilità di uccidere il suo torturatore al momento della liberazione. Questi gli chiese di sparargli perchè non voleva cadere nelle mani dei russi lei si rifiutò. Altro esempio ti consiglio di leggere la testimonianza di Ledovino Bonafede riportata in queste pagine che salva un suo torturatore appena uscito, dopo l’amnistia di togliatti, dal carcere. I torturati condannati a morte sono stati troppo pochi in italia e per ironia della sorte furono proprio i partigiani anche nel dopoguerra ad essere trattati come dei banditi.

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