Corradi Romildo (Nome di battaglia Dante)


Nasce il 4 febbraio 1906 a Carpi (MO) viene arrestato a Carpi il 7/11/30 a causa di una vasta attività propagandistica svolta dal PCI nel corso del 1930 nella pianura modenese. Deferito al Tribunale speciale, il 22 aprile 1931 è condannato a 5 anni di carcere per costituzione del PCI, appartenenza allo stesso e propaganda. Sconta la pena nel carcere di Viterbo dal quale fu liberato a seguito dell’amnistia del decennale fascista.

Nuovamente arrestato nell’ottobre 1933, fu inviato al confino a Ventotene (LT). Qui si sposa nel 1937. Durante la guerra lavora come operaio alla OCI-FIAT di Modena: in fabbrica pratica ed organizza il sabotaggio della produzione bellica.

Nell’estate 1943 è chiamato alle armi e inviato alla caserma del genio di Bologna. L’8 settembre 1943 abbandona la caserma e dopo un periodo trascorso fra i primi gruppi partigiani a Monchio (Palagano – MO) e a Montefiorino (MO) si unì alla 36a brg Bianconcini Garibaldi a Monte Faggiola.

Partecipò alla battaglia di Monte Bastia e dopo il congiungimento con gli alleati aderisce come volontario ai gruppi di combattimento rientrando in linea con il gruppo Cremona.

La sua testimonianza

Fui arrestato il 7 novembre 1930 in una retata di oltre cento comunisti che i fascisti, la polizia e l’OVRA fecero a Carpi. L’imputazione era quella di propaganda, appartenenza e costituzione del partito comunista italiano nella zona. Fra i cinque che ebbero il massimo della pena c’ero anch’io: il Tribunale speciale di Roma, presieduto da Tringali Casanova, mi diede cinque anni che passai a Viterbo fino a quando fui liberato per l’amnistia del decennale del fascismo.

Tornai a Carpi, sotto vigilanza, e nell’ottobre del 1933 fui di nuovo arrestato e inviato al confino a Ventotene come indesiderabile. Dovevo restare al confino tre anni e invece, a seguito di richiamo della commissione del confino e condanne subite durante il confino, restai a Ventotene fino al giugno 1939. A Ventotene mi sposai nel novembre 1937 con una compagna di Carpi, che venne a Ventotene per tale occasione. Nel 1940 mio fratello Silvano, anch’egli antifascista e processato dal Tribunale speciale, morì soldato in Grecia durante uno sbarco.

Durante la guerra non era facile a Carpi fare del lavoro concreto. Io ero entrato alla OCI-FIAT di Modena come operaio. Anch’io, come tanti operai, facevo il sabotaggio alla produzione non raggiungendo il minimo di produzione, non applicando i cottimi e in un secondo tempo, quando nella fabbrica si erano formate le squadre d’azione di operai, il sabotaggio divenne più consistente: si metteva sabbia nei pistoni dei motori, si facevano molti scarti e di danneggiavano le macchine utensili.

I primi del settembre 1943 fui richiamato alle armi e dislocato a Bologna nel Genio telefonisti. L’8 settembre tentammo di organizzare la Resistenza, ma la cosa fallì per la defezione di gran parte degli ufficiali. Vistomi scoperto, assieme ad altri compagni soldati, fuggii dalla Caserma situata alle  Due Madonne, a Bologna, che era già circondata dai tedeschi. Raggiunsi Carpi vestito da contadino e partecipai ai primi fatti preliminari di un’azione partigiana nella zona: si salvavano dei prigionieri, si accumulavano delle armi e si formavano le prime basi per la Resistenza nel Carpigiano.

Il 28 ottobre 1943, per decisione del CLN, raggiunsi i primi gruppi partigiani armati già costituiti nell’Appennino modenese, a Santa Giulia, Montefiorino e Monchio. Fino al marzo 1944 partecipai alle moltissime azioni svolte dalla formazione Barbolini.

Il 18 marzo, dopo l’eccidio di Monchio nel quale i tedeschi uccisero 136 persone, in maggior parte civili, io fui catturato dai tedeschi mentre attraversavo il fiume a nuoto. Riuscii a liberarmi della pistola, ma mi riconobbero egualmente e mi portarono a Modena, alla caserma Muti e poi fui portato in carcere per essere probabilmente fucilato. Nel tragitto, sebbene incatenato assieme ad un altro compagno, riuscii a togliermi la catena poiché, approfittando di una esperienza del carcere, avevo stretto il polso, ingrossandolo, quando me l’avevano messa e così, col polso normale, potei sfilarmela. Scappai approfittando del semioscuramento: mi spararono dietro, ma non mi presero. Feci solo cento metri e poi mi buttai dentro una porta per evitare che potessero seguire il rumore dei passi.

Dietro indicazione del CLN regionale fui poi inviato sulla Faggiola, nella 36.a brigata Garibaldi, allora comandata da un giovane bolognese, Libero Lossanti, detto Lorenzini e il Moro era il commissario politico. Alla fine di maggio avemmo un rastrellamento e in giugno, dopo l’occupazione di Palazzuolo, Lorenzini fu catturato e ucciso. Ricordo che mentre ero di sentinella, all’imbrunire, vidi salire dal prato della Faggiola molte sagome di soldati che mi parvero tedeschi. Diedi l’alt, poi sparai un colpo per dare l’allarme. I partigiani (una cinquantina in tutto e fra essi dei carabinieri passati con noi la sera prima) furono sospinti dal vice comandante Bob nella macchia e il rastrellamento durò tutta la giornata e anche nella giornata seguente. Poi, a gruppetti, ci trasferimmo alla Bastia, filtrando tra i tedeschi che ci circondavano. Ricordo che restammo dentro un fiume per più di mezz’ora, immobili.

La cosa più straordinaria è che una settimana dopo le nostre forze erano più che raddoppiate. I fascisti avevano dato l’ultimatum dicendo che i ribelli avrebbero avuto salva la vita se entro il 25 maggio si fossero presentati alle caserme. Fecero propaganda con la radio e distribuirono manifesti e salvacondotti. Invece accadde l’opposto e subito dopo il rastrellamento molti giovani ogni giorno venivano a ingrossare le fila della brigata che in luglio era forte di più di 1200 uomini armati.

Io fui nominato commissario della compagnia comandata da Marco, un giovane operaio bolognese, e restai con questa compagnia fino al passaggio del fronte e anche dopo, quando entrammo nel rinato esercito italiano. Nella mia compagnia c’erano giovani di tutte le tendenze politiche: c’erano anche due liberali, dei cattolici, un anarchico, e un liberale, Lino (Angelo Labò), era commissario di compagnia.

C’erano anche degli azionisti e dei soldati. Facevamo ogni volta che era possibile anche l’ora politica, che però non era una predica, ma un continuo dibattito, svolto in piena libertà. Al dibattito partecipavano anche assai spesso i contadini della zona ed era quello non solo il primo modo di rendere concreta la libertà, ma un mezzo di educazione politica dei giovani che non solo volevano distruggere il fascismo, ma anche costruire una società nuova.

I mezzi a disposizione erano scarsissimi e non tutti i libri avevano carattere politico. Libri di narrativa come La madre di Gorki e anche i libri dell’anarchico Mario Mariani servivano a porre dei problemi nuovi e a stimolare la discussione.

Il Comando di brigata faceva un giornale dattiloscritto, La Volontà partigiana, scritto da Luciano Bergonzini, nel quale si affrontavano problemi teorici e politici e si davano notizie sulla guerra. Altri giornali: l’Unità, l’Avanti!, giornali e opuscoli azionisti venivano distribuiti ai partigiani, ma in generale la stampa era scarsa.

Restai con la brigata fino al termine della guerra e al ritorno a Carpi ebbi un’altra grave notizia: un altro mio fratello, Virgilio, di 28 anni, era stato fucilato dai tedeschi a Novi di Modena. Il fatto avvenne il 29 marzo 1945. Mio fratello era stato caricato su di un camion insieme ad altri sette partigiani catturati a Limidi dalla brigata nera. Fra loro v’erano i fascisti del plotone d’esecuzione che avevano una maschera in volto e che dicevano apertamente che li avrebbero uccisi.

Avevano già fatto un viaggio e fucilato sei partigiani a San Giovanni di Concordia. Il capo del plotone d’esecuzione era il capitano Sacchetti della brigata nera dell’Accademia di Modena e fra i briganti neri, detti Lupi di Toscana, che fecero il rastrellamento a Limidi, v’era anche il corridore ciclista Fiorenzo Magni.

I fascisti giunti sul posto scelto per l’esecuzione, a Novi, vicino a Fossoli, fecero scendere i partigiani e subito cominciarono la carneficina. Uno dei partigiani, Storchi, fece un improvviso scatto e riuscì incredibilmente a fuggire sebbene tutti i mitra gli sparassero dietro. Mio fratello si voltò, forse sperando di imitarlo, e finì crivellato di colpi alla schiena.

Per ultimo non posso non ricordare un altro fatto importante che indica i carattere popolare, patriottico e nazionale della nostra lotta. Disarmati che fummo dagli alleati, alcune centinaia di partigiani della nostra Brigata, raccogliendo anche l’appello di Togliatti, aderirono come volontari all’esercito nazionale e io fui un animatore di questo arruolamento volontario. Fummo inviati a Cesano di Roma per raddestramento con le nuove armi e poi inviati a un Gruppo1 di combattimento Cremona con quale continuammo a combattere fino alla liberazione dell’Italia.

Di Corradi ne parla anche Luigi Tarozzi comandante di compagnia nella 36.a Brigata Garibaldi che ricorda:

Dopo una breve permanenza a Cà di Vestro fui nominato comandante di una nuova compagnia costituita con elementi che, giorno per giorno, erano venuti ad ingrossare le fila della brigata. Commissario della compagnia fu nominato Dante (Romildo Corradi, di Carpi) e la scelta mi fece piacere perché si trattava di un vecchio antifascista che aveva conosciuto, con mio padre, il confine a Ventotene.

Lo ricorda anche Filippo Pilati vice comandante di compagnia nella 36.a Brigata Garibaldi che racconta:

Fui aggregato alla compagnia di Marco, che era in via di formazione. In quei giorni affluivano numerosi i giovani che avevano scelto la mia stessa strada. Formammo una compagnia di circa trenta uomini e, in attesa di passare all’azione, facevamo circolo intorno al vecchio, caro, romantico Dante (Romildo Corradi) che era il commissario della compagnia. Le mie convinzioni liberali non potevano certo coincidere con quelle del compagno comunista Dante, che proveniva dalla prigionia fascista. Ma capii che soprattutto uomini come questi, che avevano sofferto duramente nel periodo della dittatura fascista, potevano costituire in questo momento la parte più sicura della Resistenza e la maggior forza d’urto contro il vecchio regime, e che a noi, generazioni nuove, spettava il compito di metterci al loro fianco, sulla strada da loro segnata, perché il loro sacrificio non fosse stato vano.

Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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