Baroncini Jole


Nasce il 13 agosto 1917 a Imola.
Dopo l’8 settembre 1943 la casa dei genitori di Jole si trasforma in una sede di propaganda antifascista. Jole e le sorelle Lina e Nella si dedicano alla diffusione in città e provincia del materiale propagandistico fino al 24 febbraio 1944 quando l’intera famiglia viene arrestata dai tedeschi a causa di una spia ed incarcerata nel penitenziario di San Giovanni in Monte.
Dopo lunghi interrogatori il padre è inviato al castello di Hartheim, vicino a Mauthausen dove more, mentre il 2 agosto 1944 Jole, la madre e le sorelle sono deportate al campo di concentramento di Ravensbrück.
Dopo una settimana la madre more. Qualche tempo dopo la sorella Lina è fatta partire dal campo con altre deportate. Ammalatasi, Jole viene ricoverata in infermeria il 15 febbraio dove rimane fino al giorno della sua morte il 4 marzo 1945.
Della sua famiglia sopravvivono solo Lina e Nella.

Lettera alla sorella Nella, scritta in data 2-03-1945, Ravensbrück

Carissima Nella

Mi dice Ostenda che ti è ritornata la febbre alta, speriamo non sia nulla di grave, sta in riguardo, non prendere freddo, è ormai tanto tempo che hai quella febbre e non so capire da cosa dipenda. Proprio si vede che non abbiamo fortuna, ci diamo continuamente il turno. Io sto bene, troppo bene per la fame che patisco. Appena arriva il pane me lo mangio tutto in una volta, cosa che non ho mai fatto, ma ora non resisto proprio! Tutte le notti mi sogno piatti di tagliatelle e maccheroni fumanti, e papà seduto a tavola che mangia tutto, poveretto, chissà che fame farà anche lui se la salute e la fortuna lo assiste! Sempre, sempre lo sogno!

Quando finirà dunque questa maledetta guerra, quando verrà quel giorno che ci troveremo alla nostra sgangherata tavola, ma ben apparecchiata di ogni ben di Dio? Vedere ancora papà là seduto con la sua tuta da lavoro, che alla domenica ci urtava tanto, mangiare i suoi due o tre piatti di minestra, vedere ancora la mamma sempre in piedi pronta a farci trovare la pietanza subito dopo la minestra, perché noi sempre impazienti e sempre con buon appetito… Veramente se avremo fortuna di ritornare tutti, la mamma e papà non dovranno più lavorare no, noi siamo giovani, ci rimetteremo presto e lavoreremo, essi avranno tanto bisogno di riposo! Neppure in casa mamma dovrà più lavorare. Oh, se sapessi Nella quanto penso io a questo! Che soddisfazione fare per loro un po’ di sacrificio, dopo che loro hanno fatto tanto per noi! Spero non ti annoierò, in fondo la nostra famiglia (eccettuata qualche piccola baruffa) era ed è ancora molto unita e sono certa che anche tu come la Lina penserete tanto a queste cose.

Ecco stanno arrivando le tagliatelle, un momento … Purtroppo non erano tagliatelle, ma una mescola di rape amare che però ho fatto sparire in un momento.
Sono le tre, non ho più pane, ho già mangiato la zuppa, ed ho più fame di prima. Fino a domani non si parla più di “essen” (mangiare). Pazienza! Tutto finirà. Basta però che non finiamo prima noi! Già un anno e ancora passeremo la seconda Pasqua in prigione! È certo, e chissà se potremo almeno passare il Natale 1945 a casa! Pazienza pure!…
Ho approfittato della carta che gentilmente Ostenda mi ha portato per scriverti e questa sera approfitterò ancora di lei per consegnarle questo biglietto. Sarà ricompensata.
Ciao Nella, guarisci presto e vieni a trovarmi, se non mi faranno uscire prima di te. Ora ne mandano molte in blocco anche di qua. Speriamo per il momento di non dividerci ancora.
Baci Jole

Iole Baroncini (ritratto di Renata Viganò)

Il maggiore tedesco arrivò nel suo ufficio della Kommandantur una mattina di febbraio che faceva un freddo tremendo. L’inverno del 1944 non fu certanjente mite. La sera prima aveva fatto tardi per diverse cause che non servavano al benessere del suo fegato nè dei suoi reni. Avrebbe preferito stare a letto all’albergo, sorbire una tazza di latte caldo e aspettare il pomeriggio per sentirsi meglio. Impossibile. Stava dirigendo in quel momento un mucchio di pratiche preziose.

I fascisti della repubblichina lo servivano a dovere, tanto a dovere che lui stesso, nazista crudelissimo, fanatico della « razza eletta », però uomo di cultura nella vita normale, risentiva di loro un leggero disprezzo. Infatti guardò di sbieco il sottufficiale della G.N.R. che, dopo un riverente battere alla porta, si presentò sull’attenti alla sua immensa scrivania.

L’interprete anche era entrato, un povero diavolo poco sicuro tanto del suo tedesco che di quello che stava combinando in quella misteriosa e malsicura residenza della Kommandantur. Attraverso le parole oscillanti dell’interprete, e un foglio redatto in dubbio italiano dal sottufficiale, venne fuori la prima notizia importante della giornata. Mediante informazioni sicure si era intervenuti a perquisire la casa dell’operaio Baroncini, in servizio alla O.A.R.E., stabilimento, militare, dove l’operaio suddetto era stato sorpreso a distribuire propaganda antitedesca e antifascista. La perquisizione aveva data esito positivo.

A conforto della sua elaborata prosa, il sottufficiale prese fuori dalla borsa un grosso pacco, lo mise sull’angolo del tavolo come avesse paura che puzzasse offendendo le narici del maggiore prussiano. « Qui, qui », disse invece lui impaziente, e svolse il pacco. Erano fogli piccoli, sottili, di ogni fattura: stampati, dattilografati, ciclostilati. Li passò tra le mani: gliene venne qualcuno dove, in fondo, al posto della firma, era scritto in penna a lettere maiuscole: «Morte al tedesco invasore », oppure « Viva l’Italia ».

Il maggiore rifece il pacco, lo porse all’interprete per la traduzione, e così lo sistemò a lavorare fino a notte. « Come essere famiglia? » chiese al sottufficiale. « Padre, madre, tre figlie » rispose, e lui capì senza l’interprete. « Rausch » — disse — « Lagers Deuschtland ». Prese una carta, riempì il modulo di un ordine, firmò lo diede al sottufficiale con un gesto stanco. I due scomparvero all’indietro, ognuno per la sua faccenda. La porta fu richiusa.

E si richiusero gli sportelli dei carri bestiame dietro la famiglia Baroncini al completo, tutti e cinque mezzi morti di freddo per essere stati tante ore ad aspettare il treno fuori da un casello ferroviario qualche chilometro dalla stazione di Bologna. Li cacciarono dentro fitti come le bestie in viaggio al mercato. Molti si lamentavano e piangevano, chi veniva da lontano, stretto nell’indecente spazio fino dal giorno prima si sentiva meno, chè ormai gli mancavano la voce e il fiato. C’erano anche dei bambini, e quelli urlavano invece più forte. I bambini, con i loro polmoni e cuore ed altri organi ancora freschi e nuovi, sono gli ultimi a tacere. E’ brutto che tacciano. Spesso lo fanno soltanto quando stanno per morire.

Davanti alle, testimonianze di quell’immensa, incondizionata « organizzazione della morte » costituita dai nazisti, non manca, al di là dell’orrore, il senso di una avvilita meraviglia. Ed è anche vergogna: ad un certo momento, per queste cose compiute da uomini, ci si vergogna della razza umana.

Oggi molti si abbandonano ad una sorta di incredulità, come se non fosse possibile che per anni interi un esercito abbia continuato senza causa ad uccidere milioni e milioni di persone, aggiungendo al terribile mestiere della guerra lo sterminio in massa di intere popolazioni inermi, un lavoro faticoso e dispendioso dove senza profitto ci rimetteva l’onore. Invece l’ha fatto: l’enorme documentario presta fede, ne è stato raccolto piuttosto in meno che in più, saranno accadute chissà quante cose orrende, soli presenti i criminali e le vittime, e quelli non vollero e queste non possono parlare. Ebbene, cerchiamo di ricordare tutto l’immenso dolore che sappiamo, di cui son rimaste le prove provate: e che la sconfinata moltitudine perduta innocente nei lagers tedeschi non muoia una seconda volta a causa della dimenticanza.

Dunque, la famiglia Baroncini, aggrappata insieme in un abbraccio di freddo e di sgomento, fece il suo lungo viaggiò verso la Germania. Il babbo, vecchio antifascista, che alla lotta era avvezzo, teneva alto il coraggio. Le figlie si mostravano brave, avevano solo paura per la mamma, non tanto bene in salute, anziana, strappata come una pianta alle sue radici, per un tragitto di cui non si sapeva la fine. In Germania furono divisi, il babbo lo cacciarono via, quasi non si poterono salutare. S’è saputo più tardi che è andato a morire ad Auschwitz.

Avrà dunque percorso il dolce viale alberato tra i bloks, nella pulizia e nell’ordinatezza di Auschwitz, dove non c’è fango nè baracche ma casette e strade in asfalto. Però di là non è scampato nessuno se non i presenti nel campo al momento della liberazione. In quattro anni, dallo sterminio sistematico di Auschwitz non è scampato nessuno.

La mamma e le tre figlie proseguirono verso un altro lager: Rawensbruk. Nell’inverno gelido, senza lana addosso, con scarse coperte, passano i loro giorni disperati. Si dorme male, si mangia peggio, certe deportate si sono fatte guardiane per migliorare la posizione e diventano cattive come belve. Non capiscono di essere anche loro nelle unghie dei tedeschi che il servaggio offerto, l’umile schiavitù ritengono proprio diritto e non ne fanno perciò nessun caso. La mamma è ammalata; il dolore, lo stento, nessuna speranza, sempre l’orizzonte grigio ogni mattina, sempre il «freddo di tutto il pomeriggio, e la sera con l’insonnia nella cuccia. La visita medica è una specie di drammatica selezione.

Si sa che è meglio evitarla a tutti i costi, poiché i dottori dei lagers tendono a sbarazzare lo stabilimento di coloro che non hanno più prestanza fisica, ossia non si reggono in piedi, e quindi risultano inutili in ogni prestazione. Per questo anche quelli che non si reggono in piedi fanno il miracolo di camminare. La mamma fece il miracolo di camminare finché potè, ma ci fu un’ora che si voltò con la testa verso il più buio della baracca, disse « basta » e si riposò definitivamente. Il pianto delle figlie non commuoveva molto. Tanti piangevano a Rawensbruk che ognuno badava alle sue lacrime. Nessuno era sicuro della vita di ora in ora, e c’era l’estrema crudeltà di veder morire i più cari senza poter far niente.

Anche la Jole, una delle sorelle, lei così sana, robusta, che aveva fatto prima della deportazione la staffetta della 7a GAP e ne era fiera, si sentì male. Parve cosa da poco, forse il gran dispiacere per la mamma. Ma poi peggiorò, i medici vennero a vederla, pensarono di tentare qualche loro esperimento, la fecero portare all’ospedale.

Era una malattia che gli interessava, si misero d’impegno a guarirla. Infatti rinvenne a poco a poco, c’era un soffio di primavera anche nel lager, la primavera, per qualche mese o giorno arriva dappertutto. Riuscì a mandare a dire alle sorelle che presto sarebbe tornata con loro. Si alzò, stava bene. I medici si prendevano ridendo il merito l’un l’altro.

Il giorno che fu messa in uscita dall’ospedale, felice di rivedere le sorelle, e anche pensava alla speranza di un avvenire liberato, il camion su cui l’avevano fatta salire non svoltò verso i dormitori delle deportate. Si diresse in altra parte del campo. Jole Baroncini, curata con competenza e soddisfazione dai medici tedeschi, era appena guarita, e la portarono direttamente ai forni crematori

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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