5 marzo 1943 scioperi in tutta Italia


Dal 5 marzo avvengono imponenti scioperi nelle grandi fabbriche del Nord, che, pur motivati da rivendicazioni economiche, hanno contenuto immediatamente politico: essi, infatti, spezzano l’ordine del regime; sabotano la guerra nazifascista; strappano la libertà d’azione sindacale a vantaggio dei lavoratori, estromettendo e negando il sindacato fascista.

Il periodico degli azionisti L’Italia libera esprime questo decisivo salto di qualità scrivendo:

agli operai di Torino l’onore di avere dimostrato che la libertà non si riconquista con i mormorii e con i clamori, ma con l’esercizio inflessibile dei propri diritti di cittadini e di uomini. E agli operai di Torino il vanto di avere rotto per primi l’artificiosa costruzione del fascismo e il suo regime di intimidazione e di vergogna.

In concomitanza ed a seguito di quelli di Torino e di Milano, si verificano agitazioni e scioperi in vari posti di lavoro in diverse località emiliane.
Sincronicamente, il 5 marzo, cessano il lavoro per sei ore le maestranze del polverificio Baschieri & Pellagri di Marano di Castenaso, un complesso militarizzato. La rivendicazione immediata è la richiesta di grassi commestibili necessari alla mensa, anche se al fondo della protesta vi è una evidente avversione alle condizioni pericolosissime del lavoro e alla continuazione della guerra.

La preparazione della lotta è stata lunga da parte di diversi militanti comunisti che hanno incontrato perplessità ed ostilità tra i lavoratori, la maggior parte dei quali non aveva mai scioperato. L’interruzione inizia alle ore 11 e si protrae fino alle 17, a conclusione della giornata lavorativa.

Ottenemmo un primo importante successo il 5 marzo 1943 quando fu indetto uno sciopero che riuscì e che durò dalle 11 del mattino fino alla conclusione della giornata lavorativa. La rivendicazione era solo la richiesta di grassi e il miglioramento della mensa, ma ormai covavano sotto problemi ben più grossi. Alla preparazione dello sciopero avevano lavorato insieme a me i compagni Bertocchi, l’Argentina Baffè (Ottavio era andato a lavorare alla Buini e Grandi), Tugnoli, mio fratello Giuseppe, Mingozzi, Grossi e anche Pasquali, Mandrioli, Lipparini, Crescimbeni, Bellosi, Goretti, Pietro Setti e Diritto Diolaiti.
Eravamo organizzati in modo capillare, ormai. In ogni reparto c’era un responsabile dell’attività antifascista e in più, con la direttiva di entrare nei sindacati di piazza Malpighi, avevamo aumentato la nostra forza politica e i fascisti se n’erano accorti. Ricordo che anche noi del polverificio andammo molte volte alla sede dei sindacati fascisti a protestare e a reclamare i nostri diritti. All’inizio del 1943 eravamo organizzati in modo che bastava che all’inizio del lavoro si decidesse di prendere un’iniziativa che in un quarto d’ora tutti i lavoratori ne erano informati e si potevano considerare mobilitati. Il nostro lavoro era facilitato anche dal fatto che la maggioranza degli operai era in questo momento di recente assunzione: i vecchi operai, infatti, erano solo una trentina, mentre quando facemmo lo sciopero del 3 marzo 1944 eravamo circa 800 fra tutti.

(Testimonianza di Agostino)

A questo primo sciopero ne segue un secondo, di due ore, che prende pretesto dalla morte di due operaie e dalla partecipazione al loro funerale. Lo stabilimento viene chiuso ed operai e tecnici partecipano, in massa alle esequie, a conclusione delle quali, il comunista Masi svolge un discorso di circostanza, nel corso del quale afferma che il morbo che ha colpito le due ragazze è causato dalla guerra ed indica le lotte dei lavoratori per ottenere la pace.

La manifestazione avvenne nella primavera del 1943. Nei saloni, sulle scalinate, nei corridoi e anche nel cortile esterno dovevano essere presenti circa duemila operai, in maggioranza metallurgici. La manifestazione si trasformò in una protesta contro il sindacato fascista e contro la guerra. Parlarono, in contraddittorio coi fascisti e contro la guerra, i compagni Baffè, Giacomo e Gianni Masi, Canarèla, Cavicchi, Dalide Mazza ed altri. Ad un tratto lo polizia bloccò l’entrata e arrestò alcuni operai. I fascisti non si fecero vivi e la polizia fu costretta a rilasciare gli arrestati a causa della pressione degli operai presenti alla dimostrazione.
Nella primavera del 1943 alcune giovani operaie del comune di Castenaso si ammalarono e due di queste morirono. Masi mi chiese di fermare la produzione e di andare tutti ai funerali. Gli dissi che non potevo chiudere la fabbrica di autorità per un caso del genere: dissi che spettava agli operai decidere e che, comunque, se i capi reparto fossero venuti a dirmi che i lavoratori volevano andare ai funerali, io avrei accettato di buon grado e io pure sarei andato, incitando anche gli stessi capi reparto.
Infatti, alle ore 15, la fabbrica fu chiusa e tutti gli operai e tecnici andarono ai funerali. Dopo aver telefonato all’avv. Barbieri che i lavoratori, all’unanimità — tramite i loro capi reparto — avevano chiesto di andare ai funerali, io ero stato costretto a fermare la produzione di quel giorno anticipatamente e gli dissi che io pure sarei andato ai funerali. Barbieri, quella sera, non disse nulla, ma alcuni giorni dopo, in occasione di una discussione di carattere disciplinare, disse che un direttore d’azienda in Inghilterra, che non era stato capace di impedire ai lavoratori di uscire in massa dalla fabbrica prima dell’orario prescritto, era stato denunciato al tribunale militare e condannato a morte. Comunque ai funerali ci andammo ed io sono ancora vivo. Ricordo che, prima che le salme delle due ragazze entrassero nel cimitero, Masi fece un discorso di circostanza, disse quale era il morbo che aveva colpito le due ragazze, parlò delle cause della guerra e indicò le lotte che i lavoratori dovevano fare per ottenere la pace.

(Testimonianza di Giorgio Barnaba).

A scopo intimidatorio verso le maestranze del polverificio, intervengono nello stabilimento e nella località, il questore e il federale fascista Monzoni, accompagnati da tre camions di poliziotti, ma non ottengono gli effetti sperati. Alle fonderie Calzoni di Bologna, ove è tentata ima interruzione del lavoro, essa viene impedita dall’intervento massiccio di squadracce fasciste, che arrestano vari cittadini del rione portatisi di fronte all’azienda per solidarizzare con gli operai in agitazione.

All’inizio del 1943 manifestarono le donne, una delegazione si recò in direzione e sostenne con grande tenacia rivendicazioni di carattere generale. Seguì lo sciopero dei 18 operai addetti al forno ghisa che, sospeso il lavoro, con in testa il compagno Marchesini, si recarono in direzione a protestare per le dure condizioni di lavoro ed avanzare delle rivendicazioni.
Intervennero i « fiduciari » fascisti dell’azienda e del rione. Si ricorse a varie forme di intimidazione; Marchesini fu prelevato la sera stessa da casa e arrestato per qualche giorno. I lavoratori ottennero però quanto richiesto. Nel marzo dello stesso anno vi fu un forte impegno nel tentativo di partecipare allo sciopero generale che, come è noto, ebbe particolare risonanza nelle grosse città industriali e un peso determinante nell’accelerare la caduta del fascismo. L’intervento massiccio di squadracce fasciste che giunse anche all’arresto di cittadini del rione che si erano portati di fronte all’azienda in segno di solidarietà con gli altri operai, riuscì ad impedire però che lo sciopero si effettuasse.

(Testimonianza di Rino Bonazzi).

Sempre nel Bolognese, a Castel Maggiore, all’officina meccanica Barbieri, viene effettuato uno sciopero breve, ma compatto.

Nei primi mesi del 1943, l’organizzazione invisibile del partito comunista era già in grado di mobilitare le maestranze della fabbrica, grazie anche alla distribuzione di stampa clandestina che veniva fatta circolare nei vari reparti. Fu così possibile organizzare un primo sciopero con parole d’ordine la fine della fame e della guerra.
Fu uno sciopero breve, ma compatto ed ebbe molta importanza poiché precedeva la caduta del fascismo ed era in anticipo di un anno circa rispetto al grande sciopero nazionale operaio che si fece nel bolognese e in molte città del nord nel marzo 1944.

(Testimonianza di Olivio Lambertini).

A Reggio Emilia, uno sciopero della durata di un’ora avviene nella fabbrica Lombardini, ove si costruiscono motori. A Guastalla, alle trancerie Mossina — il più grosso stabilimento della Bassa reggiana — con ottocento addetti prevalentemente donne, un’astensione dal lavoro si attua l’8 marzo. Nei giorni precedenti, un’operaia aveva protestato: « con un etto e mezzo di pane al giorno non si può lavorare! » ed era stata arrestata. Una commissione di dieci sue compagne di lavoro si reca allora in municipio per reclamarne il rilascio e per rivendicare una maggiore razione di pane. La commissione viene minacciata e messa al muro con le mani in alto. All’indomani, proprio nella ricorrenza della festa internazionale della donna, tutte le operaie, indignate, non si presentano al lavoro.

L’eco delle lotte dell’Alta Italia e le agitazioni che provocano in loco inducono il periodico di Reggio Emilia, Il Solco fascista del 10 marzo a scrivere in un corsivo i seguenti imperativi dell’ora:

Lavorare in silenzio e in umiltà, pensando che tutti i sacrifici compiuti e da compiere, non equivarranno mai a quelli compiuti dai combattenti in una sola ora. Fare tacere alla maniera fascista i mormoratori di ogni tonalità e parallelamente i professionisti della retorica. Rispondere alle parole dei pavidi con l’ottimismo sereno e deciso dei forti per temperamento e per fede. Il sano ottimismo è lievito per ogni impresa di coraggio. Non chiedersi quando finirà la guerra. Pensare che tutto è e deve essere per la guerra.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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