Gentilucci Nazzareno (Nome di battaglia Nerone) e la Squadra Temporale


Nasce il 2/3/1917 a Fabriano (AN).
Presta servizio militare nei carristi dal 10 marzo 1938 all’8 settembre 1943 con il grado di caporale maggiore. Comandante della squadra Temporale della 7a brg GAP Gianni Garibaldi, dirige e guida numerose azioni specie nel centro urbano di Bologna, tese soprattutto a colpire i maggiori responsabili della violenza fascista.

Partecipa all’incursione partigiana alla Ducati di Bologna, occupata dai tedeschi; all’attacco contro la polveriera di villa Contri il 20 settembre 1944; alle azioni contro la sede della Kommandantur tedesca di stanza all’Hotel Baglioni del 9 settembre 1944 e del 18 ottobre 1944 conclusasi, quest’ultima, con la distruzione della parte centrale dell’edificio.

Nel combattimento avvenuto a porta Lame, la squadra al suo comando conduce a termine numerose azioni diversive contro i posti di blocco tedeschi alle mura della città. Il 25 novembre 1944, in pieno clima di repressione antipartigiana, un gruppo della squadra Temporale sostiene un combattimento in piazza de’ Marchi contro i nazifascisti. Partecipa all’insurrezione del 21 aprile 1945 occupando i comandi della polizia nel centro cittadino.

Gli è stata conferita la medaglia d’argento al valore militare con la seguente motivazione:

«Patriota di sicura fede, tra i suscitatori e gli animatori del movimento di resistenza nella città di Bologna. Nel corso di numerosi colpi di mano e di importanti azioni di sabotaggio diede sicure prove di possedere eccezionali doti di decisione e di ardimento guadagnandosi larga riconoscenza fra i “Combattenti della libertà”».

Il racconto di Nazzareno Gentilucci della Squadra Temporale e delle sue imprese.

La « Squadra Temporale » fu formata a seguito dei rastrellamenti che i fascisti fecero nella città per scoprire i responsabili dell’uccisione del segretario del fascio repubblichino. Durante queste indagini i fascisti vennero anche nel caffè che io normalmente frequentavo, il caffè Sport, in via Duca d’Aosta, e arrestarono, oltre a me, anche i miei amici Evaristo Ferretti (Remor) e Dante Drusiani (Tempesta).

Ci portarono in una caserma della GNR, nei pressi di porta d’Azeglio, come sospetti partigiani e ci trattennero circa una settimana durante la quale io ebbi parecchi diverbi con un tal De Luca che, nell’interrogarci, diceva che avevamo la faccia da delinquenti e da banditi, mentre in realtà il bandito era proprio lui, tant’è vero che dopo la liberazione divenne il braccio destro della banda Casaroli, anch’egli brigante nero.

Questo mio modo di reagire durante gli interrogatori impressionò a tal punto i compagni che, non appena usciti di carcere, mi chiesero di diventare il comandante di una squadra di gappisti che si intendeva formare e che fu chiamata Temporale. Fui io a scegliere quel nome perché ritenevo che facesse impressione sui nostri nemici fascisti e fu così che molti compagni si diedero dei nomi di battaglia analoghi: Tempesta, Terremoto, Ciclone, Fulmine, Uragano, Vento, Saetta, Turbine, Lampo e altri simili e io scelsi per me il nome di Nerone.

Ricordo che fissammo la nostra prima base in un appartamento che affittammo come autotrasportatori in via Barberia 22. All’inizio eravamo in otto e cioè io, Remor, Tempesta, Terremoto (Vincenzo Toffano), il Moretto (Adolfo Fantini), Celere (Achille Paganelli), Crissa (Giorgio Giovagnoni) e Lorenzo Ugolini (Naldi), che divenne commissario politico. Le armi erano scarse, ma in pochi giorni mettemmo su un arsenale, con azioni di disarmo di fascisti e tedeschi che facevamo individualmente, anche in pieno giorno, persino sui tram.

Durante tutta la prima fase, usando la tecnica dell’aggressione fulminea e della fuga in bicicletta, fummo fortunati e non subimmo alcun danno, grazie anche ai buoni consigli di Naldi. Nella base di via Barberia restammo fino a settembre e in quel periodo molti altri partigiani vennero ad accrescere le nostre forze, tanto che fu necessario cercare nuove basi. Una di queste era in via Vittorio Veneto, nella casa del corridore ciclista Loatti. In quel periodo vennero con noi Fulmine, i fratelli Aroldo e Francesco Cristofori, Rino, il Volpino, D’Artagnan, Vladimiro e anche delle ragazze: Alma, la Wanda e la Germana le quali, oltre a fare le staffette, uscivano in azione di combattimento con noi, da pari a pari.

Riuscimmo anche a reclutare degli agenti di pubblica sicurezza e fra questi ricordo in particolare Alfonso Nicotera (Massimo) che fu uno splendido partigiano e che, arrestato su delazione di un fascista, un tal Gervasio, cui Massimo aveva salvato la vita, malgrado le più feroci torture non disse una parola e lo fucilarono quando praticamente era già morto. Fin dall’inizio fu con noi anche un ufficiale carrista, Claudio De Fenu (Gravelli), che fu un prezioso collaboratore.

Le azioni della Temporale, trasformata in seguito da squadra a distaccamento della 7a Brigata GAP, furono in complesso 120 e risultano dai rapporti che inviavo regolarmente al comandante della Brigata, Alcide Leonardi (Luigi) e che egli trasmetteva a Ilio Barontini (Dario), comandante regionale della Resistenza.

Data l’ampiezza dell’attività non posso che limitarmi a qualche indicazione. Una delle prime azioni gappiste fu quella contro un gerarca fascista di Parma, un tal Cocchi, il quale era molto pericoloso perché aveva abitato nella zona del Pratello e conosceva bene di persona molti antifascisti bolognesi. Verso mezzanotte, io, Remor, Tempesta e Terremoto ci appostammo nella zona in attesa di veder spuntare il gerarca. Ricordo che sotto il cappotto impugnavo due pistole e mi comportavo come se fossi già abituato a quelle azioni, mentre, in verità, era la prima. Improvvisamente, dalla parte dove ero io, sbucarono due tedeschi e, mentre mi chiedevano le carte, estrassi le pistole e li feci secchi. Subito vennero da me, sorpresi, i miei compagni, tolsero ai tedeschi le armi e le piastrine di riconoscimento e poi ci allontanammo.

Il giorno dopo i miei compagni, entusiasti, raccontarono a Luigi e Paolo (Giovanni Martini), quell’azione, intercalando il loro dire con un mucchio di « socmel », esaltando il mio comportamento freddo e non sapevano che in verità avevo avuto tanta paura che per due notti non riuscii a dormire.

Già in questa prima fase della lotta erano emerse le figure dei due giovanissimi compagni Tempesta e Terremoto, che avevano entrambi 18 anni. La loro non era solo esuberanza giovanile, ma partecipazione cosciente, anche negli atti di massima temerarietà, ad ogni azione partigiana. Terremoto fu tra i primissimi ad andare nel Veneto, ma alla vita di montagna non riuscì ad adattarsi e allora ritornò a Bologna ed entrò, con Tempesta, dal quale più non si separò, nel nostro gruppo di gappisti, accettando sempre i rischi più difficili dell’azione fulminea, svolta spesso alla luce del sole.

Ricordo come fu immediata la loro reazione quando seppero che un brigante fascista, un tal Baroni, si vantava nel caffè di aver fatto parte del plotone di esecuzione che aveva fucilato Alessandro Bianconcini, il giornalista del « Carlino » Ezio Cesarini e altri sei antifascisti. Il Baroni pochi giorni dopo finì crivellato di colpi proprio sulla porta del caffè Sport e l’atto di giustizia, compiuto dalla squadra GAP di via della Crocetta, ebbe una grande risonanza.

Da quel momento decidemmo di abbandonare la bicicletta e di passare alla motorizzazione della squadra. Il comandante Luigi capì subito il significato innovatore della proposta e ci fu di grande aiuto, come pure un aiuto notevole l’abbiamo sempre avuto non solo dal nostro commissario Naldi, ma anche da altri uomini politici di esperienza,, che noi, in gran parte digiuni di politica, specie nella fase iniziale della lotta, abbiamo sempre ascoltato con vivo interesse. Ricordo che vi furono anche momenti di grave tensione nell’interno dei GAP ed è merito di questi uomini, di Luigi in particolare (egli era stato ariche garibaldino in Spagna) se si poterono smussare incomprensioni e false rivalità, non sempre chiare.

Dicevo della motorizzazione. Le difficoltà non furono mai nel trovare le macchine perché ne portammo via di tutti i tipi ai fascisti e ai tedeschi (in complesso passarono nelle nostre mani sedici automezzi e una moto); all’inizio il problema era che solo io le sapevo guidare. Così dovetti istruire dei compagni e in breve tempo anche Remor, Tempesta e Terremoto divennero dei buoni autisti. Con l’uso delle macchine dei nemici si rendevano necessari anche i travestimenti e spesso ci vestimmo con divise tedesche e fasciste, a seconda delle necessità, e io giunsi anche ad ossigenarmi perché così com’ero l’aria del tedesco non l’avevo davvero.

Con l’uso delle auto le azioni divennero più sicure e rapide; bisognava però cambiarle spesso per non essere identificati, ma questo, come ho detto, non fu un problema, come pure non avemmo mai difficoltà per le armi delle quali abbiamo sempre avuto una scorta e una quantità più che sufficienti.

Uno dei nostri principali scopi era quello di colpire il fascismo al vertice delle gerarchle, con particolare attenzione agli uomini che avevano le maggiori responsabilità della violenza e del terrore, ai collaboratori più servili dei comandi tedeschi d’occupazione. Mi è difficile seguire l’ordine di queste azioni e mi limito ad indicazioni sommarie. Ricordo quando il comandante Luigi ci fece avere l’ordine del comando regionale di prelevare il colonnello primario e comandante dell’Ospedale militare di Bologna. Ce ne incaricammo io, Tempesta, Terremoto e Remor; andammo in via Fossolo, presso una clinica dove il colonnello lavorava, lo vedemmo arrivare verso le 10 e mezzo, lo avvicinammo e io gli dissi di seguirci per visitare un malato grave. Tergiversò, ci disse di portare il malato nella clinica e precisò che non sarebbe venuto con noi. Allora gli dicemmo chi eravamo e lui subito inveì contro di noi dicendo che con degli assassini non voleva avere a che fare, poi diede uno spintone a Terremoto e cercò di fuggire, ma non ci riuscì perché Terremoto era un buon tiratore.

Un’altra azione simile la facemmo contro un grosso gerarca, stretto collaboratore del federale fascista Torri e fu questa certamente un’azione che salvò dall’arresto, dalla deportazione, forse dalla morte, molti partigiani e antifascisti che operavano nel Persicetano. Un giovedì mattina, saputo da Ezio (Roveno Marchesini) che il gerarca si sarebbe recato a Bologna per consegnare al federale una lista di persone da arrestare, noi ci recammo sulla strada persicetana con un’auto e in divisa da SS, facemmo un posto di blocco. Giunse la macchina nera, col gerarca e l’autista, e noi la bloccammo. Il gerarca scese e disse il classico: « Voi non sapete chi sono io » e allora Terremoto gli fece vedere la pistola e io gli dissi che doveva venire con noi perché ci risultava che lui era legato ai « fuori legge ».

Mentre imprecava con minacce, io feci scendere l’autista e mi misi al volante della macchina del gerarca e intanto Tempesta ci seguiva con l’altra macchina. Il gerarca, pur irritato, abboccò e si accorse di essere nelle mani dei partigiani solo quando si trovò dentro alla nostra base di via Barberia. Allora lo perquisimmo e gli trovammo la lista dei nominativi e ricordo che era lunga che non finiva più. Feci avere la lista e altri documenti a Luigi e Paolo e ricevemmo l’ordine di interrogarlo, di stare attenti che non fuggisse perché poteva essere utilizzato per uno scambio. Saputo dell’idea dello scambio, il gerarca si rasserenò, certo com’era che il federale non l’avrebbe abbandonato; ma così non fu, anzi sapemmo che i fascisti avevano preparato un tranello per arrestare quelli che eventualmente si fossero presentati per trattare.

Ci giunse allora l’ordine di giustiziarlo in piazza VIII Agosto, nel posto dove i fascisti avevano massacrato i giovani patrioti di Molinella. Ricordo che Terremoto, eseguita la sentenza, gli lasciò accanto un biglietto con la scritta: « I gappisti della Temporale della 7a brigata GAP hanno fatto giustizia ».

Un’altra volta si trattò dell’incarico di far prigioniero (sempre con l’intenzione di uno scambio) un colonnello tedesco pluridecorato, che, anche come ingegnere, aveva il controllo della « Ducati »: era questi un uomo che praticava in ogni occasione la violenza più disumana contro gli operai, specie contro quelli sospettati di aver partecipato allo sciopero del marzo e di praticare il sabotaggio alla produzione bellica. Dapprima Luigi e Paolo, come massimi responsabili della 7a GAP, considerando l’importanza e la pericolosità dell’azione, che si doveva svolgere nella fabbrica in pieno giorno, proposero di utilizzare più squadre, affidando a noi compiti che ritenevamo secondari. Noi obiettammo che, proprio perché l’azione era pericolosa, era necessario che fosse rapida e per questo era meglio essere in pochi.

Così facemmo a modo nostro (anche se poi la cosa ci costò una bonaria ramanzina); verso le 10 di mattina, io, Terremoto, Tempesta, Remor, Crissa e Celere, vestiti da fascisti, ci presentammo al cancello d’ingresso della fabbrica e mettemmo in atto il piano. Con una certa autorità chiedemmo al capo posto che ci venissero consegnati dei fusti di benzina e lui disse che siccome comandavano i tedeschi bisognava chiederli a loro. Notammo subito che un fascista partì deciso ad avvertire il colonnello tedesco ed era proprio quello che volevamo noi.

Frattanto, mentre Remor e Crissa si piazzavano nella guardiola, io, Terremoto, Tempesta e Celere cominciammo al avviarci verso il fondo del cortile, dove c’erano i fusti di benzina, passando fra gruppi di operai che stavano facendo uno spuntino. Vedemmo subito arrivare il colonnello col milite e il proprietario della fabbrica. Dissero prima a Tempesta poi a Terremoto di seguirli, poi, con modi piuttosto duri, si rivolsero a me, che ero vestito da ufficiale. Di colpo estrassi la pistola e ordinai al comandante di alzare le mani e di seguirmi, ma egli, per tutta risposta, fece scattare la mano nella fondina: naturalmente sparai per primo e subito Terremoto gli scaricò addosso il mitra.

Ordinai agli altri di non muoversi, altrimenti avrebbero fatto la stessa fine. Poi, con calma, mentre Crissa e Remor disarmavano il corpo di guardia, prendemmo dei fusti di benzina passando accanto agli operai che ci guardavano ammirati e increduli. Poco dopo eravamo nella base di via Barberia.

La « Temporale » operò sia autonomamente, sia in collaborazione con altre squadre GAP e coi sappisti. Fra le principali azioni svolte con altri GAP va ricordata la partecipazione di Tempesta e Terremoto all’azione del 9 agosto che consentì di liberare i detenuti politici del carcere di San Giovanni in Monte; Tempesta e Terremoto recitarono, insieme a Paolo e Italiano (Renato Romagnoli), la parte dei finti partigiani arrestati. A questa azione parteciparono indirettamente,anche Remor e Gravelli, quest’ultimo, in quanto ufficiale, incaricato da Luigi di curare la preparazione dell’attacco. Un’altra azione fu quella dei primi d’ottobre quando, insieme al gruppo comandato da Bruno Gualandi (Aldo), fu fatta una incursione a Calderara di Reno che proseguì, pur fra molti contrattempi, fino alla porta San Felice e via Riva di Reno in un continuo susseguirsi di sparatorie nelle quali morirono otto fra fascisti e tedeschi.

Un’altra fra le tante azioni svolte da gappisti di squadre diverse fu quella che, purtroppo, si concluse con la morte del giovane studente Carlo Jussi e portò all’eliminazione di un maresciallo dei carabinieri addetto allo spionaggio, azione che era stata affidata alla direzione di Italiano e alla quale parteciparono, oltre a Jussi, anche Tempesta, Terremoto e il Moretto: ricordo che fu quella la prima volta che vidi piangere i nostri giovani compagni al ritorno alla base.

Ricordo anche la notte del 4 ottobre quando Vladimiro giunse tutto trafelato alla base raccontando della morte di Saetta (Ottorino Finelli) e dicendo che Rino (Dante Guaderelli) era rimasto ferito molto gravemente ed era riuscito a nasconderlo in un fienile nella zona dell’aeroporto ed implorava che subito andassimo in macchina a prelevarlo per tentare di salvarlo. Io, Tempesta, Terremoto, Remor e Vladimiro partimmo subito, ma ci mettemmo un’infinità di tempo per trovare il compagno, che era in condizioni veramente disperate. Lo portammo nella base di via Sant’Isaia e subito ci mettemmo a cercare un medico.

Remor conosceva il dottor Luigi Cavicchi, che abitava nei pressi, e così ci recammo dal medico e gli spiegammo il caso. Egli non ci nascose i suoi timori, ci disse che era appena laureato e non aveva pratica di interventi e in più il caso era molto grave essendo ancora dentro la pallottola che gli era entrata nel torace. Trasportammo Rino in cantina e Cavicchi, visibilmente in istato di grande tensione, riuscì a farcela: estrasse la pallottola, lo fasciò con cura e fu certo quello il primo intervento di una lunga carriera. Appena Rino fu in grado di muoversi lo portammo dalla Stella Tozzi, l’infermiera della 7a GAP, che lo curò come un figlio, e così potè rimettersi. Il dottor Cavicchi continuò poi in seguito ad assisterci con passione e competenza.

Fra le azioni svolte in collaborazione con i sappisti la più importante è certamente quella della polveriera di villa Contri, al confine tra Bologna e Casalecchio. I sappisti organizzarono il colpo chiedendo la nostra partecipazione. Ne parlai con Luigi e decidemmo di mettere a disposizione due macchine e di destinare alla azione Tempesta e Terremoto. L’azione ebbe pieno successo, anche se vi fu un grosso contrattempo rimediato però, con incredibile sangue freddo, dai gappisti della « Temporale ».

Verso le 23 del 20 settembre i sappisti, insieme ai nostri due giovani gappisti, si presentarono al capo guardia della polveriera, prelevarono l’intera guardia, caricarono il camion di ogni sorta di armi ed esplosivi poi accesero i congegni per far saltare tutto in aria e fatto questo Tempesta e Terremoto si diressero veloci in macchina verso la base di via Zamboni. Subito cominciò lo sconforto poiché non si era sentito alcuna esplosione e, vista la loro decisione di tornare sul posto, dissi loro di non fare fesserie poiché vi sarebbe stato sicuramente l’allarme generale. Niente da fare, quelli decisero di partire e lo fecero. Rientrarono due ore dopo nella polveriera, tutta brulicante di fascisti e tedeschi, poi Tempesta riuscì a raggiungere l’esplosivo riaccese il fuoco alle micce e via di corsa col suo compagno.Appena fuori cominciò l’inferno: tutta la zona da Casalecchio alla Certosa fu illuminata a giorno e scoppi e boati si susseguirono tutta la notte e il giorno seguente e della polveriera non restarono che macerie.

Pochi giorni dopo vi fu l’azione di recupero delle armi da Casalecchio, dove aveva sede il Distretto militare. Col camioncino feci un primo viaggio, poi ne feci un secondo riuscendo a portare fuori tutti, tranne Terremoto col quale mi ripromettevo di fare il terzo viaggio. Questo terzo viaggio cominciò alle due di notte e fino ad allora non vi erano stati contrattempi. Era buio pesto e in più viaggiavo senza fari anche perché vi era l’oscuramento. Ero preoccupato perché viaggiando così lentamente temevo mi si fermasse il motore il quale, fra gli altri guai, non aveva la messa in moto.

Appena passato il Municipio avvistai due tedeschi che mi fecero segno di fermarmi, ma io pensai che volessero un passaggio e così continuai. Ma appena cinquanta metri dopo altri due tedeschi ci diedero l’alt. Io andai avanti, ma stavolta non c’erano dubbi sulle loro intenzioni. Avvertii Terremoto il quale subito imbracciò lo « Sten ». Appena imboccato il ponte di Casalecchio ce ne trovammo di fronte altri quattro, stavolta con le armi spianate. Dissi a Terremoto di prendere tempo finché li avessi tutti radunati per mostrare le carte. Dissi loro di essere l’autista e lui, indicando Terremoto, il comandante fascista.

Intanto Terremoto, con quel poco di tedesco che conosceva, cominciò a scherzare con loro e così gli cadde a terra un caricatore. Un tedesco — incredibile! — lo raccolse e glielo diede. Ormai intorno a me ce n’erano otto: i quattro del ponte e gli altri che ci avevano segnalato l’alt in precedenza, poi ne arrivarono altri quattro. In tutto dodici, ma vidi che solo tre avevano le armi automatiche. Terremoto continuava a scherzare e frattanto io tenevo una mano sul volante e nell’altra, mentre fingevo di cercare i documenti, impugnavo una pistola sebbene che un tedesco mi tenesse un fucile addosso insistendo per le carte. Inoltre ero preoccupato sia per il motore, sia perché eravamo in salita.

Frattanto, durante la ricerca dei documenti quelli si erano raggruppati e allora dissi: « Via! » e Terremoto fece un balzo indietro e aprì una lunga raffica puntando sul mucchio, mentre io sparavo nel ventre del tedesco che mi era più vicino e poi via con l’acceleratore. Vidi dei tedeschi afflosciarsi a terra e altri due buttarsi giù dal ponte, nel fiume Reno. Alla fine del ponte sentii però che le gomme cedevano, sbandai e finii contro un mucchio di macerie. Saltammo giù come fulmini e, col favore delle tenebre, riuscimmo a raggiungere i nostri compagni dei due viaggi precedenti i quali furono entusiasti di vederci dopo quella sparatoria. C’era però il problema di recuperare il camion senza accendere il motore per non farci scoprire e così decidemmo di spingerlo lungo la strada di Casteldebole, che fortunatamente era in discesa, e fummo fortunati.

Salii al volante e appena il camion prese velocità tutti vi saltarono sopra e quando ingranai la marcia eravamo già fuori della zona pericolosa. Tutto il carico fu salvato e certamente fummo favoriti nella fuga anche dal fatto che i tedeschi stavano pensando ai loro morti e feriti e il loro problema era quello di trovare delle macchine per il trasporto in ospedale.

La nostra attività contro i responsabili del terrore nella città non ebbe mai tregua, ma divenne particolarmente intensa con l’entrata in campo delle brigate nere e della squadra speciale di polizia fascista, comandata dal criminale Renato Tartarotti, addestrata ad ogni tipo di nefandezze e di torture. Con l’entrata in campo di questa banda, che aveva per così dire, la licenza di uccidere, il pericolo per tutti i gappisti, i partigiani e gli antifascisti in generale aumentò notevolmente perché non sempre sotto le torture i compagni sapevano resistere. Ricordo che, d’intesa col comandante della 7a GAP, predisponemmo e mettemmo in atto un piano di contrattacco. Le azioni furono innumerevoli, quasi quotidiane, e mi limito a citarne alcune.

Un giorno, utilizzando una macchina requisita ai tedeschi, io, Remor, Tempesta e Terremoto (quest’ultimo in divisa tedesca) ci appostammo all’imbocco di via Siepelunga in attesa di veder passare qualcuno della banda Tartarotti, la cui sede era in quella strada. Ne giunsero due e Terremoto scese dalla macchina, li avvicinò e, nel suo tedesco, chiese dov’era il comando della polizia ausiliaria. I due, servilmente, si misero a disposizione e Terremoto li fece salire sulla macchina e così finirono tra le braccia di Tempesta e Remor, nella parte posteriore poiché io ero davanti, al volante.

Subito bendammo loro gli occhi e li portammo in una nostra base, in via San Felice 19. Li consegnammo ad Ezio e poi tornammo nello stesso posto di prima e, con lo stesso metodo, ne caricammo altri tre. Stavolta ci avviammo verso la base di via Barberia e, nei pressi di porta SantTsaia, ci imbattemmo in un sergente delle brigate nere. Tempesta e Terremoto mi dissero di fermarmi, scesero, gli ordinarono di alzare le mani, però quello reagì provocando l’intervento dei fascisti e allora facemmo partire alcune raffiche creando il panico e un fascista morì e un’ausiliaria della polizia femminile rimase gravemente ferita. Quella volta dovetti fare parecchie acrobazie per giungere senza danni anche perché, in un momento cruciale, mi trovai di fronte due tram che si incrociavano.

La notte seguente, in tre luoghi dove i fascisti avevano ucciso tre nostri compagni facemmo pagare ai fascisti il conto e una di queste azioni la facemmo in pieno centro, dove Massimo Meliconi (Gianni) dopo una sparatoria disperata si era ucciso con l’ultima pallottola che gli restava. Ricordo che in pochi giorni i appisti della « Temporale » e di altre squadre ne eliminarono 17 della banda Tartarotti, tanto che molti dei militi ai suoi ordini cominciarono a squagliarsela e col capo restarono solo gli assassini professionisti. Tentammo anche un attacco diretto contro il capo banda. L’impresa era difficile perché Tartarotti viaggiava in macchina con uomini col mitra spianato, anche sui predellini e sui parafanghi: in complesso erano sempre sette o otto. Aspettammo la macchina in fondo a via Siepelunga e quando giunse la superai all’altezza di via Laura Bassi.

Ricordo che avevamo tolto i manici dagli « Sten » per camuffare meglio le armi e, giunti a tiro, Terremoto premette il grilletto, ma l’arma (che non s’inceppa mai) questa volta fece cilecca. Per nostra fortuna nessuno se ne accorse e potemmo proseguire senza danni. Poi, per ragioni d’orgoglio, giunti a porta Mazzini, tornammo in Santo Stefano e ci imbattemmo nel sergente maggiore Innocenti, che conoscevamo bene e che si vantava in giro di avere prima fucilato poi impiccato Corbari a Forlì. Lo chiamammo e quello si avvicinò, salutandoci, e, giunto a tiro, Tempesta gli disse chi eravamo, gli ricordò le sue vanterie per Corbari e lo uccise. Poi dovetti fare la più bella corsa della mia vita poiché era giunta, ad inseguirci, una macchina tedesca che seminai per strada. Il giorno dopo andammo al funerale di Innocenti, che era un capo dei « battaglioni della morte », e ascoltammo i lamenti e le minacce. Si pensi che il fanatismo di Innocenti era giunto al punto che si trascinava spesso dietro, come « mascotte », il figlio, un ragazzo di 14 anni, il quale si lamentava in pubblico perché, così giovane com’era, i fascisti non lo mettevano mai nei plotoni d’esecuzione dei partigiani.

Sempre nell’azione tesa a colpire in alto, oltre all’appostamento a Tartarotti, tentammo anche di eliminare quello che forse era il più nero fra tutti i capi, il gerarca fascista più autorevole e più crudele, cioè il professore dell’Università Franz Pagliani, le cui efferatezze giunsero persino a far inorridire il comandante tedesco della zona. Vennero scelti per l’azione Tempesta, Terremoto, Tarzan, Lampo e Maio, i quali si vestirono con la divisa della GNR e si recarono nell’abitazione del gerarca iniziando l’appostamento. Verso mezzanotte, però, un maresciallo della guardia, forse insospettito, si avvicinò ai nostri e cominciò a fare domande, fino a chiedere i documenti, ed estrasse la pistola.

Terremoto fu più svelto e lo stese e naturalmente non restava che sgombrare in fretta. Al rientro alla base, passando da via Collegio di Spagna, il nostro gruppo eliminò due tedeschi che furono lasciati con le sole mutande per evitare il riconoscimento e possibili rappresaglie. Poi giunse un’auto della polizia, i nostri si ripararono dietro ai muretti di protezione dei portici e vi fu una sparatoria finché i nostri si misero al sicuro raggiungendo finalmente la base.

Devo ricordare che dopo la strage nazista di Marzabotto e lo scioglimento della brigata « Stella Rossa », la « Temporale » si era ingrossata inquadrando anche uomini della squadra d’azione del Lupo e poi vennero pure alcuni partigiani della pianura. Cito a memoria: Golfiero Magli (Maio), Dante Palchetti (Lampo), Ermes, Amedeo Gamberini (il brutto), Aquilone, Oder Bolelli, Bruno Zecchi, Romeo, Pippo, Gimmi, Aldo Ognibene (Battista), Elio Mondini, Nessuno, Carlo, Augusto Forlani (Tarzan), il Volpino, Giburzi, Giovanni Mengoli (Jean), Vittorio Bolognini, Turbine, Amilcare Pirazzini (Pompiere), Smith, Ivo, Sassi, Lino Serotti (Nicco), Elio Mondini (D’Artagnan).

Come ho detto all’inizio, con l’allargamento delle forze e la trasformazione della squadra in distaccamento « Temporale » della 7a brigata GAP, dovemmo cercare nuove basi. Dapprima ci trasferimmo in un grande appartamento fuori porta Lame al n. 194 (palazzo dell’Aceto), ma da questo luogo fummo poi costretti ad andarcene a seguito dell’evasione di quel tal Gervasio che avevamo catturato in un’azione durante la quale facemmo saltare in aria il commissariato fascista di via Montegrappa, evasione che costò la vita, come ho già ricordato, ad Alfonso Nicotera (Massimo). Ci trasferimmo allora nella già citata base di via Zannoni, in una casa che credevamo fosse abbandonata e invece era abitata da un funzionario della prefettura (Raffaello Antonini) col quale raggiungemmo un accordo che fu rispettato e che ci consentì di svolgere la nostra attività fino al giorno della battaglia di porta Lame.

Nella base di via Zannoni fu organizzato, per ordine di Luigi, il colpo contro la sede centrale del Banco di Roma, in via Ugo Bassi, per prelevare dei fondi occorrenti alla Resistenza. Destinammo a quest’azione, oltre ai sempre presenti Tempesta e Terremoto, anche il Moretto, Fulmine (Otello Spadoni), Ciclone e Tarzan. Alle 10 i gappisti entrarono nel grande atrio della Banca, si qualificarono e ordinarono a tutti di alzare le mani e a questo punto successe un fatto curioso. Uno dei presenti, uno « marcia su Roma », credendo che « gappista » fosse una delle sigle della « repubblica sociale », si rivolge infuriato a Terremoto, gridandogli in faccia che, oltre a essere uno « marcia su Roma », era uno dei primi aderenti alla « repubblica di Salò », ed esibì un petto pieno di nastrini di non so quali campagne.

Per un attimo il gappista pensò di trovarsi di fronte ad uno squilibrato, ma quando si accorse che non aveva capito niente, gli urlò che i gappisti erano dei partigiani, aggiungendo che se non si metteva con la faccia al muro lo avrebbe fatto diventare uno « marcia sulla Certosa ». Allora l’uomo cominciò ad implorare pietà e fu lasciato incolume poiché ai gappisti interessavano i soldi e infatti il direttore, o chi per esso, consegnò circa 4 milioni, dicendo che era tutto quello che c’era in cassa. Poi i nostri ordinarono che per mezz’ora nessuno si muovesse e uscendo abbassarono le serracinesche. La polizia arrivò poco dopo, ma prima di alzare le saracinesche indugiò un po’ di tempo e Remor si gustò tutta la scenetta ben sapendo che i gappisti e i soldi erano già alla base.

Ricordo che io commisi, naturalmente in buona fede, una mancanza, forse anche grave, poiché mi permisi di regalare mille lire a testa a quelli che avevano fatto l’azione e se non era per la solidarietà di tutti i compagni e l’intervento di Luigi e dei commissari Naldi e Magnani, vi sarebbe stato un processo. Ma tutto finì bene, ancora una volta con una ramanzina, accompagnata da un elogio e ormai c’ero abituato.

Verso la fine di settembre cominciammo ad organizzare l’attacco alla sede della Kommandantur tedesca, al Grand Hotel Baglioni, nella centralissima via Indipendenza. Nelle eleganti sale di rappresentanza di questo Hotel di lusso, allora riservato solo alle famiglie più ricche, si riunivano abitualmente i maggiori capi del fascio, come Pagliani, Rocchi, Giglio, Fabiani, Fantozzi e supercriminali dello stampo di Tartatotti e Noci. La sede era popolata da prostitute d’alto bordo che rallegravano le serate. Parte delle stanze erano riservate alle più alte gerarchie militari tedesche del comando della Piazza e della Zona militare.

Il comandante Luigi riunì la « Temporale » al completo; disse che ormai si aveva la notizia certa che nell’Hotel vi sarebbe stata una riunione dei più alti esponenti tedeschi e fascisti, seguita da una festa e da un banchetto per l’arrivo in città di quel colonnello Skorzeny che aveva liberato Mussolini dal Gran Sasso. Si discussero varie ipotesi, anche la più temeraria, lanciata da Tempesta e Terremoto, di portare dentro una cassa di tritolo e di far saltare tutto in aria. Luigi ci pensò e poi diede l’incarico a Gravelli e al commissario Naldi di fare un sopralluogo per poi riferire. I due compagni passarono due sere al bar dell’Hotel e poi ci riunimmo di nuovo e Gravelli, da esperto militare, disse che l’impresa, se studiata bene, se attuata senza errori, poteva riuscire.

E così fu fatto; approvato un piano preciso, fu deciso che Remor dirigesse l’operazione. Subito fu prelevata una macchina da un ufficiale tedesco e, in conformità al piano, Remor, che era biondo, e Terremoto che biascicava un po’ di tedesco, si sarebbero presentati al portone d’ingresso annunciando l’arrivo di un funzionario e, d’altra parte, la macchina del « funzionario » avrebbe dissipato ogni dubbio.

Verso la mezzanotte del 29 settembre, Gravelli e Naldi, che anche quella sera erano entrati con documenti falsi, ritornarono alla base informando che la baldoria era in pieno svolgimento e che fino a quel momento avevano notato la presenza del Commissario regionale Rocchi, del comandante militare regionale generale Giglio, di Tartarotti e di altri grossi esponenti militari e politici tedeschi e fascisti, oltre a molti ufficiali superiori tedeschi. Dissero anche che senz’altro ne sarebbero arrivati degli altri.

Verso l’una e mezza di notte la nostra macchina partì con me alla guida, Remor, Terremoto, Tempesta, Celere e Crissa. Alcuni di noi erano vestiti da fascisti e Terremoto, come al solito, da tedesco. Con noi avevamo una cassa di tritolo da 60 chilogrammi. Arrivati nei pressi dell’Hotel notammo che c’erano due macchine con dei tedeschi che conversavano tra di loro. Era un imprevisto, ma decidemmo che l’azione si doveva fare. Solo che ci fermammo un po’ più avanti.

Poi scesero Remor, Terremoto e Tempesta e si avviarono, disinvolti, verso l’entrata; i tedeschi guardarono, ma non ebbero il minimo sospetto. La porta era chiusa, Remor suonò e venne allo spioncino il portiere, il quale trovò naturale aprire, come del resto chissà quante volte aveva fatto quella sera. Solo che questa volta si imbattè nella pistola di Remor il quale, spingendolo dentro, gli ordinò di starsene buono ad evitare guai e per eliminare gli equivoci gli disse che erano dei gappisti.

Quello disse che era una follia, che l’Hotel era colmo di ufficiali tedeschi e che non c’era scampo. Remor gli ripetè di tacere, che ai tedeschi ci avrebbe pensato lui. Poi lo prese sotto braccio e, con disinvoltura, lo portò fuori e me lo consegnò. Nel frattempo i tedeschi all’esterno se n’erano andati.

Dentro Remor, Tempesta e Terremoto agirono fulminei. Alla sinistra, dietro il banco della portineria, c’erano il direttore e un uomo di fatica i quali, alla vista delle pistole restarono ammutoliti. Poi Celere e Crissa me li consegnarono e io li assicurai che non avrebbero avuto noie e chiesi anzi loro di avvisare i camerieri, ma mi risposero che era impossibile perché stavano servendo la festa.

Frattanto Tempesta e Terremoto bloccarono i militi di guardia che dormicchiavano nel sottoscala, li disarmarono ordinando di tacere. Poi Remor portò fuori quattro di quelle guardie utilizzandole, assieme all’uomo di fatica, per portare la cassa di tritolo al piano superiore. Mentre Tempesta riprendeva in consegna i militi, Remor accese i quattro detonatori, versò un fusto di benzina nei tappeti, ritornando a passo svelto nella grande sala di ricevimento. In quel momento Tempesta e Terremoto aprirono la vetrata, e, dal balcone che sovrasta il salone, gridarono: « Siamo partigiani! », mentre con i mitra sparavamo all’impazzata. Poi, via di corsa per paura che la bomba scoppiasse prima del tempo fissato, che era di dieci minuti. Seppi poi che, mentre i gappisti rafficavano, giù nel salone, presi così alla sprovvista, tutti cercarono rifugio dietro alle colonne, persino sotto i corpi delle donne che urlavano e correvano come matte incespicando negli abiti da sera.

All’esterno mentre i gappisti uscivano, arrivò una macchina con dei tedeschi che tentarono una reazione con le pistole e un colpo raggiunse la mia macchina. A tutta velocità raggiungemmo via Falegnami e qui ci fermammo per sentire l’esplosione, che però non venne.

In quel momento, ma più ancora dopo, facemmo molte supposizioni sul mancato scoppio. La causa più probabile fu forse quella che, oltre all’accensione dei quattro detonatori, avevamo pensato di mettere sopra la cassa una carica da mezzo chilo di tritolo, carica che potrebbe essere scoppiata prima spargendo il tritolo come segatura. Infatti apprendemmo che la carica piccola era esplosa, uccidendo un ufficiale tedesco. In ogni modo l’azione provocò panico dentro e fuori l’Hotel, soprattutto per il fatto di aver subito uno smacco dentro la loro roccaforte. Ma per noi restava come una spina in corpo, che dovevamo toglierci.

Per noi, cioè, il fatto non era chiuso. Gravelli scrisse un proclama nel quale assicuravamo i nazifascisti che saremmo ritornati e lo infilammo nella buca delle lettere della casa del fascio, in via Manzoni. Osservammo la reazione e notammo che avevano disposto un servizio di ronda attorno all’albergo.

Una decina di giorni dopo chiedemmo a Luigi di procurarci una cassa da 40 chili di tritolo con l’intenzione di depositarla davanti al portone del Baglioni. In un modo o nell’altro dovevamo farcela. Ancora una volta il comandante ci accontentò e la notte del 18 ottobre, a motore spento, venendo giù per via D’Azeglio, io, Remor, Terremoto, Tempesta, insieme a due gappisti venuti dalla « Stella rossa », e cioè Lampo e Maio, fermammo la macchina all’inizio di via Indipendenza e, come sentimmo i passi della ronda allontanarsi verso via Manzoni, avanzammo scalzi, colonna per colonna, in direzione del portone dell’Hotel.

Accendemmo con molta cura le micce della cassa che Pietro (Diego Orlandi), ci aveva fatto avere e che aveva quattro maniglie e poi facemmo l’ultimo balzo, come volando, con le micce che già bruciavano, fino al portone e dopo averla collocata nel punto giusto filammo via di corsa perché stavolta il tempo era brevissimo. Lo scoppio venne subito e fu tanto violento che per un attimo la fiammata illuminò a giorno tutta la zona centrale della città. Ce l’avevamo fatta!

L’esplosione fu enorme e causò il crollo di tutta la parte centrale dell’Hotel trasformata in una cascata di macerie sotto alle quali il passaggio dal sonno alla morte per molti tedeschi deve essere stato istantaneo. Per questa azione ricevemmo anche un elogio da Radio Londra.

Un duro colpo lo subimmo però due giorni dopo, la notte del 20 ottobre. Nella mattinata i fascisti avevano dovuto combattere contro i partigiani del partito d’azione all’Università. Durante la notte, con la città ancora in allarme, in uno scontro a fuoco con una pattuglia tedesca nei pressi di porta Lame, trovarono la morte i compagni D’Artagnan e Nessuno.

E venne il giorno di porta Lame. La mattina del 7 novembre 1944, giorno della battaglia, vedemmo arrivare nella nostra base il comandante Luigi, accompagnato dalla nostra staffetta Wanda (Novella Albertazzi). Il comandante ci fece il quadro della grave situazione, ci disse che la base del Macello era stata scoperta, che circa una settantina di gappisti, al comando di Aldo, stavano resistendo con grande coraggio agli assalti continui di ingenti forze tedesche e fasciste e che il comandante Dario, non potendo far uscire fino a sera il grosso dei gappisti che era nel vicino Ospedale Maggiore, mi ordinava di uscire in città con le macchine per compiere azioni di disorientamento e di disturbo.

Uscimmo subito con due squadre scorazzando per la città e lanciando bombe, specie contro i blocchi delle porte. Poi rientrammo, cambiammo le macchine prendemmo quelle militari e ricominciammo daccapo. Ricordo che con una macchina tedesca e vestiti da tedeschi, io, Terremoto, Tempesta e Lampo attraversammo la circonvallazione da porta San Felice alla stazione ferroviaria, poco dopo le due del pomeriggio, sparando con quattro armi automatiche contro i fascisti e i tedeschi impegnati nell’azione del Macello. Poi continuammo la scorribanda fino a sera lanciando anche delle bombe dirompenti e fumogene alle porte Santo Stefano e Castiglione.

Tre giorni dopo, il 10 novembre, quando in città l’aria era diventata irrespirabile, facemmo un tentativo, purtroppo non riuscito, per far saltare in aria la casa del fascio di via Manzoni e il giorno seguente attaccammo con una squadra un autocarro tedesco in via Emilia ponente e con un’altra bloccammo un’auto della federazione fascista eliminando un ufficiale della X Mas e, nel centro, eliminammo un colonnello fascista al servizio delle SS.

Pochi giorni dopo, con l’intensificarsi della caccia ai partigiani, favorita dal blocco del fronte e anche dall’azione deleteria di alcuni ex partigiani passati al nemico, fummo costretti ad abbandonare la base di via Zannoni. Il comandante Luigi venne ad avvertirci che la staffetta Vienna (Lidia Golinelli) si era fatta comprare ed era passata al servizio del nemico e che anche Paolo, vice comandante della 7a GAP, era stato arrestato, torturato, ma Luigi diceva che di lui si poteva essere certi che non avrebbe parlato. Luigi ci disse che l’ordine di Dario era quello di dividerci in piccoli gruppi, di salvare le armi, di sottrarci alla cattura cercando nuovi rifugi.

Io mi accasai presso la staffetta Marfa Masetti, a porta San Felice. Di tanto in tanto, però, con prudenza, facevo una scappata a casa e una mattina notai che all’imbocco di via Zannoni, dalla parte di Andrea Costa, c’erano delle sentinelle fasciste. Mi fermai e domandai cos’era successo e quelli risposero che c’era un rastrellamento di « fuori legge ». Feci il falso e dissi che facevano bene ad accopparli tutti e poi, fìngendomi impaurito, me ne andai. Poi pregai Marfa di andare a vedere cos’era successo e quando tornò mi disse che avevano arrestato mia moglie Alma, che restavano sul posto nella speranza di catturare il capo, che si chiamava Nerone, che nella base avevano trovato degli esplosivi in una fognatura e che aveva visto il commissario Naldi che le aveva detto che dovevo restare nascosto e lui sarebbe venuto a trovarmi.

Vennero lui e Remor, mi fecero capire che Alma avrebbe fatto una brutta fine perché l’indicazione per l’arresto l’aveva data la Vienna. Qualche giorno dopo, visto che di Alma non avevo più notizie, mi vennero i nervi e scrissi una lettera al questore Fabiani, per conoscenza al federale Torri, che press’a poco suonava così: « Non siete riusciti ad arrestare il sottoscritto, comandante di quella formazione che tanto vi sta nel gozzo, e avete sfogato il vostro odio su mia moglie alla quale sicuramente pensate di far fare una brutta fine. Sappiate che anch’io mi comporterò come voi e se in breve tempo non la libererete incomincerò a fare rappresaglie cominciando da quelli appena nati fino ai novantenni imparentati coi repubblichini di Salò e siccome sapete chi sono e che non scherzo, vi consiglio di ascoltarmi. Non prendete con leggerezza quanto vi dico perché sono deciso a tutto ».

E firmai: « Nerone ». Naturalmente per questa lettera fui duramente rimproverato, perché era un’iniziativa personale che, si diceva, non avrebbe dato alcun risultato. E invece i risultati vennero. Subito infatti venni a sapere da un amico della polizia, conosciuto tramite Uragano (Corrado Baietti) che Alma era prigioniera del vice questore Agostino Fortunati e che era trattata bene. Poi appresi che i fascisti avevano deciso di lasciarla libera con una lettera nella quale dicevano che volevano parlamentare con me e se non ci si accordava mi avrebbero dato un’ora di vantaggio.

I fascisti ritenevano che io abboccassi e una volta catturato mi avrebbero portato in piazza Nettuno e fatto sedere su una sedia chiodata, esposto al pubblico, fino alla mia morte. Mia moglie però fu furba e fra un tram e l’altro riuscì ad eclissarsi e due giorni dopo mi consegnò la lettera, che io diedi a Luigi. Non è neanche il caso di dire che a quell’appuntamento non sarei andato.

Con la divisione dei gruppi io andai poi in una base in via Santa Caterina 17, ospite della staffetta Dina, moglie di un sappista impiccato a Casalecchio, dopo l’esplosione di Villa Contri. Con me vennero Tempesta, Terremoto, Remor, Naldi e il Moretto. Un altro gruppo comprendente Lampo, i fratelli Cristofori e la Wanda si trasferì in una base di via De’ Marchi, dove, il 25 novembre, furono sorpresi dai fascisti. Dopo un tentativo di reazione e uno scambio di raffiche, Lampo e Francesco Cristofori (Ciclone) riuscirono a fuggire attraverso i tetti, mentre Vento e la Wanda furono catturati con le armi in pugno, portati in San Giovanni in Monte, messi nelle mani della Gestapo e torturati a lungo. La Wanda riuscii a cavarsela con degli artifizi e molta fortuna, mentre Vento fu fucilato a Paderno la vigilia di Natale.

Uno dei primi giorni di dicembre vidi Terremoto che mi disse che il Moretto e Tempesta erano andati ad Anzola Emilia insieme a Bolognini, che non era più con noi ed era andato a far parte di una squadra della zona. Dovevano incontrarsi con delle ragazze. Terremoto era preoccupato e io, Naldi e Remor addirittura arrabbiati.

Dicemmo a Terremoto di non andare a dormire dalla sua ragazza e invece lui ci andò. La mattina seguente Terremoto fu arrestato, presso la famiglia Faccioli, in via Andrea Costa. Poteva scappare dal retro, ma non lo fece per non danneggiare la famiglia che l’ospitava. In caserma si trovò insieme a Tempesta e al Moretto, che erano stati bloccati dai fascisti nella casa in cui li aveva trascinati il Bolognini. Questi, guarda caso, si salvò, poi andò in montagna comportandosi in modo riprovevole (e dopo la guerra operò nel cosiddetto « triangolo della morte »). I nostri compagni furono portati nel carcere di San Giovanni in Monte, dove subirono le più disumane torture, ma dalla loro bocca non uscì mai una parola che potesse compromettere il movimento. Tempesta e Terremoto furono legati insieme con del filo di ferro, trasportati a Paderno, fucilati e i loro corpi furono fatti rotolare nel calanco. Anche il Moretto fu ucciso nello stesso luogo, assieme a tanti altri compagni.

Subimmo altre gravi perdite. Lampo fu ucciso il 12 dicembre in via Saliceto. Fulmine fu ucciso dai fascisti sotto la fontana del Nettuno il 3 gennaio 1945: era di ritorno, insieme a Ciclone e Nicco da un’azione in via d’Azeglio e fu la Vienna, tutta impellicciata, a dare l’indicazione. Ciclone fu colpito e arrestato e Nicco, salvatosi perché la spia non lo conosceva, si precipitò nella base di via San Carlo, dove c’era Aldo Ognibene (Battista) e subito cominciarono a sgombrare tutto per timore di un’incursione della polizia. I fascisti tentarono di servirsi di Ciclone, portandolo in giro in macchina perché indicasse i partigiani, ma lui non disse mai nulla e il 20 marzo fu fucilato a San Ruffillo. Il 5 gennaio, anche Aldo Ognibene era stato ucciso dai fascisti.

Il 1945 era cominciato nel modo più disastroso. Avevamo appena ricostruito la formazione con la formula originale di « squadra Temporale » e già avevamo avuto delle perdite così dolorose. Dopo la morte dei citati compagni, la « squadra »risultò così composta: Nerone (comandante), Remor (vice comandante), Naldi (commissario) e poi Nicco, Tarzan, Jean, Giburzi, il Pompiere, Corrado Baietti (Uragano), Crissa, il Volpino, e le staffette Alma, Germana, Marfa e Dina. Il comandante della 7a GAP, Luigi, continuò a mantenere i contatti con noi. In città la situazione era drammatica, i movimenti quasi impossibili e l’attività della Brigata, dopo porta Lame e la Bolognina, ridotta alle sole azioni delle squadre di polizia di Italiano e William (Lino Michelini).

Eppure la nostra squadra riuscì egualmente a farsi sentire. Cominciammo, su segnalazione di Luigi, con un attacco a un’officina che serviva la banda di Tartarotti. Raggiungemmo il posto e attendemmo. Io avevo messo il Volpino di guardia ed egli (aveva solo 15 anni) appena vide arrivare due fascisti della banda aprì il fuoco stendendoli: prima di morire, però, un fascista riuscì a colpire il Volpino e a ucciderlo. Subito Nicco, Giburzi e Tarzan balzarono fuori e buttarono due bombe incendiarie dentro ad un camion e intanto io, Remor e Uragano facemmo saltare l’officina e un pulmino. La distruzione ci fu, ma purtroppo avevamo perduto il Volpino.

Ricordo che in quei mesi d’inverno non avevamo più nessuna base fissa e ci adattavamo in luoghi sempre diversi: in Santa Caterina, a porta San Felice, in Pagliacorta e anche dentro a dei rifugi. Occupammo anche una villetta prima abitata da un colonnello fascista che se l’era squagliata. La nostra fortuna era che Uragano, il Pompiere e Jean non erano tanto noti e si potevano muovere meglio. Su tutti gravava il sospetto delle spie e il fatto creò delle tensioni che fortunatamente Luigi — come ho detto — riuscì a smussare con la sua vecchia esperienza militare e politica.

Non solo la Vienna, si noti, era passata al nemico, ma anche altri e il sospetto diventava quindi un brutto tarlo. La strada migliore per uscire da quella situazione era quella di riprendere l’iniziativa. Una notte decidemmo di buttare delle bombe contro la casa del fascio di Borgo Panigale e al ritorno, in piena notte, ci fermammo ai lati dei Prati di Caprara in attesa dell’arrivo di una colonna militare. Quando giunse alla nostra altezza cominciammo a sparare coi mitra e a lanciare bombe a mano. E poi, via, alla ricerca di rifugi poiché frattanto, per darci la caccia, avevano lanciato persino dei bengala. Una notte, abbandonata la base di via Pagliacorta, ci spostammo nel centro e in via Roma (ora via Marconi) cominciammo a fermare delle persone e chiedere i documenti. Nei pressi di via della Grada fermammo un tizio il quale, meravigliato, ci disse che era un comandante della brigata nera, e così lo lasciammo stecchito e poi ce ne tornammo, ognuno per la sua strada.

Nelle piazze e nelle vie del centro ci andavamo spesso, generalmente di notte e sempre camuffati da fascisti o tedeschi. Una sera chiedemmo i documenti persino al Capo della provincia, Dino Fantozzi, che era in compagnia del tenente Cauli e di un milite della Questura, e stavano recandosi in via Zamboni. Quando, dopo la liberazione, li arrestai tutti e due a Milano ricordai loro il fatto e rimasero di stucco.

Le spie le giustiziavamo sempre di giorno e mai nelle loro case per non danneggiare altre formazioni. La notte della liberazione eravamo in un palazzo abbandonato in via San Felice. Cominciammo a vedere il fuggi fuggi e subito ci incamminammo verso la Manifattura Tabacchi e poi verso il centro e i primi che incontrammo furono Italiano e la sua squadra. Italiano ci disse che gli alleati erano alle porte e che bisognava occupare la Prefettura e la Questura e qui alcuni fascisti cercarono di reagire, ma furono subito eliminati. Poi facemmo un cordone perché nessuno entrasse o uscisse.

I fascisti che incominciammo a vedere erano tutti diventati delle pecore e cominciarono a lamentarsi e a scagliarsi l’uno contro l’altro. Ebbi anche delle grosse soddisfazioni perché scoprii che dei vecchi commilitoni dell’arma dei carristi avevano aderito alla Resistenza e con grande piacere appresi che un mio ufficiale, Pino Nucci, era divenuto comandante di una brigata partigiana.

Frattanto molti fra i più grossi responsabili del fascismo, zelanti servitori dei tedeschi, erano riusciti a darsela a gambe, ignari che sarebbero finiti nella sacca preparata dai partigiani nella campagna a nord della città. Tra quelli che furono bloccati vi fu Renato Tartarotti. Era stato costui il più feroce e sadico torturatore dei partigiani, responsabile, come si accertò poi al processo, di oltre trenta omicidi compiuti di mano propria. Fu condannato a morte e fucilato a Bologna il 2 ottobre 1945. Andammo subito in giro per l’Italia del nord e portammo a Bologna, in stato di arresto, altri grossi capi, nei confronti dei quali si aprirono i procedimenti e i magistrati ebbero molto lavoro da fare.

Però, caso Tartarotti escluso, i processi che seguirono furono una farsa e molti capi fascisti, che ebbero anche delle condanne pesanti, persino a morte, dopo pochi mesi erano già in libertà. Cominciava in realtà il processo alla  Resistenza, operazione necessaria per l’instaurazione di un nuovo state gradito ai nuovi padroni d’oltre oceano. Cominciò l’epoca dei « partigiani delinquenti »: è una pagina di vergogna che non è ancora stata del tutto cancellata.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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