Zucchini Paolo (Nome di battaglia Fiero)


Nasce il 28 febbraio 1923 a S.Pietro in Casale. Presta servizio militare nel genio in Jugoslavia dal 12 agosto 1942 all’8 settembre 1943, quando ritorna a casa dalla costa croata a Ravenna attraverso l’Adriatico. Dal novembre 1943 riprende il lavoro in ferrovia. Prende contatti con dirigenti antifascisti, prima a Ferrara e, poi, a Bologna.
Frequenta Pier Paolo (detto: Piero) Jahier, impiegato nello stesso suo luogo di lavoro e sfollato, in quel tempo, a S. Pietro in Casale.
Dal giugno 1944 organizza un centro stampa munito di ciclostile e, principalmente con Mario Testoni, provvede alla redazione ed alla tiratura dei giornali clandestini locali – “La Fiaccola”, Organo delle masse operaie di S. Pietro in Casale, e “Lavori forzati”, un foglio diretto ai lavoratori reclutati dalla Todt e poi alla loro diffusione attraverso un’ampia rete di recapiti.
Milita nel battaglione Tolomelli della 2ª brigata Paolo Garibaldi con funzione di commissario politico di battaglione.

La sua testimonianza

La mia adesione alla lotta di liberazione fu determinata, indubbiamente, dalla educazione ricevuta da mio padre, socialista e perseguitato politico, che mi diede i primi elementi di confronto fra quanto si andava vivendo sotto la dittatura fascista e quanto invece si sarebbe verificato in una società diversa, democratica a direzione popolare. Questo elemento mi aiutò successivamente a capire meglio quanto andavo personalmente esperimentando, come muratore prima, come soldato in terra occupata poi, e, infine, come cittadino oppresso dallo straniero e dalla tirannide nostrana. Furono tutti questi elementi che mi obbligarono alla riflessione e alla ricerca di una via di uscita dal complesso di colpa che mi opprimeva. Fu dopo il mio ritorno (fuggito attraversando l’Adriatico, dalla costa croata a Ravenna) che trovai di nuovo il fascismo nella sua forma più reazionaria e il tedesco invasore.
Ripresi il mio posto di impiegato nelle ferrovie dello stato, pressapoco nel mese di novembre del 1943, presso la stazione di Ferrara. Insieme a me ripresero il lavoro Marcello Zanetti e Ermindo Marzocchi (il primo divenne comandante della 2a Brigata Paolo ; il secondo partigiano della medesima Brigata); cito questo particolare perché fu proprio a Ferrara che io e i miei compagni prendemmo, per la prima volta, contatto con la realtà tragica della reazione fascista.
Infatti, noi tre avemmo la dolorosa occasione di essere fra i primi a passare in piazza Castello, nelle prime ore del mattino in cui avvenne l’eccidio di un gruppo di cittadini ferraresi in seguito alla uccisione del segretario federale
fascista Ghisellini. Ebbene in quel mattino tragico, in quell’atmosfera che segue sempre le cose che turbano l’uomo nel suo intimo, scoprii quanto fosse acceso in me e nei miei compagni lo spirito di rivolta contro l’oppressore. Il dolore, il raccapriccio e lo sdegno ci fecero veramente considerare quanto fosse necessario intraprendere l’azione organizzata per cacciare l’invasore e vincere il fascismo oppressore, per costruire una nuova società più giusta e democratica. Questo fu l’impegno di quei giorni, impegno che portammo avanti nei mesi successivi.
Cominciarono cosi i duri giorni delle repressioni, dei bombardamenti e dei rastrellamenti. Continuammo i nostri piani, molte volte ci lasciammo vincere anche da piani fantasiosi, soprattutto io e Marcello pensavamo di attuare atti di sabotaggio per danneggiare tutto quanto poteva servire ai tedeschi e ai fascisti, soprattutto la ferrovia. Un mattino partimmo da Galliera su un treno merci nascondendoci dentro ad una garitta del frenatore: di fronte a noi stava un carro carico di motori elettrici, razziati in qualche fabbrica della Toscana, diretti in Germania. Con un balzo fummo sul carro e nello spazio di pochi minuti gettammo lungo il percorso una notevole quantità di motori elettrici, che furono successivamente recuperati dalla popolazione.
Da Ferrara, nei primi mesi del 1944, ci trasferimmo a Corticella e tutti i giorni ci recavamo al lavoro servendoci della bicicletta. La strada prescelta era via Saliceto, meno battuta dai tedeschi e dai veicoli militari. Questa strada ci avrebbe poi aiutato a prendere contatto con uomini che erano già i dirigenti della Resistenza. Un doveroso ricordo lo devo riservare ad un uomo che non fu mai esponente, né dirigente, ma i cui sentimenti antifascisti, la cui cultura e fede nella democrazia e nella giustizia lo fecero nostro maestro e rincuoratore nei momenti più difficili; mi riferisco al poeta e scrittore, scomparso recentemente, Piero Jahier, ex funzionario delle ferrovie e successivamente allineato a tutte le iniziative politiche ove si combattesse per gli ideali di libertà e di giustizia.
Con questo uomo percorrevamo il tratto da San Pietro in Casale a Corticella discorrendo della situazione in cui versava la nostra Italia e da lui ricevevamo aiuto e incoraggiamento. Lo proteggemmo come si può proteggere uno di noi, lo aiutammo anche a capirci meglio quando il nostro spirito giovanile pretendeva azione, rischio e lotta. Io debbo anche a Jahier se le mie convinzioni si concretizzarono in adesione alla Resistenza.
Ciò che mi fece entrare come protagonista fu però il contatto che ebbi, mi pare nella primavera del 1944, con Romeo Orsini, comunista. Questi mi parlò con tanta prudenza che, pur considerandola comprensibile, mi sconcertò al punto da reagire con una osservazione che ora non riferisco. Da Orsini ebbi l’invito ad incontrarmi con il compagno Mario Testoni che io ritenevo, almeno per quanto ne sapevo, responsabile dei giovani comunisti. Venne il giorno dell’incontro con Mario e ciò, se ben ricordo, accadde nella primavera 1944, in marzo o in aprile.
Il primo contatto fu uno scambio di idee sulla situazione — e per fare maturare le mie convinzioni ricordo che Mario mi diede alcuni volumi di letteratura, cosiddetta a sfondo sociale , degli indimenticabili autori, Steinbeck e Gorki. Ricordo che il primo volume che lessi, con molta avidità, fu II Tallone di Ferro immancabile strumento di preparazione ideologica (usato poi anche da me per la conquista di nuovi adepti ).
Voglio raccontare un episodio curioso. Quando mi incontrai con Mario ero talmente orgoglioso di quanto stavo per fare che mi sentii di dimostrare a lui che qualche cosa già sapevo di lotta di classe, di socialismo, di partiti operai e di antifascismo. Avevo preso da casa mia, dove la tenevo gelosamente custodita, una medaglietta di bronzo, riproducente l’effigie di Carlo Marx e la dicitura Proletari di tutti i paesi unitevi; la tirai fuori e la mostrai: quella per me era in quel momento la mia carta di identità (e lo fu in realtà anche nel futuro).
Dal nostro incontro ebbe inizio una collaborazione che non si esaurì mai, che ci portò a creare un patrimonio politico che ancora oggi cresce e progredisce.
Sarebbe per me presunzione se non ricordassi anche altri compagni che insieme a noi hanno diretto la lotta politica in quei duri momenti: Ercole Caracchi, che in quei tempi, quale responsabile del partito comunista, dirigeva la zona di San Pietro in Casale e col quale ho lungamente e intensamente collaborato; Gemmino Vitali, il compagno col quale ho percorso in lungo e in largo tutte le strade della zona ed ho partecipato a centinaia di riunioni nei luoghi più disparati; Paolino Arstani, anch’egli attivista comunista e della Resistenza; Gustavo Nannetti, dirigente dei giovani di Poggetto, col quale si fecero grandi cose sul piano organizzativo e politico-militare; Aldo Baccilieri, ex deportato politico, in casa del quale vivemmo giornate di discussione e di insegnamento.
Debbo infine segnalare il contributo dato da Astorre Golinelli, di San Pietro in Casale che, pur essendo fisicamente minorato, non ha mai mancato di partecipare alle riunioni che clandestinamente tenevamo in casa sua attorno al banchetto di calzolaio. Quanto all’attività concreta, ricordo che un giorno in cui decidemmo di affiggere su tutti i pali della rete elettrica un manifesto che noi stessi avevamo ciclostilato, fu proprio con il gruppo dei fratelli Golinelli (Argo, Giuliano, ed altri, i cui nomi non rammento) che, nottetempo, facemmo quel lavoro sulla strada di Sant’Alberto. (Particolare curioso: non disponendo di colla, utilizzammo i sughi , fatti con farina e mosto di vino).
Non ricordo bene in quale mese del 1944 — mi pare in autunno — in una riunione di partito si concordò di dar vita ad un giornaletto ciclostilato. Io e Mario ci impegnammo a procurare tutto il necessario per la stampa. Un mattino partimmo in bicicletta e raggiungemmo Cento. Era appunto in questa città che prevedevamo di trovare quanto ci occorreva, cioè cliché e quanto altro può servire per l’uso del ciclostile. Doversi presentare al cartolaio per chiedere simili aggeggi significava esporsi a seri pericoli, tanto più che i tedeschi e i fascisti facevano la caccia a tutto ciò che poteva essere strumento di lotta contro di loro. Trovammo in parte quanto ci serviva.
Ci mancava lo strumento più importante: il ciclostile. In una riunione del CLN riuscimmo a convincere il rappresentante repubblicano di San Pietro in Casale, Guido Stagni, allora impiegato comunale, di consegnarci un vecchio arnese di ciclostile, depositato nelle soffitte del palazzo comunale. Me ne incaricai io stesso di ritirarlo. Mi recai presso lo Stagni e insieme confezionammo un pacco, servendoci di un sacco di iuta. Così imballato lo trasportai a casa mia e successivamente presso la casa della famiglia Golinelli, sita al confine fra Maccaretolo e Galliera.
Nella predetta casa aveva sede una nostra base ; infatti vi abitavano come sfollati, sia il sottoscritto, che la famiglia di Mario Testoni. Del ciclostile del Comune, purtroppo, non se ne fece nulla perché era tale il suo stato di usura, da non poterlo nemmeno mettere in funzione.
Data la caratteristica di provenienza della mia famiglia e i frequenti legami che avevo con il parroco di Maccaretolo (Don Bruno Salsini, attuale arciprete di quella parrocchia) sapendo che egli possedeva un vecchio ma efficiente ciclostile a mano, mi feci ardito e senza nasconderne il definitivo uso, lo chiesi in prestito. Quel giorno fu indubbiamente il più bel giorno della mia vita. Portai a casa mia il piccolo strumento e cominciai a pensare come realizzare il giornaletto.
Qui ebbe inizio la collaborazione concreta con Mario (lui scrittore e redattore capo, io lo stampatore e il dattilografo).
Innanzitutto si trattava di scegliere il titolo della testata. Come si giunse a scegliere il titolo di La Fiaccola , è presto detto. Si frequentava allora la casa di Fernanda (nostra indimenticabile staffetta), Fernando e Bruno Golinelli, in quel di Maccaretolo, ove sfollato da Bologna vi si trovava anche Raimondo Rimondi (Ribelle), disegnatore di notevoli capacità. Questi ebbe da noi l’incarico di disegnare la testata, facendo precedere la dicitura La Fiaccola con una fiaccola sorretta da una mano chiusa. Questa fu la testata originale, che io cercai di conservare intatta, in tutti i numeri che seguirono il primo.
Queste alcune caratteristiche del giornaletto. Era stampato a ciclostile. La macchina da scrivere era una portatile Ilo della Olivetti , avuta dalla organizzazione politica. Fu sostituita con altra più potente reperita durante la manifestazione di protesta e l’assalto al Municipio di San Pietro in Casale (in quel tempo la sede municipale era a Massumatico).
Ricordo che gli articoli erano in massima parte di analisi della situazione, di mobilitazione e di condanna. Parecchi furono quelli indirizzati ai lavoratori e alle loro condizioni (ai braccianti e mondine, ai lavoratori della Todt e ai contadini) e in particolare alla mobilitazione fatta in direzione dei mezzadri per ottenere l’applicazione del patto agrario Paglia-Calda e nel contempo l’azione condotta in direzione degli agrari per far loro pagare in denaro una quota per ogni figlio che il mezzadro avesse mancante per cause belliche. Tutto ciò fu affrontato anche dal giornaletto.
Conteneva inoltre una parte propagandistica per invitare i giovani alla Resistenza, (era Mario a scrivere, in gran parte, quegli articoli. Mi pare che anche Ercole Caracchi, Giorgio Malaguti e Gustavo Nannetti fornissero qualche loro scritto).
Si pubblicava a Maccaretolo. I posti dove furono stampati si possono così elencare: a casa mia, cioè alle Case popolari , presso la casa della famiglia Antonio e Alberto Golinelli; presso la casa di Gino Manservisi, in via Cavriano (località posta fra Maccaretolo e Gavaseto) ove c’era un vero e proprio centro di riproduzione dattilografica.
Un altro giornaletto che stampammo a San Pietro in Casale ebbe il titolo: Lavori forzati . Il giornaletto conteneva la denuncia dei lavori forzati sulla base delle informazioni provenienti dagli altri paesi d’Europa dove gli uomini erano ridotti in schiavitù, per chiamare i lavoratori italiani a ribellarsi al tentativo che i tedeschi andavano estendendo anche in Italia. Il giornaletto conteneva anche un avvertimento ai tedeschi, ai fascisti e alle autorità italiane affinchè rinunciassero ai loro piani, pena la rappresaglia del movimento partigiano.
(Nei cantieri Todt vi furono poi anche atti di sabotaggio a macchine e strumenti da lavoro appartenenti alle ditte che gestivano i lavori per conto dei tedeschi, segno evidente che la denuncia e la mobilitazione andavano avanti).
Altro argomento del giornaletto, se ben ricordo, fu quello della fame, della necessità di una più abbondante alimentazione; di qui alcuni provvedimenti per l’approvvigionamento straordinario di alcuni generi di consumo (sale, zucchero, ecc).
Questi sono alcuni ricordi che mi sovvengono a proposito della sua diffusione.
Sono certo di essermi recato da un comunista che abitava alla Ca’ Bianca in comune di Galliera e dal compagno Bianchi, sempre di Galliera, per consegnare loro il giornaletto dedicato alla Todt . Ricordo pure di essermi recato a Poggio Renatico, in località Chiesa Vecchia, per prendere contatto con un giovane studente (se ben ricordo si chiamava Werter Rebecchi, allora responsabile del Fronte della gioventù ), al quale senza dubbio consegnai il giornaletto dedicato ai lavoratori della Todt impegnati nella costruzione delle piste per aerei nelle larghe di Poggio Renatico. Mi ricordo ancora che le staffette Maria e Fernanda furono da me inviate a Dosso di Ferrara per prelevare da un compagno nostro conoscente un quantitativo di bombe a mano. Le compagne predette portarono con sé il materiale di propaganda e fra le tante cose anche il giornaletto dedicato ai lavoratori della Todt che allora stavano preparando uno scavo nell’argine del Reno, all’altezza dell’ansa di Sant’Agostino.
Un partigiano che a più riprese ebbe da me il compito di diffondere la stampa e quindi anche Lavori forzati fu Giorgio Pareschi (attualmente emigrato in Cile) che fu poi arrestato dalla Gestapo e rinchiuso insieme ad altri organizzati (fra i quali Caracchi) nel palazzo adiacente la stazione ferroviaria di San Pietro in Casale; ricordo che fu poi attuato un tentativo di liberazione dei prigionieri da parte dei partigiani guidati da Marcello Zanetti che qui rimase ferito ai piedi e, quindi, in piena notte, trasportato a spalle attraverso la campagna fino all’Ospedale di Bentivoglio ed ivi ricoverato clandestinamente.
In seguito all’arresto di Caracchi e di Pareschi si dovette modificare tutta la rete delle basi di distribuzione della stampa che avevamo con tanta fatica organizzato. Il Pareschi operava proprio in direzione della Todt , insieme ad altri che non ricordo. Mi pare che fra questi vi fossero Raimondo Rimondi e Luigi Franzoni.
Una delle cose che non dimenticherò mai è la Casona che sorgeva nel mio orto, costruita da Elio Bellotti, per conservare legna e attrezzi da lavoro; mi serviva per nascondere tutta la stampa clandestina da me prodotta fino alla sua distribuzione. A tal fine, avevo costruito dei contenitori con delle camere d’aria da bicicletta. Questi venivano così confezionati: tagliavo le camere d’aria in tanti pezzi, della lunghezza di circa 30 cm., introducevo in ognuno di questi i pacchetti di stampa e poi li legavo alle estremità; così confezionati erano pronti per la spedizione; la loro conservazione avveniva introducendoli nelle mazzette di canna palustre di cui erano costruite le pareti della Casona impedendo così a chiunque di accorgersi del nascondiglio.
Così per mesi e mesi continuai la mia attività senza far sorgere alcun sospetto. Soltanto alla fine di febbraio 1945, in seguito ad una perquisizione operata dalla Gestapo, nel solo mio alloggio, pensai bene di trasferire buona parte del materiale in altre sedi. Una cosa completamente inedita (e per la quale ero impegnato a non parlarne, per non essere tacciato di slealtà, ma oggi è indispensabile renderla nota) è quella del nuovo nascondiglio che scelsi in quei giorni difficili: il luogo prescelto fu la chiesa parrocchiale, anzi il campanile. In quel tempo il campanile era stato trasformato in rifugio e io molto spesso, approfittando che mio zio era campanaro, mi recavo alla chiesa per depositare i contenitori. Il posto dove questi venivano riposti era situato nella soffitta della chiesa alla quale si accedeva attraverso una finestra ricavata nella parete del campanile.
E in quel luogo furono custoditi per lungo tempo notevoli quantitativi di stampa fra i quali ricordo, con vivo piacere, il testo dattiloscritto del discorso pronunciato da Palmiro Togliatti alla Pergola di Firenze dopo la liberazione di quella città. Questo discorso, anzi, per poco non mi causò gravi guai perché fui sorpreso da una pattuglia tedesca proprio mentre ero intento a leggerlo insieme ad un giovane organizzato al Fronte della gioventù, Agostino Calzolari di San Pietro in Casale. Un altro nascondiglio fu istituito presso un nobile porcile di proprietà della famiglia Golinelli, nella cui campagna esisteva un masnadur, che è rimasto famoso perché aveva nelle sue vicinanze una piccola piramide di terra formata con la terra di scavo. Proprio in quella piramide operammo uno scavo a forma di galleria, (eseguita con strumenti rudimentali, zappe e cazzuole, e trasportando il materiale di scavo con cartocci di carta e panieri, mentre le mani costituirono i badili dell’epoca): in essa nascondemmo varia stampa e anche delle armi.
Questi, infine, furono i recapiti per la stampa della Resistenza nel comune di S. Pietro in Casale. Per il settore dei contadini: a Maccaretolo: in località Scala, presso la casa di Ezio Ferioli; presso le famiglie di Enrico Alvoni, la cui
figlia Vivetta, fu in contatto con noi aderendo anche ad una riunione politica tenutasi in un rifugio; di Gino Tedeschi, in via Salami; presso la casa Guzzinati, sita nella zona Tombe. A Sant’Alberto: presso le famiglie Cavazza e Angelini.
A Massumatico: presso Remo Boninsegna e le famiglie Salsini e Fagnani. A Poggetto: presso le famiglie Montosi e Saccenti. A San Pietro in Casale: presso le famiglie Cenacchi e Fioresi, site in località Quindici Camini. A Rubizzano: presso la casa De Maria (detti Marién) e le famiglie Cavazza, Salsini e di Gino Ferranti (successivamente morto a Longarone durante l’ultima alluvione). A Gavaseto: presso le case di Cesare Pizzirani e delle famiglie Innocenti e Gamberini. A San Benedetto: presso le famiglie Faccioli, Tedeschi, Pavignani e Tolomelli.
Altri recapiti dove collocavamo la stampa erano i seguenti: a San Pietro in Casale: le case di Teresina Boriani (detta di Sivién); Vittoria Melloni (ai Quindici Camini); la Latteria Rosini; a Maccaretolo: le case di Mario Testoni (al Ghetto), Vitali Gemmino, Mazzoli (detto Toia, al Bolognetto), Golinelli Tersilla, Frabetti Ernesto (alle Tombe), Magli Balilla (alle Tombe), Benfenati Ildebrando (alle Ca’ Novi), Baccilieri Gaetano, Baccilieri Aldo; a Gavaseto: le case di Tagliavini Lavinia, Bentivogli Ettore, Bentivogli Alfonsina.

Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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