Capelli Renato (Nome di battaglia Leo)


Nasce il 14 marzo 1918 a Bentivoglio. Dall’aprile 1944 diventa vice responsabile della struttura organizzativa, costituita nella zona di Corticella (Bologna) e attivo nel reclutamento di giovani da inviare in montagna, nel reperimento di armi e nell’attuazione di azioni di sabotaggio.

Nel giugno viene nominato responsabile di zona. Nell’ottobre, quando tutte le formazioni sono riunite nella 1a brg Irma Bandiera Garibaldi, ne diventa il comandante. Guida la battaglia di porta Lame a fianco dei gappisti della 7a brg GAP Gianni Garibaldi e l’azione contro il comando della TODT di S. Sisto. Dal 2 dicembre 1944 è comandante della 63a brg Bolero Garibaldi finché, l’11 aprile 1945, riassume le stesse funzioni nell’Irma Bandiera Garibaldi. Durante l’attività partigiana viene arrestato due volte.

La prima volta nel luglio 1944 durante un rastrellamento effettuato dalle brigate nere nei pressi di Casa buia (Corticella), a seguito dell’uccisione di un gerarca fascista della zona avvenuta il giorno precedente. Rinchiuso alle Caserme rosse, riusce a fuggire alcuni giorni dopo.

La seconda volta dai paracadutisti nel marzo 1945 a Pieve di Cento. Trasferito a Bologna, viene interrogato dalle SS di via Santa Chiara: riusce a nascondere la sua vera identità e, il 9 aprile, inviato a lavorare al fronte oltre Pianoro, riesce a fuggire.

Gli è stata conferita la medaglia d’argento al valore militare con la seguente motivazione:

«Audace fra gli audaci, non conobbe esitazioni fin dai primi arditi cimenti, battendosi con leonino coraggio. Eletto, per valore dimostrato, comandante di battaglione partigiano, in temerario colpo di mano liberava con i suoi uomini oltre duecento operai costretti al lavoro e faceva ricco bottino di materiale bellico. Arrestato due volte, evadeva e nelle giornate della radiosa insurrezione, al comando di una brigata partigiana, eroicamente combatteva per la liberazione della città».

Bologna, 9 settembre 1943-21 aprile 1945.

 La sua testimonianza

La mia adesione alla Resistenza non fu difficile per il fatto che provenivo da una famiglia antifascista: mio nonno era un operaio socialista, mio padre, egli pure operaio, aderiva alle idee comuniste e non fu mai iscritto al fascio; mia madre, con coerenza antifascista, non volle mai che prendessi la tessera di balilla o avanguardista, anche quando non era facile frequentare la scuola senza quelle tessere.

Solo quando cominciai a lavorare fui costretto ad iscrivermi ai giovani fascisti e così durò per tre anni, durante i quali però non frequentai mai alcuna sede del fascio.

Nel 1938 andai militare, in marina, e fui imbarcato sui sommergibili; feci quella vita fino all’estate del 1942 quando venni di nuovo imbarcato a Genova su un cacciatorpediniere dal quale scappai pochi giorni prima dell’8 settembre perchè ero deciso a non riprendere più il mare.

L’8 settembre mi trovavo a casa, a Corticella, e assieme a quasi tutta la popolazione del quartiere collaborai all’assistenza ai militari che scappavano verso le loro case. Questa attività durò qualche giorno; poi rimasi quasi inattivo per alcuni mesi durante i quali mi limitai a partecipare alle discussioni, sempre più appassionate, sulle nostre prospettive e su come sarebbe finita la guerra.

La svolta decisiva per uscire da quella posizione quasi inattiva avvenne una sera dell’aprile 1944. Con un gruppo di amici che avevano fatto tutti da tre a sei anni di militare e la guerra, stavo seduto nel giardino del caffè nella piazza di Corticella, quando si avvicinò un gruppetto di ragazzi vestiti da militi della brigata nera. Questi, col mitra in mano, cominciarono ad insultarci imponendoci di sgombrare il locale e di andare a casa. Si tenga conto che le nostre classi, dopo lo sfacelo dell’8 settembre, non erano state richiamate e quindi nessuno poteva contestarci nulla.

Ma al di là di questo “sentirmi in regola”, vi era in me la coscienza di aver fatto, contro ogni mia volontà, oltre cinque anni di militare, tutta la guerra, con sacrifici, rinunce e pericoli immensi, di aver perduto gli anni più belli della mia gioventù senza uno scopo e di aver visto morire, sempre senza alcuno  scopo, tanti amici e centinaia di giovani come me. Il fatto che un gruppo di ragazzi usciti dalla casa di correzione, vestiti da brigatisti neri, venissero ad insultarmi e a mandarmi a letto, come se fossi un parassita, uno buono a nulla, suscitò in me una reazione tanto forte da imporre una svolta radicale alla mia vita.

E così decisi di prendere una posizione attiva contro i fascisti e i tedeschi cercando subito un contatto organizzativo con le forze della Resistenza. Dopo qualche giorno ci riunimmo in un gruppo di amici con il responsabile comunista di Corticella e da quel momento entrai a far parte attiva della Resistenza. La stessa scelta la fecero i miei compagni e la grande maggioranza dei giovani del quartiere.

Nella Resistenza ebbi numerosi incarichi, tra i quali la responsabilità di comandante della 1a Brigata Irma Bandiera fino al 2 dicembre 1944 e di comandante della 63a Brigata Garibaldi dal 3 dicembre 1944 alla fine del marzo 1945.

Dall’11 aprile 1945 ripresi il comando della 1a Brigata Irma Bandiera fino alla liberazione. Nel corso dell’attività partigiana fui arrestato due volte. La prima nel luglio 1944 dalla brigata nera, durante un rastrellamento nei pressi della Casa Buia, per rappresaglia a seguito dell’uccisione di un gerarca fascista della zona avvenuta il giorno prima. Con me furono arrestati Orlando Mandrioli, vice comandante della zona, Bruno Tagliavini ed altri giovani che erano già attivi. Fummo rinchiusi nelle Caserme Rosse.

Due o tre giorni dopo Tagliavini, insieme ad altri, fu caricato sui camion con destinazione Germania, ma riuscì a fuggire durante il trasporto. Io e Mandrioli riuscimmo a fuggire dalle  Caserme alcuni giorni dopo. La nostra fuga avvenne in pieno pomeriggio, sorprendendo i brigatisti di guardia. D’accordo con gli uomini delle pulizie, questi ci fornirono un secchio e una scopa e, muniti di questi attrezzi da lavoro, uscimmo disinvolti dal camerone dove wravamo rinchiusi, passando inosservati fra i fascisti di guardia.

La seconda volta fui arrestato — come ho detto — alla fine del marzo 1945, quando ero al comando della 63a Brigata Garibaldi, vicino a Pieve di Cento, mentre mi recavo con il vice comandante Brunello in una base. Avvistati da un gruppo di paracadutisti tedeschi ci dividemmo; Brunello riuscì a scappare ed io venni arrestato dai paracadutisti i quali, considerandomi un “partizan”, dopo avermi spogliato e picchiato a volontà, mi consegnarono alla brigata nera di Pieve di Cento. Dopo due o tre giorni venni portato nel carcere di San Giovanni in Persiceto, poi in quello di San Giovanni in Monte, a Bologna.

Dopo alcuni giorni di arresto e vari interrogatori da parte delle SS di via Santa Chiara, durante i quali riuscii a non farmi riconoscere avendo esibito documenti falsi e mantenendo una banale deposizione fatta fin dal primo interrogatorio, fui inviato, il 9 aprile, a lavorare al fronte, oltre Pianoro. La notte stessa fuggii, passando in mezzo ai campi minati, assieme ad un altro partigiano della mia stessa Brigata.

Il 10 aprile ero già in città e il giorno dopo ero di nuovo al comando della 1a Brigata Irma Bandiera, comando che avevo lasciato i primi di dicembre 1944, perchè si convenne che non mi era più possibile operare in città essendo ricercato e pedinato dalla brigata nera.

La prima riunione dell’aprile 1944 che decise la mia partecipazione attiva alla Resistenza ebbe quindi carattere molto concreto. Dopo aver discusso della situazione del momento ricordo che nominammo fra di noi un responsabile di gruppo (Idalgo Bonora) e a me fu dato l’incarico di vice responsabile, con l’impegno di cominciare a svolgere precise iniziative di avvicinamento di altri giovani, di propaganda contro la guerra, il fascismo e il nazismo, di recupero delle armi per l’organizzazione di azioni di sabotaggio.

La riunione si sciolse con il compito di andare la sera stessa ad affiggere manifestini sui muri della Caserma dei carabinieri e delle case di Corticella: compito che fu assolto da tutti con il massimo impegno, pur essendoci il coprifuoco.

L’attività del gruppo fu subito impegnativa; dopo poche settimane potemmo già fare un bilancio molto positivo per i collegamenti che avevamo preso con altri giovani, per i nuovi gruppi che avevamo costituito a Corticella e nei rioni vicini, per i disarmi e le azioni di sabotaggio che avevamo effettuato. Via via che riuscivamo a procurarci armi, con le azioni di disarmo dei fascisti e dei tedeschi, le attività dei vari gruppi si estendevano e  acquistavano sempre più un carattere aggressivo.

Il tratto che distingueva questi gruppi all’inizio dell’attività era quello di essere formati da giovani che vivevano nella legalità, cioè nelle loro case, e che agivano sul piano militare e su quello propagandistico mantenendo larghi contatti con la popolazione. Tale caratteristica subì un graduale mutamento con la chiamata alle armi dei giovani della classe 1924, i quali, non presentandosi alle armi, diventavano così dei disertori, cosa che avvenne per la totalità dei giovani della zona di Corticella.

Il reclutamento dei giovani che disertavano e la ricerca di basi per nasconderli, comportarono un grosso impegno e l’allargamento di tutta la struttura organizzativa. Si tenga presente che la maggioranza delle basi, dei nascondigli in genere era in aperta campagna, fra i cespugli o in case diroccate. Gruppi di giovani andarono successivamente ad ingrossare le formazioni partigiane di montagna, una parte rimase in basi permanenti in città e alla periferia della città.

Si accentuò via via il carattere militare dei gruppi, con le conseguenti esigenze di vettovagliamento, di informazione, di ricerca di nuove sedi sconosciute e più sicure per l’organizzazione permanente di gruppi di combattenti che dovevano di giorno e di notte uscire armati, per le azioni che venivano stabilite, senza farsi notare dalla popolazione e sfuggendo, ovviamente, all’osservazione del nemico.

L’aumento dei gruppi e delle squadre impose, già nel mese di giugno, di dare una struttura più organica e snella alle formazioni, con precisi comandi di squadra, di compagnia e di zona. Il comando di zona si trasformò, alla fine di luglio, in comando di battaglione acquistando sempre di più la struttura di una formazione di combattimento, anche se doveva mantenere il carattere di formazione snella, i cui effettivi fossero nella loro maggioranza nella legalità ed avessero larghi collegamenti con la popolazione.

Si trattava di creare delle formazioni capaci di colpire, di ritirarsi e di non farsi scoprire per continuare a rimanere nella legalità, in quanto la lotta non offriva la possibilità di molte basi sicure, per la massiccia presenza dei tedeschi, delle brigate nere e del servizio di spionaggio. Era questo uno dei compiti più grossi da risolvere, dalla cui soluzione dipendeva l’esistenza stessa delle formazioni.

Alla fine di giugno questa struttura organizzativa formata nella zona di Corticella (che comprendeva, oltre a Corticella, la Casa Buia, Sant’Anna, Arcoveggio, Croce Coperta, Beverara) era già fortemente consolidata per il numero di giovani inquadrati, per il volume delle iniziative e delle azioni svolte e per il largo collegamento con la popolazione.

Un forte contributo allo sviluppo di questo impetuoso movimento, sorto sulla base delle prime iniziative dell’inverno 1943-44, fu dato da Beltrando Pancaldi e da Elio Vigarani; io pure dedicai ogni mia cura allo sviluppo dell’organizzazione popolare armata e alla fine di giugno fui nominato responsabile di zona. Contemporaneamente numerosi altri giovani assunsero nuovi posti di responsabilità. Altri gruppi, con iniziative analoghe, da quel momento si sviluppano, anche se in misura minore, in altre parti della città, in particolare nella zona Lame, al Pontelungo, in San Felice, Saffi, San Vitale, ecc. Anche in queste zone i diversi gruppi vengono riuniti in squadre e compagnie, con direzione autonoma e con le caratteristiche cui ho prima accennato.

Il maggiore sviluppo delle formazioni partigiane nella zona nord della città è dovuto certo ad alcune condizioni oggettive: e cioè:

1) all’esistenza di una popolazione decisamente antifascista e contraria alla guerra;

2) alla pulizia che era stata fatta di quei pochi che avevano avuto o che avevano responsabilità con il fascismo;

3) ad un minore sfollamento della popolazione rispetto al centro e alle altre zone della città, in conseguenza della minore intensità dei bombardamenti;

4) ad un retroterra sicuro nella campagna, che in quel periodo consentiva una maggiore possibilità di copertura e di sganciamento.

Quando nella nostra zona l’organizzazione è già avanzata e collaudata e le iniziative sono particolarmente estese, nel complesso della città non si è ancora raggiunta una direzione organica.

Ai primi di settembre, in previsione della liberazione di Bologna, si decise di dividere la città e la provincia in quattro settori, dando ad ogni settore (che comprendeva una parte della città e una parte della provincia) un comando organico di tutte le formazioni operanti nelle distinte zone. Questa decisione fu presa allo scopo di favorire l’afflusso delle formazioni della provincia in città e di creare dei comandi omogenei di tutte le formazioni che avrebbero dovuto operare nel settore per la liberazione della città, che si prevedeva per l’autunno 1944.

I comandi dei settori vennero assegnati nel seguente ordine:

1° settore, Walter Busi;

2° settore, Renato Capelli;

3° settore, Beltrando Pancaldi;

4° settore, Bruno Tosarelli.

Ma Tosarelli e Busi, purtroppo, vennero arrestati poco dopo dai fascisti e da questi seviziati e uccisi rispettivamente il 5 ottobre e il 18 novembre 1944. A seguito di queste gravi perdite si dovettero prendere delle decisioni di emergenza, per evitare influenze negative nel morale e nell’attività dei partigiani. Le prime decisioni che vennero prese, anche se in forma provvisoria, furono quelle di affidare a Pancaldi, oltre che il comando del 3° settore, anche il comando di tutte le formazioni della provincia, comprese quelle entrate in città, ed a me, oltre al 2° settore, il comando delle formazioni della città.

Queste decisioni provvisorie, adottate verso i primi di ottobre, si trasformano in permanenti e per la prima volta si dà vita ad un comando organico di tutte le formazioni della città. A me viene affidata la responsabilità di comandante, a Enrico Bettini (Lampo), quella di vice-comandante e Ildebrando Brighetti (Brando), diviene capo di stato maggiore.

Le formazioni che operano in città aumentano di numero nell’estate e allora occorre raccoglierle e dare loro un inquadramento meglio definito in relazione ai compiti che si dovevano assolvere.

Nel mese di ottobre si procede anche ad una nuova organizzazione delle forze della città, che vengono raggruppate con la costituzione di cinque battaglioni:

1) per la zona di Corticella, comandante Orlando Mandrioli;

2) zona Bolognina, Arcoveggio e Casaralta, comandante Gino Zecchini;

3) zona Lame, Beverara, Sostegnino, comandante Oscar Muratori;

4) zona Saffi, San Felice, Pontelungo, Borgo Panigale, comandante Elio Morini;

5) zona San Vitale, Mazzini, comandante Sergio Soglia.

La decisione degli alleati di fermarsi sugli Appennini e di rinviare l’avanzata alla primavera successiva, l’appello di Alexander, l’attacco sferrato dai tedeschi e dalle brigate nere al movimento partigiano, con la collaborazione di alcune spie sono i fatti che impongono — dopo la battaglia del 7 novembre a porta Lame — un ritorno in provincia e in periferia delle formazioni che erano entrate in città e una ristrutturazione dei comandi. Tutte le formazioni della città, così come erano state strutturate, danno vita, in novembre, alla 1a Brigata Irma Bandiera, con la conferma del comando preesistente, mentre la provincia viene divisa in due grandi zone: tutte le formazioni ad ovest del Reno, comprese Pieve di Cento e Castel d’Argile costituiscono la 63a Brigata Garibaldi, quelle ad est del Reno la 2a Brigata Paolo, che poi si dividerà in due con la formazione della 4a Brigata Venturoli.

Questa struttura resterà valida fino alla liberazione. Il comando della Brigata Irma Bandiera, ai primi di dicembre del 1944, viene assunto da Remo Nicoli, che successivamente viene arrestato e fucilato dalle brigate nere.

I 94 caduti, i 46 feriti, i 1066 partigiani combattenti, fra cui 115 donne, danno la misura del contributo che la Brigata Irma Bandiera ha dato alla lotta di liberazione. È difficile descrivere il volume dell’attività e delle azioni che l’insieme della Brigata ha svolto durante la sua esistenza. Non si deve dimenticare l’ambiente particolarmente difficile in cui la Brigata operava e svolgeva le sue molteplici attività, che andavano dall’affissione dei volantini sui muri della città alle azioni di sabotaggio, dal disarmo dei tedeschi e brigate nere alla loro eliminazione, dalla protezione delle manifestazioni di massa alle azioni di più larga portata.

Più difficile ancora è catalogare le azioni in base al grado di pericolosità o di ardimento necessario per eseguirle, in quanto tutte presentavano grandi pericoli e in tutte occorreva un coraggio non comune. Bastava essere sorpresi durante l’affissione dei volantini per essere fucilati. Eravamo ad alcune decine di chilometri dal fronte, con il coprifuoco permanente e sotto un rigido controllo dei tedeschi, delle brigate nere, della polizia segreta e sempre sotto l’occhio delle spie. In questa situazione ogni azione, per avere la garanzia della riuscita, doveva essere eseguita da poche persone, con la massima decisione e rapidità, sia che venisse fatta di giorno che di notte, sia che si agisse a piedi, o in bicicletta, o in macchina.

Sono centinaia le azioni effettuate e tutte sarebbero degne di essere citate e ricordate, come la partecipazione alla battaglia di porta Lame del 7 novembre e molte decine sono le partigiane e i partigiani che dovrebbero essere ricordati per il loro impegno costante nella lotta. Ogni omissione sarebbe davvero un atto di ingenerosità. Voglio pertanto limitarmi a ricordare due aspetti generali ma non principali dell’attività della Brigata, affinchè sia più facile capire la mole di problemi che bisognava affrontare. Il primo riguarda le armi. I gruppi che si costituivano non ne avevano all’inizio di nessun tipo; così fu anche per il gruppo del quale io facevo parte.

La prima questione riguardò proprio il modo di procurarsi armi, possibilmente automatiche, adatte per la guerriglia in città. Ci fu subito detto che le armi dovevamo procurarcele prendendole ai tedeschi e ai fascisti. I fatti dimostrarono che questa era la sola giusta soluzione del problema.

Il modo di procurarci le armi attraverso il disarmo dei tedeschi e fascisti diventò la regola costante della Brigata. Salvo alcune armi che furono recuperate con l’assalto a qualche piccola caserma, tutto l’armamento della Brigata venne a costituirsi come risultato di azioni di disarmo, svolte anche in pieno giorno e per le strade della città, di tedeschi e fascisti. L’azione, che veniva generalmente condotta da due partigiani in bicicletta, in alcuni casi con la copertura di altri due ad una certa distanza, richiedeva prontezza, decisione e rapidità nell’esecuzione. Quando i tedeschi o i fascisti rimanevano sorpresi e non reagivano tutto si concludeva nel modo migliore; ma quando reagivano bisognava saper rispondere per primi e con la massima fermezza, altrimenti si era perduti.

Questo tipo di attività, che è ricca di episodi di grande coraggio, era il rodaggio del partigiano di città, che doveva mettere alla prova la sua prontezza, la sua capacità d’iniziativa nell’affrontare il nemico a viso a viso e lo preparava alle azioni più impegnative. Le azioni di disarmo furono molto estese nell’estate del 1944; vi fu un periodo nella zona di Corticella durante il quale era difficile che passasse un tedesco o un brigatista nero senza che venisse disarmato. Queste azioni consentirono di fornire di armi automatiche tutta la Brigata e di creare le condizioni per iniziative e azioni più incisive.

L’altro aspetto che mi pare utile ricordare é l’azione di sostegno e di copertura che l’insieme della Brigata ha dato durante tutta la lotta di liberazione al distaccamento della 7a Brigata GAP che operava in città. Le due formazioni, pur operando distintamente e con le più rigide regole della cospirazione, mantennero stretti rapporti di collaborazione, fino alla partecipazione di azioni comuni. Caratterizzava tale rapporto l’azione di sostegno che l’insieme della Brigata svolgeva per i distaccamenti della 7a GAP; quest’azione andava dal passaggio di uomini, al rifornimento di armi e di basi, secondo le esigenze. Il cosiddetto reclutamento dei partigiani, i distaccamenti della 7a GAP lo facevano in generale fra i combattenti della 1a Brigata Irma Bandiera.

Erano i giovani che si distinguevano di più per il loro spirito combattivo che di tanto in tanto passavano alla 7a Brigata GAP. Questo passaggio era considerato per i migliori combattenti un titolo di riconoscimento della loro attività. Essi sapevano che entravano a far parte di una unità che aveva compiti più ardimentosi; ma sapevano anche che tale passaggio comportava una maggiore tensione e più gravi pericoli.

Il passaggio di una parte dei combattenti più provati alla guerriglia in città rappresentava per la Brigata un elemento di orgoglio, ma anche un serio sacrificio, perchè aveva sempre un’incidenza sulla sua capacità combattiva, in particolare per quelle squadre dove questi uomini venivano a mancare. Se a ciò si aggiungono le perdite che si avevano in combattimento, gli arresti, l’impossibilità di far operare una parte dei partigiani in quella determinata zona e nella legalità, ci si rende conto di quanto complesso e impegnativo fosse il compito di mantenere alle varie unità della Brigata un alto livello combattivo e la capacità di agire e attaccare il nemico.

Numerosi partigiani della Brigata Irma Bandiera furono presenti — come ho detto — anche alla battaglia di porta Lame del 7 novembre 1944 e combatterono a fianco dei gappisti della 7a Brigata. Ricordo che una settimana circa dopo la battaglia di porta Lame fu chiamato a partecipare ad una riunione in via Falegnami alla quale erano presenti Beltrando Pancaldi (Ran), Aroldo Tolomelli (Fangén), il comandante della 7a Brigata GAP Alcide Leonardi (Luigi) e Sante Vincenzi (Mario) che portava le direttive del comandante del CUMER, Ilio Barontini (Dario) sulla nuova tattica da adottare dopo la battaglia e tenuto conto che ormai si era certi che gli alleati avrebbero interrotto l’avanzata e che i nazifascisti ne avrebbero approfittato per intensificare la lotta contro il movimento partigiano nella città.

Le direttive di Dario erano quelle di dividere in piccoli gruppi le forze attive, di rimandare alla periferia o nei luoghi d’origine della pianura e della collina i partigiani delle varie formazioni che erano confluiti entro le mura e di operare in città solo con ridottissime squadre di gappisti. Questa linea fu contrastata da Ran e dal Fangèn che sostenevano la necessità di impegnare il nemico nel più vasto fronte possibile, sia pure con una tattica diversa, e facevano presente anche che nei comuni d’origine i partigiani sarebbero stati costretti a restare nascosti perchè conosciuti da tutti e quindi venivano esposti al pericolo di essere arrestati. La discussione fu piuttosto vivace ed io condivisi le opinioni di Ran. Però alla fine Mario fece presente che quello era un ordine al quale dovevamo attenerci.

A conclusione di questa mia testimonianza voglio ricordare l’azione partigiana contro il comando della Todt di San Sisto. Venni informato dal comando di Bologna che la Todt stava per trasferirsi al nord e che avrebbe trasferito a forza anche gli operai che vi lavoravano e che erano circa 200. Il nostro compito era quello di evitare che avvenisse il trasferimento degli operai. Insieme a Mandrioli, che era il comandante del battaglione di Corticella, studiai la situazione, raccogliendo tutte le notizie e le informazioni utili: consistenza dei militari tedeschi, armamento, mezzi di trasporto, giorno in cui doveva avvenire il trasferimento, orari, abitudini, ecc.

Dalle informazioni risultò che il trasferimento del comando della Todt doveva avvenire il primo sabato di settembre e che, per quello stesso giorno, tutti gli operai erano stati convocati al comando per le ore 14, con il pretesto di liquidare loro quanto dovuto per il lavoro prestato: il vero obiettivo era invece quello di riunirli tutti per trasferirli al nord.

Raccolte anche nei minimi particolari le informazioni che ci interessavano, precisammo il nostro piano e decidemmo di svolgere l’azione proprio nell’ora in cui gli operai erano stati convocati, in modo tale che mancasse al comando, pronto a trasferirsi, il tempo di organizzare la rappresaglia contro gli operai. La nostra azione, in base alle notizie che avevamo raccolto, non doveva però limitarsi ad impedire il trasferimento degli operai, ma doveva avere come obiettivo anche il recupero delle armi automatiche e di alcuni automezzi dei quali avevamo bisogno per le azioni volanti in città della nostra Brigata e per le necessità della 7a GAP.

L’azione doveva essere di sorpresa e rapida, e perciò preparammo una squadra del battaglione Pinardi, non molto numerosa, ma pronta ad ogni evenienza, armata di pistole e bombe a mano. In tutti vi era la consapevolezza che se volevamo riuscire nell’impresa ed evitare che rimanessero colpiti gli operai, dovevamo agire con estrema rapidità e  fermezza. Partimmo dalla base della Casa Buia in bicicletta, in gruppi di due o tre; dopo mezz’ora di viaggio, ci portammo direttamente dentro il comando della Todt e ci  mischiammo agli operai che stavano in parte affluendo per prendere la paga e in parte stavano trasportando giù dal piano superiore della villa dove risiedeva il comando, le casse del materiale da trasferire.

Questa prima parte del nostro piano si svolse in modo abbastanza tranquillo e riuscimmo a non farci notare né dai tedeschi, né dal personale di sorveglianza, né dagli operai. A questo punto bisognava portare a termine le seconda parte del piano, la più delicata, senza perdere eccessivo tempo.

Un gruppetto di partigiani, ad un segnale convenuto, doveva bloccare e disarmare i militari tedeschi che si trovavano al piano terreno e nel cortile, mentre un altro gruppo doveva salire al primo piano della villa e fare la stessa operazione con tutti i tedeschi che vi si trovavano, poi si sarebbe fatto il resto. Feci un giro di ricognizione per accertarmi quanti erano e dove stavano i tedeschi e se tutto corrispondeva alle informazioni che avevamo avuto. Fatti questi accertamenti, si decise di passare rapidamente all’azione. Un gruppo di partigiani, guidato dal comandante di compagnia Gino Bettini, rimase nel cortile e al piano terreno, un altro gruppo da me guidato e di cui facevano parte il comandante del battaglione Orlando Mandrioli, Bruno Tagliavini ed altri, salirono al primo piano.

La riuscita dell’azione dipendeva dalla simultaneità con la quale i due gruppi sarebbero arrivati a contatto diretto coi tedeschi e contemporaneamente sarebbero riusciti ad immobilizzarli. L’ordine che tutti avevano era che non si poteva fuggire e che, nel caso che l’azione non riuscisse come stabilito, bisognava accettare il combattimento, anche se l’ora e la località non erano molto propizie.

Al segnale convenzionale ognuno si muove secondo l’obiettivo indicato. Il gruppo che deve operare al primo piano mentre sta per arrivare in cima alle scale, si trova ostacolato nel suo cammino da un gruppo di operai che stavano scendendo con una grossa cassa portata a braccia. Nello stesso attimo il gruppo che opera a piano terreno e nel cortile agisce e blocca i militari tedeschi che vi si trovano, i quali reagiscono e gridano partizan. A questo grido d’allarme sentiamo che i tedeschi che sono al primo piano rispondono e si muovono rumorosamente. Occorre agire senza perdere ulteriore tempo se non vogliamo essere sopraffatti: urtiamo gli operai che ci ostruiscono il passaggio, ci gettiamo nel corridoio e corriamo verso le varie stanze dove erano i tedeschi sperando di poterli ancora bloccare.

Io che sono avanti al gruppo mi trovo a tu per tu sulla porta di una stanza con un maggiore tedesco con la maschinenpistole in mano che stava uscendo; tiro il grilletto della mia Beretta, ma il colpo non parte: l’arma è inceppata. Faccio un salto indietro e schivo la prima raffica di mitra che l’ufficiale mi tira; con un altro salto sono sul balcone in fondo al corridoio dal quale, schivata la seconda raffica che mi passa rasente la testa, mi lancio in cortile e risalgo al primo piano. Intanto Orlando e gli altri compagni del gruppo incalzano, iniziano il combattimento, e a colpi di bombe a mano e di pistola, mettono a tacere ogni voce tedesca al primo piano. Si trattava di un maggiore comandante, di un altro ufficiale, di un maresciallo e di alcuni soldati.

Tutto si risolse in pochi drammatici minuti fra le grida e le urla degli operai ed in particolare di alcune donne che si trovavano al piano e sul terrazzo, intente nel loro lavoro, che non avevano potuto fuggire assieme a quelli che si trovavano nel cortile e che non si rendevano conto di cosa stesse succedendo.

Intanto l’altro gruppo che operava a piano terreno e nel cortile aveva proceduto al disarmo dei tredeschi e li aveva rinchiusi in un locale attiguo alla villa. Fatta una breve ricognizione, visto che a nessuno degli uomini era successo nulla, dispongo che una parte degli uomini proceda al recupero di tutte le armi automatiche, che un paio restino di guardia e che quelli che sapevano guidare preparassero le automobili.

Proprio in quell’istante giunge una macchina con sopra due civili. Si decide di bloccarla: si tratta di due al servizio dei tedeschi. Uno è una spia di vecchia conoscenza e ne viene fatta immediata esecuzione; l’altro viene preso a calci e rinchiuso nel locale, insieme ai tedeschi.

Mentre stavamo preparandoci per uscire, scorgiamo all’inizio del vialetto antistante la villa quattro tedeschi con mitra alla mano che stavano entrando come andassero all’assalto. Erano militari di un comando tedesco che si trovava dall’altra parte della strada. Avendo già recuperato le armi automatiche piazzo alcuni uomini a riceverli degnamente e appena si avvicinano al tiro apriamo il fuoco su di loro e ci apriamo la strada.

Ormai tutta la zona era in allarme. Bisognava fare presto: gli operai, liberi, erano fuggiti. Raccolte le armi di cui avevamo estremo bisogno, caricate tutte le nostre biciclette sul camioncino 1100 preso ai tedeschi assieme ad altre due automobili, uscimmo dalla villa del comando Todt sopra le macchine, con in pugno le armi automatiche che avevamo recuperato, pronti a rispondere a dovere ad ogni eventuale sorpresa che si fosse presentata nel viaggio di ritorno. Tutto andò bene.

L’azione, pur piena di imprevisti, si era conclusa con il massimo successo. Tra l’altro venne recuperata una somma di denaro che servì in parte a pagare successivamente un gruppo di operai che riuscimmo a individuare fra quelli che avevano lavorato nella Todt.

Nessun partigiano e nessun civile era rimasto ferito, nessun operaio fu inviato in Germania. Solo quando tutti ce ne fummo andati arrivò il rinforzo dei tedeschi, con  autoblinde, ma ormai era tardi.

Ricordo ancora oggi la faccia allegra e preoccupata che fece Bruno Zanarini quando arrivammo nella sua casa colonica, a Corticella, in pieno giorno, verso le 15,30, con le tre macchine e tutti noi sopra con le armi spianate. Sapeva che il rischio che correva era grande per lui e per tutta la famiglia e che gli avremmo chiesto un nascondiglio per le macchine almeno per alcuni giorni: cosa che fece, in quella occasione come in tante altre, con grande fierezza.

L’azione ebbe ovviamente una positiva ripercussione fra la popolazione della zona. Un paio di giorni dopo la liberazione di Bologna, un generale dell’esercito italiano, che da una casa vicina aveva assistito all’azione, ma che non conosceva il valore dei partigiani, mi fece cercare per congratularsi, esprimendo a me e ai miei compagni il suo elogio, e chiedendosi come avesse potuto l’esercito italiano finire così miseramente quando vi erano dei giovani così combattivi e con tanta iniziativa e coraggio.

Annunci

Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

6 thoughts on “Capelli Renato (Nome di battaglia Leo)”

  1. Stavo cercando informazioni sul Comando Todt di S.Sisto e trovo questa storia che conosco molto bene. Mamma e zia (12 e 17anni) testimoni oculari (casa colonica di fianco) anche del “salto dal terrazzo con pistola spianata ed uccisione a sangue freddo di un ragazzo 15 anni”: ma le due versioni coincidono solo in parte! Il giorno prima i tedeschi avevano già caricato numerosi operai su vagoni, la loro famiglia ebbe la casa invasa da un centinaio di fascisti che cercavano i partigiani, una notte di terrore e furono costretti a sfollare. Il bisnonno morì di crepacuore. Il “generale” era in realtà un colonnello vanaglorioso che viveva nella villa già da tempo con rispettivi attendenti, che si spacciò per capo dei partigiani causando alla loro famiglia ulteriori guai (nonno in carcere). Altro che “positive ripercussioni” e “nessun operaio fu deportato”!!

    Mi piace

    1. “Il “generale” era in realtà un colonnello vanaglorioso che si spacciò per capo dei partigiani”. Vero a fine guerra molti si spacciarono per partigiani senza avere mai sparato un colpo o partecipato a nessuna azione. Questa è una macchia che ci si porta dalla fine della guerra. In Italia per motivi di politica internazionale non vi fu mai un Processo di Norimberga e le uniche vittime di processi furono piccole comparse i veri responsabili furono immediatamente graziati con l’amnistia di Togliatti e tornarono liberi a svolgere le loro funzioni sia amministrative che politiche.

      Mi piace

      1. Il colonnello (di cui so molte altre cose) si spacciò per organizzatore dell’attacco (che ora so essere stato fatto da Capelli) immediatamente dopo (ad una spia fascista che si era spacciata per ufficiale inglese): per questo i fascisti continuarono a cercarlo presso la famiglia dei miei nonni anche a Bologna e per questo, a causa sua e di Capelli, mio nonno si fece una notte a Via Margutta. Ironia della sorte, furono entrambe le volte scagionati proprio dall’ufficiale tedesco del comando di S.Sisto, che sapeva che era solo una famiglia di poveretti, ma innocenti. Il motivo per cui ho scritto questo commento risiede proprio nel fatto che evidentemente Capelli fa un po’ il “pescatore”: la vuol raccontare perfetta, ma così, purtroppo non è stato, e mia mamma tuttora è terrorizzata e ricorda le macchie di sangue sulle scale della villa (dove i miei nonni abitarono poi dal 4’6 all’83) che rimasero per molti mesi. Quindi Capelli ed i suoi non si preoccuparono minimamente dei danni che avevano provocato ai civili. Inoltre, appunto: 3-4 vagoni furono riempiti di operai il giorno prima, e non sappiamo dove furono portati. Questa è la notizia, secondo me. Anzi: mi piacerebbe proprio vederlo in faccia, questo Capelli.

        Mi piace

      2. Capelli dopo la guerra si trasferì a Roma, non so se sia ancora in vita ma dato il suo anno di nascita dubito. Per quello che scrive, come vede pubblico la sua testimonianza, ma vorrei aggiungere due parole. Sicuramente in quel periodo l’intelligence non poteva essere così avanti come oggi e probabilmente i partigiani erano all’oscuro del trasferimento degli operai, come lei dichiara, il giorno prima. Per quanto le possa sembrare strano, i comandanti partigiani cercarono (e non parlo di Capelli ma più in generale) di evitare le cosiddette azioni di ritorsione sui civili quando si progettavano queste imprese proprio perchè dovevano contare sul sostegno della popolazione civile per sopravvivere in questa guerra civile.

        Mi piace

      3. La ringrazio per la risposta. Vengo da una famiglia antifascista (che appunto, stava dalla parte dei partigiani) quindi non mi pare “strano”: lo strano era proprio affermare qc di cui non ci si era accertati. Il mio voleva essere un contributo di verità. Mia mamma (che dimostrava 9 anni e poteva passare inosservata) fu mandata ad avvisare lo zio disertore e per questo costretta ad attraversare 2 volte il vialetto della villa mentre i tedeschi caricavano gli operai nei vagoni spingendoli a forza con i fucili: una scena che la terrorizza tuttora, come l’omicidio a sangue freddo di un ragazzo che lei non poteva sapere essere spia fascista (lo ha saputo ora, da me). Mi piacerebbe saperne di più, invece, su chi erano e come erano organizzati i tedeschi nelle due ville, che io conosco bene, ma non ho ancora trovato notizie in proposito.

        Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...