11 Marzo 1944 Eccidio di Scalvaia di Monticiano (Si)


Antefatto
La Brigata Garibaldi “Spartaco Lavagnini” aveva organizzato un campo di giovani renitenti alla leva sulle pendici del Monte Quoio, nel comune di Monticiano. Il gruppo aveva deciso di spostarsi nella zona di Montieri ed un Gruppo della Brigata Lavagnini avrebbe dovuto fungere da scorta.
Alcuni partigiani della “Lavagnini” intanto compiono un attentato contro l’auto del capo della provincia di Grosseto ma nell’azione, svoltasi sulla Statale che collega Siena a Grosseto, muore solo l’autista e rimane ferito un commerciante al quale era stato dato un passaggio.

Il Console della Guardia Nazionale Repubblicana di Grosseto, Ennio Barberini, ordina subito un rastrellamento cui partecipa anche la sezione senese della Guardia Nazionale Repubblicana e alcune pattuglie dell’esercito tedesco.

L’eccidio

Il rastrellamento porta a scoprire il campo di Monte Quoio che viene circondato all’alba dell’11 marzo.
Nel combattimento che segue muore il partigiano Giovanni Bovini e rimane gravemente ferito il giovane francese Robert Houdin, che morirà poi all’ospedale di Siena. Diciannove giovani partigiani si arrendono in seguito alla solita promessa di avere salva la vita. In prossimità del cimitero di Scalvaia, dove nel frattempo i prigionieri erano stati portati, si ha una divisione dei prigionieri: mentre uno decide di collaborare e viene trasferito a Grosseto per essere arruolato nella Guardia Nazionale Repubblicana, 8 giovani (tra questi il giovane francese) vengono trasferiti a Siena per essere processati; gli altri 10 vengono fucilati sul posto, nonostante l’intervento del parroco di Scalvaia, Antonio Sarperi.

Vicino ai corpi dei 10 giovani viene lasciato un cartello sul quale era stato scritto: “Nel luogo in cui un nostro milite ha trovato la morte per mano dei ribelli, questi traditori sono stati raggiunti dalla giustizia. La giustizia arriva sempre per uno a dieci”.

Gli altri giovani furono processati dal Tribunale militare di Firenze, di questi 3 furono condannati a 24 anni di carcere, mentre 4 furono fucilati nella caserma La Marmora di Siena.

Le vittime

Boschi Solimano
Borgianni Adorno
Bovini Giovanni
Masi Tommaso
Antonucci Lilioso
Haydeb Robert
Mari Aldo
Filippini Ezio
Fabbri Armando
Pieri Azelio
Borri Cesare
Avi Alizzardo
Avi Alvaro
Simi Primo
Masi Faustino
Bindi Renato

Testimonianze tratte da “Infamia e Gloria in terra di Siena durante il Nazifascismo” di Smeraldo Amidei

Il rastrellamento di Monte Cuoio.

In base ad informazioni raccolte da persone degne di fede, sono in grado di ricostruire, nella quasi totalità, i particolari sulla dolorosa fine dei miei infelici compagni.
La mattina del 10 marzo 1944, i militi repubblichini perquisirono le case di Scalvaia per assicurarsi che non vi fossero armi e, poichè ogni ricerca rimase infruttuosa, si accontentarono di fare delle razzie; verso mezzogiorno se ne partirono, portando seco Piero Cheli, colpevole di non avere il figlio sotto le armi.

Nel pomeriggio tre di loro, spacciatisi per partigiani, andarono in un podere vicino a Monte Cuoio, chiamato il ”Poderone” e chiesero alle donne di casa da mangiare; dopo aver avuto ciò che desideravano, e imposto loro di non fa parola con nessuno dell’accaduto, si allontanarono.

La mattina successiva, verso le 4, una cinquantina di militi dopo aver lasciato i due camions con cui erano venuti al cimitero di Scalvaia, con nove compagni di guardia, circondarono la casa che ho ricordato e, aperto a viva forza l’uscio, fecero irruzione nell’interno. Imposero a tutti di alzarsi e rovistarono ogni stanza in cerca delle armi, ma non trovarono nulla.
Un vecchietto di quella casa mi ha detto che, uscito fuori coi fascisti, vide venire verso di loro i tre che il giorno prima si erano spacciati per partigiani.

”Sareste degni di bruciarvi tutti ! Voi tenete mano ai partigiani” gli dissero i nuovi arrivati ed a bassa voce soggiunsero ai propri compagni: “Fate presto, dormono …”.
Prima di andare via asportarono diverse paia di scarpe e condussero seco, con la violenza, un giovane garzone di quella famiglia perchè insegnasse loro la strada. Sembra però che questo giovanetto, essendo venuto da poco tempo al Poderone da una località molto distante, non fosse pratico del posto, e quindi non sia stato in grado, nonostante le minacce, di rendere loro il servizio richiesto. Il rastrellamento ebbe una dolorosa conclusione: la morte di Giovanni Bovini, il ferimento di Robert Handen e la cattura di 17 giovani, la maggior parte dei quali sprovvisti di armi.

Ironia del destino.

Forse il rastrellamento era già terminato quando, verso le 8 del mattino, io stavo rientrando, insieme a sette compagni, all’accampamento.
Dapprima sentimmo in lontananza due colpi di fucile mitragliatore; poi vedemmo alzarsi verso il cielo alte colonne di fumo: erano i seccatoi delle castagne, notre abituali dimore, che bruciavano. Ma prima ancora che ci fossimo resi perfettamente conto del perchè dello strano incendio, sentimmo sibilare, sopra le nostre teste, le pallottole delle armi automatiche. Eravamo forse a 200 metri dai fascisti, su un sentiero fiancheggiato dagli scopi, largo forse 80 cm. e diritto. Al fuoco dei fucili mitragliatori, davanti a noi, si unì subito quello di una mitragliatrice piazzata sulla cima del Monte Cuoio, che incrociava il suo fuoco sopra il sentiero.

La sorpresa, a cui seguì una fitta gragnuola di piombo, che di attimo in attimo ingrossava il suo volume, ci mise nell’impossibilità di portare qualsiasi aiuto a coloro che erano rimasti all’accampamento.
In tutti eravamo sei moschetti, due pistole, alcune bombe e in media 24 pallottole ciascuno; in tali condizioni, colla morte davanti a ogni passo, non ci rimase che ritirarci. Il destino non volle che cadessimo sul campo, ma che rimanessimo superstiti impotenti dinanzi alla sorte dei compagni.
Verso l’eccidio.

I prigionieri furono obbligati ad andare, a piedi, portando Handen sopra una scala, fino a dun’aia vicino al cimitero di Scalvaia. Appena arrivati, sette di essi furono fatti salire sui due camions che proseguirono verso Monticiano. Fatti scendere nella piazza denominata ”Il Sodo”, furono lasciati in custodia ad alcuni fascisti.
Erano circa le 10 del mattino.

Il parroco di Scalvaia, don Antonio Sàrperi, avvisato dell’accaduto, andò subito presso i giovani che erano rimasti vicino al cimitero, e chiese ai militi se avessero intenzione di fucilarli e, nel caso affermativo, gli lasciassero la libertà di somministrar loro i conforti religiosi.
– Perchè vi preoccupate di loro ? – gli risposero i militi.
– Mi interessa di loro, perchè questi poveri ragazzi sono nella mia parrocchia; so che avete un decereto per fucilare chi viene preso al bosco; ma non li ammazzerete mica così ? – soggiunse don Antonio.
– No – essi risposero – sono dei poveri ragazzi: ci dispiace solo che i veri responsabili, cioè i capi, ci sono sfuggiti … -.
Don Antonio rimase fin verso le 12,30 con questi giovani, ora in cui furono fatti salire, eccetto Handen che gli fu affidato, su un camion venuto da Siena sul quale proseguirono fino a circa 700 metri oltre il bivio di Scalvaia in direzione Monticiano.
Ivi furono fatti scendere e crivellati dalla mitraglia.

Don Sàrperi, appena fatto consapevole della cosa dal maresciallo dei carabinieri e dal commissario prefettizio di Monticiano, avvisò tre contadini, che insieme con lui andarono sul posto col carro.
Tre giovani, col cranio fracassato, tenevano la faccia rivolta verso il cielo; negli occhi sbarrati si potevano leggere ancora gli ultimi istanti di terrore.
Accanto alle salme fu rinvenuto un legno acuminato intriso di sangue.
Sul posto del delitto, i militi della G.N.R. lasciarono appuntato in un segna-strada un cartellone in cui, sulla parte bianca, si leggeva: “La giustizia arriva sempre. Per uno 10…”. Sulla parte opposta figurava l’effigie del Re.
Dove caddero i compagni, un’iscrizione fatta da mani pietose, dopo la liberazione, ricorda al passante il luogo del sanguinoso massacro.

I fucilati, verso le 15, furono portati al cimitero, ove intanto il maresciallo e il commissario prefettizio aspettavano; successivamente arrivarono alcuni carabinieri e militi.
Il maresciallo ordinò che si facesse una fossa unica e si mettessero dentro le salme l’una sopra l’altra, nonostante che don Sàrperi gli facesse rilevare l’opportunità di seppellirli separatamente.
– E’ bene togliere il sangue dalla strada il più presto possibile; è guerra. oggi a te domani a me – disse il maresciallo.
Sul’imbrunire un carro fu mandato a prendere il corpo di Bovini che era rimasto abbandonato nel bosco e, la sera stessa, circa le 20, fu messo nella fossa insieme ai compagni.
[…]

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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