Romagnoli Renato (Nome di battaglia Italiano)


Nasce il 20/12/1926 a Bologna. Iscritto al PCI dalla fine del 1943, fino al febbraio 1944, svolse attività politica. Partecipò all’insediamento di partigiani bolognesi nel Veneto nell’inverno 1943-44. Rientrato a Bologna il 6/4/44, venne inserito in un gruppo gappista della 7a brg GAP Gianni Garibaldi.

Fece parte del gruppo di 12 gappisti che il 9/8/44 compì l’ardimentosa azione che portò alla liberazione dei detenuti politici rinchiusi nel carcere di S. Giovanni in Monte (Bologna). Partecipò alle battaglie di Porta Lame e della Bolognina. Restò ferito in combattimento. Fu nominato comandante del reparto di polizia partigiana.

Gli è stata conferita la medaglia d’argento al valor militare con la seguente motivazione:

Comandante della squadra di polizia di una brigata G.A.P. partecipava con solo undici compagni animati dalla stessa fede all’audace colpo di mano che ridava libertà a duecentoquaranta detenuti politici rinchiusi nelle carceri di S. Giovanni in Monte.
A Porta Lame e alla Bolognina si distingueva per indomito valore sostenendo una fiera lotta contro preponderanti forze nazifasciste che appoggiate da dodici carri armati cercavano di sgominare e catturare i partigiani rifugiati fra le macerie delle case distrutte dai bombardamenti aerei. Dopo un’epica difesa, piuttosto che cadere nelle mani del nemico, arditamente balzava fuori dal rifugio e abbattuti col preciso fuoco del suo mitra due soldati tedeschi accorsi per sbarrargli il passo, dava la possibilità ai compagni di sfuggire all’accerchiamento e di portare in salvo i partigiani feriti.
Mirabile esempio di audacia, altruismo e sprezzo del pericolo.

Bologna, agosto 1944 – 7 novembre 1944.

Un suo ricordo
“Li ho visti mentre li portavano al massacro”
Ho visto i tredici compagni mentre venivano condotti al massacro. Fu al cavalcavia della linea ferroviaria Porrettana, quel tragico mattino del 10 ottobre 1944. Allora, non ancora diciottenne ero partigiano della 7.a brigata Gap e con la nostra infermiera Stella Tozzi, 33 anni, che aveva lasciato il posto di lavoro al Policlinico S. Orsola per svolgere il suo compito professionale con noi nella base di via Lame 194, in bicicletta stavamo andando a far visita al comandante della mia squadra, Dante Guadarelli (nome di battaglia “Rino”) rifugiato presso la sua famiglia non lontano dal cavalcavia. Lui si era allontanato dall’ospedale militare “Putti”, diretto dal prof. Oscar Scaglietti, benemerito della Resistenza, dove era stato ricoverato, con la falsa motivazione, per la ferita ad un polmone riportata in uno scontro a fuoco col nemico ad un posto di blocco nella zona di Calderara. Si era saputo che i repubblichini erano sulle sue tracce.
Vidi il gruppo di partigiani della 63.a brigata Garibaldi “Bolero”, catturati nella battaglia di Rasiglio, e di civili rastrellati, che procedevano scortati dalle SS. Accelerammo. Ne parlai con “Rino” e durante la conversazione sentimmo spari, ma non ci facemmo molto caso, a quell’epoca era un po’… naturale. Quando tornammo indietro io e Stella vedemmo il tragico spettacolo. Lo ho raccontato in sede di testimonianza davanti al Tribunale militare di Verona.

Testimonianza

Il 25 luglio 1943, alla caduta del fascismo, avevo da poco compiuto 16 anni ma già da alcuni mesi ero organizzato, per iniziativa e merito di Primo Cavicchi, nel gruppo comunista operante nella fabbrica Buini e Grandi . Lavoravo come operaio apprendista nelle officine Cevolani , nel quartiere Bolognina, dove si costruivano macchine utensili e ingranaggi per un’industria fornitrice della Marina Militare. Partecipai allo sciopero nei giorni 26 e 27 luglio e all’azione, riuscita, per fare uscire gli operai andati al lavoro sia nella mia che in altre fabbriche. La tensione era grande, gli ufficiali più ligi alle disposizioni dello Stato Maggiore, minacciavano in continuazione di aprire il fuoco sui manifestanti se gli assembramenti non si fossero sciolti. Vi furono scontri e qualche ufficiale più esagitato fece seguire alle parole i fatti e si sparò davanti all’officina Minganti , prospiciente la mia, dove un operaio rimase ferito.

La notte del 27 luglio fui arrestato, assieme a tanti altri, tra cui un folto gruppo di operai della Cevolani , in seguito a denuncia di uno dei proprietari: Luigi Pazzaglia. Rinchiuso per la giovane età nel carcere minorile di via del Pratello vi rimasi fino al 17 settembre, quando tutti i politici, in seguito all’armistizio furono rilasciati.

Tornati dal buio delle cantine dove si erano nascosti all’indomani del 25 luglio, sotto la protezione e al servizio dell’occupante tedesco, i fascisti rispolverarono le pratiche istruttorie e iniziarono i processi, animati da uno spirito di vendetta. Presi subito la decisione di raggiungere i gruppi armati che si andavano organizzando e, a seguito di contatti con Sirro Fantazzini, anziano militante antifascista, riuscii a raggiungere la formazione partigiana che i partigiani bolognesi stavano predisponendo nelle Prealpi Venete, a cavallo della provincia di Belluno e Udine. Dopo il primo rastrellamento compiuto alla fine di marzo dai tedeschi nel Cansiglio fui costretto, per ragioni di salute, ad abbandonare la zona e a tornare a Bologna con altri tre giovani: Sergio Galanti (Rada), Renato Serenari (Formica), Vincenzo Toffano (Terremoto). Assieme entrammo immediatamente nella 7.a GAP e con i gappisti bolognesi partecipai in seguito a molte delle azioni più importanti che si svolsero in città, tra cui, il 9 agosto, la liberazione dei detenuti dal carcere di San Giovanni in Monte.

Nel corso delle tante battaglie intraprese e subite dalla brigata i tre compagni giunti come me dalla montagna sono morti, aggiungendo i loro nomi ai tanti, troppi partigiani caduti per la libertà.
Nell’ottobre 1944, in vista dell’attuazione del piano insurrezionale di Bologna, 15 gappisti e partigiani furono concentrati nella base di via del Macello, e altri 230 furono alloggiati nei ruderi del vecchio ospedale Maggiore; io ero fra quelli attestati in quest’ultima base . Le forze qui riunite erano formate da squadre della città, dai distaccamenti di Castenaso, Castelmaggiore ed Anzola della pianura bolognese, da un gruppo di partigiani della 63.a brigata Bolero e da una squadra SAP. La base dell’ospedale era comandata dal vice comandante della 7.a GAP, Giovanni Martini (Paolo).

Giunti sul posto a gruppi, a cominciare dalla metà di ottobre i partigiani erano armati discretamente e ben riforniti di munizioni. Per i contatti con l’esterno, ridotti all’indispensabile, usufruivano dell’apporto delle gappiste in funzione di
staffette durante il giorno, mentre di notte l’attività era più intensa e veniva messo in opera il parco automezzi, tra cui figurava il Fiat 26 del distaccamento di Castelmaggiore. L’approvvigionamento viveri, compresa la carne macellata in loco, sia di pronto consumo, sia da destinarsi a riserva, si svolgeva regolarmente, senza intoppi, per cui questo aspetto non dava preoccupazioni, anzi era un elemento di serenità.

All’interno dell’ospedale, che seppur semidistrutto manteneva infatti grandi locali abitabili provvisti di acqua e luce, i partigiani si erano sistemati in vari punti, mantenendo distinti i gruppi di provenienza, ognuno dei quali aveva suoi compiti da adempiere, in particolare per quanto riguardava la vigilanza.

La mattina presto del 7 novembre 1944, stavo compiendo il turno di guardia al secondo piano dell’edificio, in una posizione che permetteva la visuale su di una vasta area di terreno scoperto nel retro dell’edificio dalla parte che spazia in direzione di porta Lame. Si sentirono nel silenzio abituale di quella parte della città completamente abbandonata, a causa delle distruzioni dei bombardamenti, da tutti gli abitanti, crepitare raffiche di arma automatica e le numerose sentinelle diedero l’allarme. Arrivarono quasi contemporaneamente agli spari i due gappisti Gallo (Giovanni Galletti) e Maresciallo (Riniero Turrini) componenti della squadra Serena di cui facevo parte, che, andati per il consueto rifornimento di pane, erano stati rimandati indietro da Aldo (Bruno Gualandi), il comandante della base di via del Macello per comunicare che i tedeschi avevano scoperto l’insediamento partigiano e che il combattimento era ormai inevitabile, come quelle prime raffiche dimostravano realisticamente.

Tutti gli uomini furono inviati in pochi minuti in posizione di combattimento, ognuno nel posto previsto da presidiare, in attesa di ordini dal comando di brigata e dal CUMER. Dalla mia posizione, man mano si faceva giorno, si vedeva la disposizione dello schieramento fascista e tedesco farsi più numeroso e agguerrito ed ebbi modo di notare, mentre le ore passavano lentamente, le molte ambulanze che andavano e venivano facendo la spola e ciò faceva capire che il combattimento, salvo brevi pause, era animato e i nostri resistevano bene e con successo.

Nell’interno della base dell’ospedale, ma mano che passava il tempo, i partigiani si innervosivano, tutti si chiedevano che cosa aspettasse il comando a farci sapere le intenzioni, a darci le indicazioni e l’ordine di intervenire a fianco dei nostri compagni accerchiati. Ma l’ordine tardava e noi eravamo costretti a starcene immobili a guardare. Non fu facile convincerci che dovevamo essere disciplinati e attendere per evitare mosse avventate. Ma perché aspettare? Ricordo che dalle nostre posizioni vedevamo chiaramente che i fascisti, sotto di noi, passavano pattugliando la zona rasenti il muro di cinta dell’ospedale e questo eccitava gli uomini costretti all’immobilità con quei bersagli così comodi e facili a portata di mano, inquadrati nei mirini delle armi. Un compagno russo, ex prigioniero di guerra, unitosi come tanti altri alle formazioni partigiane, stava per sparare contro una delle tante pattuglie che percorrevano le vie circostanti e fummo costretti a prendergli il mitra perché non accadesse l’irreparabile. Non fu quello, durante l’interminabile giornata, il solo fatto di insofferenza.

Le giustificazioni che ci davano i comandanti e i commissari facevano perno sulla difficoltà non tanto nel portare a termine vittoriosamente l’attacco di sorpresa, perdite a parte, che di giorno sarebbero state maggiori, quanto nell’effettuare lo sgangiamento di un così grande numero di giovani armati ad azione conclusa e per di più nel pieno di una giornata di sole. Ma tale era la preoccupazione per la sorte dei compagni accerchiati che anche questo, certamente valido argomento, non poteva trovare credito, essere capito dai gappisti, che soprattutto erano ansiosi per la vita dei loro compagni accerchiati e il disagio aumentò a dismisura con il passare delle ore e con l’alternarsi delle indicazioni che si potevano trarre sull’andamento del combattimento.

Probabilmente quello che faceva crescere il nervosismo, l’incomprensione dell’attesa, non erano tanto le valutazioni di segno contrario alle argomentazioni, ma una diffusa presa di coscienza sulla carenza di piani operativi. Non si faceva nulla – si cominciò a pensare – perché nulla era stato previsto e predisposto, per cui il rinvio, nella migliore delle ipotesi, non corrispondeva a un piano tattico derivante da un oculato esame della situazione in tutti i suoi elementi (possibilità concreta di difesa da parte dei nostri, migliore utilizzazione del potenziale offensivo, necessità di mantenere, finito lo scontro, intatte le nostre condizioni operative con uno sgangiamento ordinato su nuove e altrettanto buone posizioni), ma era probabilmente dovuto solo alla necessità di preparare concretamente il piano di attacco e organizzare alla meno peggio il ripiegamento successivo.

Fu quello il giorno più lungo nella vita della brigata. Uomini che erano abituati come metodo a decidere e risolvere collettivamente ogni problema da affrontare, furono costretti a rimanere inerti ad attendere decisioni di vertice, calanti dall’alto, non potevano capire e ciò creò in quell’occasione una frattura che non si chiuse più; si generò una sfiducia, che avrà conseguenze sul piano morale e su quello concreto delle perdite. Le lacerazioni interne non rientravano nello spirito con il quale i vecchi gappisti avevano scelto quella strada e quel terreno di lotta dove la solidarietà incideva direttamente sui singoli individui più che sulle formazioni in quanto tali.

Finalmente l’ordine arrivò: si attaccava alle sei e mezza del pomeriggio, al cadere delle prime ombre della sera. Il comando di brigata con l’appoggio del CUMER, aveva nel corso della giornata elaborato il piano per dare battaglia.
Semplice nei suoi aspetti operativi, la sua esecuzione venne spiegata agli uomini. Le forze disponibili, salvo un ristretto numero che doveva fungere da retroguardia col compito di scortare il camion stracarico di quanto non si voleva abbandonare e che doveva servire inoltre da mezzo di trasporto per gli eventuali feriti, furono divise in quattro distinti gruppi con specifico piano d’azione.

Quello formato dai gappisti di Anzola, comandato da Sugano Melchiorri, attaccò il nemico da porta Lame dal viale di circovallazione sulla direttrice San Felice-Lame. Contemporaneamente porta Lame fu investita dal distaccamento di Castelmaggiore, comandato da Arrigo Pioppi (Bill), e da quello di Castenaso comandato da Nino Malaguti (Nino), direttamente da via delle Lame. Tedeschi e fascisti, colti di sorpresa dal fuoco concentrico di centinaia di armi che sparavano contemporaneamente, furono subito travolti e subirono una grave sconfitta. Quanti non furono svelti a scappare, pochi in verità, rimasero morti sulla strada, sotto il cassero della porta, sugli automezzi: la scena era illuminata a giorno dai camion tedeschi in fiamme colpiti dalle nostre bombe.

Una parte della colonna che si era mossa lungo la via delle Lame, dirottò per via Azzogardino e penetrò nella base di via del Macello rompendo l’accerchiamento, ma i nostri avevano già evacuato gli edifici mettendosi in salvo con i propri mezzi. Il gruppo SAP, nel frattempo, aveva distrutto il posto di blocco fascista appostato alla confluenza Lame-Riva di Reno. La quarta e ultima colonna, che avrebbe dovuto raggiungere eventualmente la base accerchiata da via del Rondone, trovò quanto ci si aspettava e non riuscì a proseguire: infatti fu bloccata dal fuoco di mitraglia dei fascisti barricati dentro la sede del Dopolavoro della Manifattura Tabacchi. Lo scontro però li distolse dalla vigilanza sulla via Azzogardino permettendo ai gappisti di arrivare alla nostra base indisturbati. Per questo gli uomini dovettero, dopo un breve scambio di colpi, ricevute le notizie sull’andamento positivo delle più importanti parti del piano, indietreggiare e si riunirono agli altri oltre porta Lame, dove ebbe inizio l’operazione di sgombero dell’assembramento dei partigiani vittoriosi. Nella fase di attacco io, che ero con questo ultimo gruppo formato essenzialmente da gappisti delle squadre cittadine, fui colpito da una fucilata di striscio al naso, mentre Giuliano Tonelli restò ferito a una gamba.

Se il piano di attacco elaborato dal comando di brigata fu preciso e aderente alla situazione di fatto, estremamente produttivo come svolgimento complessivo e i risultati dal punto di vista militare oltremodo positivi, non altrettanto si può dire per quello che riguarda lo sganciamento. A tal proposito erano state impartite istruzioni sommarie in riferimento alle nuove posizioni da raggiungere e ciò determinò parecchia indecisione fra i nostri e se il ripiegamento si svolse abbastanza regolarmente lo si deve allo spirito d’iniziativa dei partigiani. Infatti, quando raggiunsi gli altri a porta Lame la confusione non poteva essere maggiore; oltre duecento uomini si trovavano ammassati in breve tratto di strada presi un po’ dall’esuberanza per il risultato raggiunto, un po’ preda dell’incertezza su quanto restava da fare per condurre in porto felicemente l’operazione.

Per questo, saputo delle destinazioni indicate, assunsi la direzione dell’operazione, conoscendo la zona e le abitazioni riservatici, guidando la sganciamento. Fu così che mentre si dava ordine all’assembramento sgomberando la strada e sistemando i partigiani in lunga fila ai lati della medesima prendendo così una dislocazione più ragionevole per non correre il rischio di farsi accerchiare e imbottigliare da eventuali rinforzi di truppe nemiche che fossero sopraggiunte, il distaccamento di Anzola partiva per una sistemazione autonoma nel quartiere attorno al Pontelungo, il rimanente degli uomini si mosse alle mie spalle e si diresse verso la Bolognina, dove trovammo una malcerta sistemazione in vecchie e precarie basi ampiamente sfruttate dai gappisti in precedenza.

La marcia di trasferimento non si compì senza incidenti. Per ben due volte ci imbattemmo in gruppi partigiani che si trovavano in posti nei quali per quanto ne sapevamo, non dovevano essere e se la prima volta l’intoppo si risolse con un cambiamento di strada, a scanso di guai, la seconda costò in morti e feriti quando una macchina delle SAP giunse improvvisamente in mezzo alla colonna che sfilava nella ritirata. Mentre stavamo per arrivare ai luoghi predestinati il combattimento ebbe un ultimo sussulto. Giunsero i rumori di nuove sparatorie: era la retroguardia che poneva in fuga camion fascisti giunti di rinforzo e presi di mira dal nostro fuoco incrociato.

Giunti nei precari alloggiamenti, dovemmo preoccuparci della cura dei feriti, con scarsi mezzi e personale insufficiente allo scopo, dato che con il camion giunsero sì dei materiali sanitari, ma non dei medici; solo l’infermiera restò con i nostri feriti, avendo i sanitari dottor Aldo Cucchi (Jacopo), commissario di brigata, e Giorgio Sternini seguito il comando verso altre destinazioni.
La battaglia di porta Lame e quella della Bolognina, che seguì otto giorni dopo, misero a dura prova la brigata. Le vecchie basi non erano più sicure, i partigiani usciti allo scoperto erano abbastanza facilmente riconoscibili, i nazifascisti si erano rafforzati e, rassicurati dal proclama Alexander e dall’annunciato blocco dell’offensiva alleata, le spie si sentirono sicure e ripresero la loro deleteria attività.

Furono, quelli che seguirono, giorni, mesi di terrore per la città, non solo per i partigiani, ma anche per i civili. Così continuò fino a quando, nel gennaio 1945, la brigata fu in grado di riunire le forze, ritessere le trame organizzative distrutte in notevole parte, ricominciando a colpire con sempre maggiore frequenza i fascisti.

In questo difficile momento venne data vita alla polizia partigiana ed io fui nominato comandante di questo nuovo organo della GAP, il cui compito principale, senza trascurare gli obiettivi di sempre, fu quello della lotta alle spie, che pagarono a caro prezzo i loro bassi servizi e furono messe in breve tempo nell’impossibilità di nuocere. Mantenni tale incarico fino al giorno della liberazione di Bologna, che vide gli uomini della squadra di polizia conquistare e prendere possesso di Piazza Maggiore.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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