6 marzo 1945 Ghemme (NO) fucilati 10 partigiani dai nazifascisti


Antefatto.
È il 3 marzo del ’45. Verso il tramonto compare nel cielo un piccolo caccia tedesco, volteggia alcune volte a bassa quota su Ghemme e riesce fortunosamente ad atterrare per scarsità di carburante, ai margini del paese, su un ex campo d’atterraggio reso impraticabile dai tedeschi per evitare che gli alleati se ne servano si tratta di un piccolo monoposto da caccia – tipo Messersch-mitt 109 – proveniente da Monaco di Baviera e diretto a Gallarate.

Sia il podestà Guido Crespi che il coadiutore della Parrocchiale dell’Assunta, don Angelo Stoppa, a colloquio dinanzi ad una finestra dello stabilimento ‘Secondo Salto’ avvistano l’apparecchio, ne osservano le manovre e il fortunoso atterraggio.
Podestà e Coadiutore si recano immediatamente sul luogo dell’atterraggio e si trovano di fronte al pilota che, sceso dall’aereo, sta guardandosi attorno. Il Podestà, che conosce la lingua tedesca, si rivolge al pilota per conoscere il motivo che lo ha indotto ad atterrare nell’ex campo militare in condizioni di impraticabilità.

Ma sopraggiungono due partigiani garibaldini in borghese della 81° brigata “Volante Loss”, comandata da Arrigo Gruppi “Moro”, che intendono far prigioniero il pilota per poi operare degli scambi con partigiani in mano dei nazifascisti e che si propongono di distruggere l’apparecchio. All’intimazione di resa il pilota tenta però di reagire con la pistola, ma viene colpito a morte. L’aereo è quindi dato alle fiamme. Il bollettino ufficiale del Comando partigiano parlerà di armi recuperate: una pistola e due mitragliatrici calibro 12,7.

La salma del pilota tedesco viene portata all’Ospedale della Provvidenza ove viene approntata la camera ardente. Tutti gli uomini, giovani e anziani, si allontanano dal Paese rifugiandosi nei vigneti o nelle boscaglie della collina; si teme che l’uccisione di un tedesco possa provocare, infatti, la rappresaglia.
Il Podestà e il Coadiutore vanno immediatamente al Comando fascista di Fara per tentare di convincere il cap. Famà del locale presidio della Guardia Nazionale Repubblicana a non infierire sulla popolazione di Ghemme, ma non ricevono udienza perché sono già le 21.
Il segretario comunale geom. Frasconi si reca invece a Romagnano Sesia, allo scopo di sventare la possibilità di uno dei frequenti raid dei militi della Folgore, colà stanziati.

Il 4 marzo, in mattinata, giunge a Ghemme una camionetta militare preceduta e seguita da macchine cariche di tedeschi; dalla camionetta viene prelevata la cassa in cui gli stessi soldati tedeschi depongono la salma del pilota; si forma il corteo funebre e, nel tentativo di placare la rabbia dei tedeschi, tutta la popolazione vi partecipa.
Prelevati e trasportati a Novara, Don Stoppa e il podestà Crespi vengono sottoposti ad un lungo interrogatorio; rilasciati il Coadiutore ed il Podestà vengono assicurati che non vi saranno rappresaglie. La popolazione ritiene sia grazie alla partecipazione al funerale.
Il 5 marzo, a Ghemme, non si nota alcun movimento fuori dalla normalità; gli uomini ritornano a
casa e al lavoro.

L’eccidio

Il 6 marzo, alle ore 8, entrano in Ghemme due grossi automezzi carichi di tedeschi e fascisti; in mezzo a loro vi sono dieci giovani, coi volti segnati da profonde ferite, coi vestiti laceri ed imbrattati di sangue.
Si viene poi a sapere che i dieci giovani sono stati catturati, in una imboscata, alla Bertinella Nuova, una cascina di Bellinzago Novarese, l’8 febbraio del ’45, da reparti del Comando tedesco di Turbino che li aveva rinchiusi nella caserma del ‘54° e poi tradotti alle carceri di Novara.

Gli autocarri si fermano nella piazza centrale, davanti alla chiesa parrocchiale. Un tedesco, entrato in chiesa, intima al parroco, don Giuseppe Forni, che sta suonando l’organo, di seguirlo. Si dirigono poi verso il campo d’aviazione. A poca distanza li seguono il podestà, il parroco, il coadiutore e il segretario comunale.

Non appena a terra, il ventunenne garibaldino della Volante Loss Luigi Prandi tenta la fuga, ma viene abbattuto da una raffica di mitra; don Forni viene colpito da una pallottola alla mano e viene accompagnato all’Ospedale dal Segretario Comunale. Don Stoppa prende immediatamente il posto del Prevosto ed in una sua nota (pubblicata sull’Azione dell’8 marzo 1946) si legge:

“…Nessuno dei condannati batte ciglio, ma i loro occhi sereni si posano su di me sacerdote che essi sentono amico: io m’interpongo presso il maggiore tedesco comandante del plotone per implorare la grazia, ma dal tedesco più duro e più impassibile di un macigno ottengo, con una fredda risposta
negativa, il permesso di svolgere il mio sacerdotale ministero, ma nel modo più celere..”

Interviene anche il Podestà per tentare di salvare la vita almeno del più giovane dei condannati a morte, Miglio Benami, che ha solo quindici anni; ma il comandante tedesco ribatte: “Oh, 15 anni… con un fucile in mano può ammazzare anche lui“.

Borgonovo, l’interprete, dà lettura della sentenza di condanna a morte. Il plotone di esecuzione -14 fascisti e 4 tedeschi – è già schierato dinanzi ai condannati. Il grido di “Viva l’Italia libera” si confonde con il crepitio delle raffiche di mitra, ma proprio il giovanissimo garibaldino, rimasto in piedi, riesce a gridare ancora, prima di essere abbattuto da una seconda raffica, “Viva l’Italia libera“.

Le vittime

Carmelo Ardizzoia di Barengo;
Frediano Bagnati, diciottenne, operaio panettiere di Bellinzago;
Adriano Barbero, diciottenne, operaio, di Bellinzago;
Ernesto Bovio di ventidue anni, contadino, di Bellinzago;
Benami Miglio, quindicenne, operaio di Bellinzago;
Boschi Ernestino, diciassettenne, garzone di macelleria, di Novara;
Piero Sassoni di trentadue anni, rilegatore, di Novara;
Mario Tosi, diciottenne, operaio, di Bellinzago
Luigi Prandi, ventunenne, operaio meccanico, di Bellinzago, assassinato mentre tenta la fuga
Luigi Vandoni di diciannove anni di Bellinzago.

Alle 11 del mattino il massacro per fucilazione dei dieci partigiani è compiuto.

È il comandante nazista che ordina: “Portare via subito i corpi, portarli al cimitero con un carro.
Provvedere le bare, sotterrarli immediatamente, senza lacrime, senza rito, senza preghiere e senza nessun accompagnamento… Entro le 13; in caso di trasgressione, impiccheremo dieci persone al balcone del Municipio
“.
Il commento di un milite nero:“Che peccato non averne qui ancora altri cinquanta da fucilare“.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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