Zanarini Amedea (Nome di battaglia Catia)


Nasce il 7 ottobre 1924 a Bentivoglio. Nell’aprile 1944, interessata dalle notizie attorno ai ribelli, dal padre fu incitata a dar loro un aiuto per combattere i fascisti – che avevano perseguitato il genitore e che avevano ucciso anche lo zio, Amedeo Lipparini nel 1921 – e il fascismo che aveva portato l’Italia in guerra ed i tedeschi in casa. Militò nel btg Armaroli della 63ª brg Bolero Garibaldi con funzione di staffetta ed operò a Sala Bolognese e comuni contermini. Nell’ottobre 1944 ebbe l’incarico di organizzare il Gruppo di Difesa della Donna locale. Con altre compagne promosse le manifestazioni di donne che si svolsero contro le autorità fasciste locali. Nel corso della piu imponente, quella del 17 marzo 1945, si ebbe l’invasione del municipio da parte di un centinaio di donne. A questa seguì un massiccio e violento intervento di un reparto tedesco (dovuto alla presenza nello stesso comune, nella Villa Argaiolli, del comando del XIV Corpo d’Armata corazzato tedesco e del suo comandante Frido Von Senger): venne fermata, assieme ad una compagna, tra la protesta delle altre manifestanti e rilasciata diverse ore dopo.

La sua testimonianza

Provengo da una famiglia antifascista di contadini mezzadri in origine, perseguitata per tutto il ventennio. Il mio nome mi fu dato in ricordo di un mio zio capo lega contadino, assassinato ferocemente dai fascisti di San Giorgio in Piano il 29 aprile 1921 a Santa Maria in Duno. Si chiamava Amedeo Lipparini.

In quella stessa sera dell’aggressione e del delitto, altri due miei zii furono feriti; uno riportò una grave e irrimediabile lesione alle corde vocali, causata da un colpo di pistola. Mio padre mi ha sempre raccontato tanti episodi di violenza subiti da lui, dalla famiglia e dai suoi compagni, oltre le minacce di disdetta e di cacciata dal fondo mezzadrile. Prima, fin dalla mia nascita (ero primogenita), perché mio padre non voleva battezzarmi e poi nelle scuole elementari di Castagnolino (frazione di Bentivoglio), da parte di un insegnante, noi figli di Zanarini che non portammo le cinque lire per la tessera delle  piccole italiane  e di  ballila  fummo additati come figli di sovversivi di fronte a tutta la classe. Alla quarta elementare, finì anche la mia presenza e la mia esperienza nella scuola regolare.

Nel 1936 da Castagnolino, ci trasferimmo a Padulle di Sala Bolognese. Mio padre da mezzadro divenne salariato, con un po’ di terra (cinque tornature a  terzeria ) sulla quale lavoravamo noi tre fratelli piccoli e mia madre. In seguito mio padre fu disdettato e divenimmo tutti braccianti. Il motivo della disdetta fu che l’agrario Mannelli non voleva  troppe grane con i salariati e decise di portare la conduzione del fondo a mezzadria, sostituendo la nostra con un’altra famiglia. La famiglia di Primo Zanarini, secondo l’agrario, non aveva braccia sufficienti per garantire la conduzione del fondo. A Padulle si trasferì anche la famiglia di mio zio Amedeo Lipparini, in un fondo a mezzadria. All’epoca avevo già compiuto 15 anni e iniziai anch’io il lavoro di bracciante. Al collocamento fascista trovai un primo rifiuto per essere ammessa al lavoro. Le ragioni del collocatore erano quelle che io non avevo presenza e prestanza fisica sufficienti per essere accettata dagli agrari.

Ricordo che assieme ad una mia amica ci mettevamo davanti all’ufficio di collocamento per rivendicare il nostro diritto all’occupazione e stavamo attente alle chiamate dei turni (allora c’erano i turni). Per tre volte ci vedemmo escluse dal lavoro. Decise, andammo nell’ufficio e iniziammo a discutere. Il collocatore, imbarazzato, ci disse che non poteva mandarci nell’azienda Argaiolli. Il fattore, infatti, voleva solo braccia robuste. In seguito, riuscimmo a farci collocare prima presso l’azienda Argaiolli, poi nella tenuta Benita, di proprietà di forestieri, dietro la trebbia dei Ghelfi di Sala. Pure loro pretendevano di scegliere la mano d’opera.

Al nostro arrivo nell’aia del mezzadro, i Ghelfi iniziarono ad esaminare una per una le donne che arrivavano. Tra quelle c’ero io e la mia amica; alla nostra vista iniziarono ad imprecare e a maledire contro di noi. Per loro eravamo bambine d’asilo. Effettivamente noi due dimostravamo un’età inferiore a quella reale, ma le considerazioni del padrone, non certo umanitarie, erano legate soltanto al rendimento che noi avremmo potuto garantire. Gli operai presenti furono solidali con noi e impedirono che fossimo rinviate a casa. Questo merita di essere ricordato.

I fratelli Ghelfi, proprietari di macchine agricole (trebbiatrici, macchinari per la gramolatura della canapa, motori per l’aratura ecc.) e che operavano nel territorio di Sala e in altri comuni, erano noti fascisti già bastonatoti che, con i Monari e altri imprenditori, venivano indicati da tutti come i mandanti corresponsabili dell’uccisione di Noe Bastia, muratore comunista.

È facile comprendere come, con simili esperienze, sia venuta la mia adesione alla lotta politica ed armata contro il fascismo. Ricordo che fui subito avvicinata da una mia amica, Ada Dovesi, che faceva la parrucchiera, a Padulle (Sala Bolognese), per partecipare ad una riunione clandestina a casa sua. Per me fu molto importante essere invitata ad una riunione clandestina; già avevo sentito parlare di  ribelli , ma di preciso non sapevo ancora niente. Andai all’incontro e ci trovammo in una decina di donne. Chi ci parlava era Angelo Andreoli, vecchio antifascista di Bentivoglio, tornato dal confino e ospite in casa dei miei cugini Lipparini. La mia attenzione era sì su ciò che Andreoli diceva, ma la mia mente riandava ai racconti narrati dai miei genitori su questo compagno che più volte i fascisti avevano picchiato sulla piazza del paese e che aveva subito carcere e confino.

È bene ricordare che quella non fu una riunione isolata: in quello stesso periodo si stavano infatti formando molte  basi  partigiane nelle case di mezzadri e coltivatori diretti della zona. La famiglia Tabarroni, composta da una vedova capo-famiglia, quattro figli e uno zio, per tutto il periodo della Resistenza ebbe uomini e donne nascosti in casa, dividendo con essi tutti ciò che avevano anche quando da mangiare c’erano solo pane e cipolla. Famiglie impegnate nella Resistenza furono quelle di Gherardi, Sacchetti e altri a Bonconvento; le famiglie Fabbri, Sabattini, Gasperini, Zaccarelli, Maccagnani ed altre a Padulle; Sarti, Gardosi, Monti, Orsi ed altre a Bagno; Zanarini, Baravelli, Bizzarri, Montosi e tante altre a Sala.

Nella prima riunione di Padulle cominciammo a distribuirci i compiti. Con lo sviluppo del movimento, a partire dall’inizio dell’estate, mi fu chiesto, e accettai, di fare la staffetta di una  base  partigiana. Al momento della mia presentazione i compagni del gruppo manifestarono perplessità e dubbi perché mi consideravano una  “cinna”  (bambina), troppo giovane per assolvere i compiti che loro mi volevano affidare: mi dissero che al primo errore avrebbero anche potuto  fucilarmi . L’unica cosa che io dissi fu di mettermi alla prova.

Iniziai la mia attività col trasportare pistole, bombe a mano e bottiglie incendiarie prelevate da una casa contadina di Calderara per portarle alla base situata presso un contadino di Padulle, Maccagnani. Alla prima missione mi trovai di fronte ad un blocco stradale fascista che per fortuna riuscii a vedere a distanza ed evitarlo (viaggiavo per la campagna). Attraversai la strada e tutto andò bene, arrivai a destinazione, consegnai la borsa. Le pistole che io avevo portato erano cariche e  senza sicura . Avevo superato positivamente la prova. Fino a settembre continuai il lavoro per fornire viveri, trovare nuovi nascondigli e accompagnare i vari responsabili nei recapiti per incontri o riunioni.

Nell’autunno ebbi vari compiti da svolgere: dovevo mantenere i collegamenti prima con Anzola poi con Castel d’Argile, Mascarino, Pieve di Cento, Sant’Agata e altre zone del Persicetano e anche con Bondanello, Castel Maggiore e altri luoghi.

I nostri responsabili in quel periodo erano Pippo Melega e Liliana Zanasi di Castel Maggiore. Mi chiesero anche di iniziare a fare riunioni. A tale richiesta reagii subito con un no, perché non avrei saputo parlare e perché avevo soggezione. In seguito riuscii a parlare. Ricordo che alla fine del 1944 a Sala contavamo 125 donne organizzate nei  Gruppi di difesa della donna , suddivisi in cinque unità.

Anche le staffette, nel nostro comune, erano molte e fra queste ricordo Ada Dovesi, Gianna Sabbatini, Renata Zaccarelli, Mara Pritoni, Velia Orsi, Fernanda Bizzarri, Olga Scarabelli, Titina Gerardi, Fabbri e tante che dimentico.

Alla fine di settembre venne l’ordine di entrare in città poiché sembrava imminente l’insurrezione per liberare Bologna, in coincidenza con l’avanzata alleata. Il nostro gruppo, come altri, venne trasferito prima ad Anzola, poi in città.

Dei componenti del gruppo non si seppe più nulla. Solo dopo la guerra ho saputo che tutti furono trovati fucilati nei calanchi di Sabbiuno. Di due conoscevo i veri nomi che voglio ricordare: Tonino Bussolari, commissario politico, di Bologna e Brenti, responsabile militare di San Marino di Bentivoglio.

Gli episodi da elencare potrebbero essere diversi. Tutti mi hanno lasciato un ricordo indelebile. Descrivo quelli che ritengo abbiano avuto un valore fondamentale per il carattere di massa che assunsero in quel periodo così difficile.

Uno degli episodi è avvenuto, mi pare di ricordare con sufficiente precisione, il 17 marzo 1945 presso il Municipio di Sala Bolognese (Padulle capoluogo). Organizzammo per la terza volta (dal periodo dell’autunno 1944 al marzo 1945) una manifestazione di donne. Ci recammo nell’ufficio del segretario comunale per chiedere più pane, zucchero, più lavoro, la fine della guerra, via i tedeschi e i fascisti.

Eravamo un centinaio fra ragazze e donne i cui figli, mariti o fratelli, erano al fronte, o nelle formazioni partigiane, o deportati. Si aprì una forte discussione e nel giro di pochi minuti tutti gli uffici del Municipio si riempirono di manifestanti, attirando l’attenzione degli abitanti vicini.

Riuscimmo a mantenere il contatto con l’organizzazione che fu tenuta informata dagli sviluppi della manifestazione.. La nostra vigilanza però non riuscì a impedire l’intervento del comando tedesco che era installato ad un chilometro di distanza, verso Bagno, nella villa Argaiolli, e che occupò con parecchi soldati il comune e ci chiuse dentro alla stanza dell’archivio e in un corridoio del Municipio. È bene ricordare che nella zona c’era il comando del XIV Corpo d’armata corazzato tedesco, una delle unità più efficienti di Kesselring, comandato dal generale Von Senger.

Ricordo ancora il discorso che ci fecero. Fu tutto improntato sull’organizzazione comunista dalla quale noi saremmo state istigate. Ci minacciarono dicendoci che dovevamo fare i nomi dei mandanti e che per noi si profilava anche la deportazione se non avessimo detto tutta la verità. Non posso nascondere le preoccupazioni che sorsero in quel momento. Io avevo avuto il compito di dirigere quella manifestazione e sentivo il dovere di assolverlo degnamente, perciò, per prima cosa dovevo incoraggiare le altre; dicevo che volevano soltanto intimorirci e che nessuna di noi conosceva i mandanti.

Voglio precisare che la stragrande maggioranza di noi si era data un motivo per spiegare la propria presenza in quel luogo. Per esempio, io mi trovavo in quella sala per ritirare il buono dei fiammiferi e così altre, alcune per ritirare il sussidio. Altre che non avevano scuse riuscimmo a farle fuggire da una finestra incontrollata che dava sui tetti dell’asilo. In tale modo riuscirono a raggiungere le loro case ed a informare l’organizzazione, allora diretta da Lino Montanari e Renata Zaccarelli. Ci interrogarono tutte; tre di noi furono fermate perché sospette, una di queste, Maria Belletti, fu schiaffeggiata e fu rilasciata solo il giorno dopo.

Il mattino del 21 aprile 1945 — passo ad un altro episodio — partii da casa alle cinque per raggiungere un recapito situato a Lippo sulla via San Vitale di Calderara. Era una casa contadina che già altre volte avevo raggiunto, sempre in bicicletta. Portavo due sporte piene di volantini nei quali si invitavano tutti i cittadini a prendere parte all’insurrezione. Diceva così:  Popolo, è l’ora dell’insurrezione! Via i tedeschi e i fascisti! …insorgete! . Per eludere i tedeschi in ritirata dovetti girare per la campagna, sulle scoline e le cavedagne, ma causa il terreno bagnato le ruote si riempivano di terra, per cui dovetti tornare sulla strada.

Vicino a Calderara, sulla strada che porta a Longara, due tedeschi mi presero la bicicletta. Per fortuna non guardarono dentro le sporte che ripresi in fretta. Proseguii la strada per un tratto, ma a quel punto cominciai a riflettere se era utile proseguire o tornare indietro. Sentivo i colpi delle cannonate e non riuscivo a capire dove cadevano i proiettili; vedevo l’apparecchio sopra che spiava la ritirata, pensavo che forse a Lippo erano già liberi. Mi rendevo conto che quei volantini di propaganda ormai non avrebbero più servito. Se fossero state armi, quelle avrebbero potuto servire di più. Decisi di tornare a casa con il pensiero fisso su come avrebbero giudicato tale mia decisione i responsabili  dell’organizzazione.

Feci cinque chilometri per i campi camminando per i fossati per essere meno in vista dall’apparecchio spia; sentivo colpi di mitragliatrice nel cielo e per terra, non capivo dove i proiettili andavano a finire. Le case erano deserte, eccetto qualcuna ancora occupata dai tedeschi; altri tedeschi si vedevano sulla strada lontana, in ritirata.

A casa trovai un nuovo ordine: dovevo recarmi a casa da un compagno dell’organizzazione che distava meno di un chilometro; c’erano pochi passi ma furono difficili da fare, perché sparavano da tutte le parti. Ovunque vi erano tedeschi: parte camminava e parte si riparava nelle case contadine. Questo compagno mi chiese di andare a Sala presso un recapito a prendere una pistola per  lui . Mi rifiutai dicendogli che non valeva la pena rischiare per una pistola e che lui poteva disarmare un tedesco fra quelli in ritirata. Tornata a casa, trovai la Renata Zaccarelli.

Erano circa le 10 del mattino ed era venuta a portare un ordine da eseguire nel pomeriggio, inoltre aveva con sé un pezzo di stoffa rossa per fare la bandiera. Ci mettemmo al lavoro per disegnare la falce e il martello. Prendemmo una falce, quella da mietere ed un martello. Con questi attrezzi facemmo un disegno su un cartone preso dal quadro di mia nonna. La sagoma del cartone venne appuntata sulla stoffa e Renata si mise a ricamare con cotone nero la falce ed il martello sulla stoffa rossa. Ne uscì una cosa brutta.

Nel frattempo in casa apparvero due tedeschi, uno andò in cantina, l’altro venne su nelle stanze. In un attimo una di noi si mise a letto con la bandiera sotto le lenzuola, l’altra fingeva di assistere. I due tedeschi si presero uova, salame e tutto ciò che trovarono da mangiare e che avevamo in casa nostra, roba anche di famiglie del centro del paese sfollate da noi perché avevamo un rifugio vicino al fiume.

Nel pomeriggio eseguii l’ordine ricevuto. Andai a Bonconvento, distante tre chilometri circa, per portare un ordine del CLN locale ad un comando dei SAP.

In quelle ore ci fu lo scontro più grosso tra tedeschi in ritirata e gli alleati, soprattutto in cielo fra aerei. Nel frastuono di bombe, spezzoni, cannoni e mitragliatrici mi prese la paura di morire. Correvo per i fossi dei campi piegata in due. Di tanto in tanto mi fermavo per prendere fiato e proseguivo di corsa in quella campagna deserta. Se fossi rimasta ferita nessuno mi avrebbe vista e trovata.

Invano cercavo di scacciare il pensiero della morte nelle ultime ore di guerra. Mi dovevo fare coraggio continuamente, dovevo portare a termine la mia missione e così feci. Arrivata al comando, trovai solo un compagno, sfiduciato. Capii subito che della mia paura erano invasi anche altri. Cercai di convincerlo che era necessario compiere l’azione.

Mi misi a disposizione per convincere gli altri e andai a parlare nel loro rifugio dove si trovavano, spiegando che fra poco sarebbe finito tutto, che i tedeschi in fuga erano già verso Castel d’Argile; fra l’altro, nel tragitto che dovevamo percorrere non c’erano più ostacoli. L’ultima azione di guerra contro i fascisti e i repubblichini che si erano rifugiati nei pressi della saracinesca della Cassa delle acque del canale Dosolo, non fu compiuta.

Il giorno seguente, a liberazione avvenuta, a Padulle, in piazza, davanti al municipio, i fascisti locali implorarono pietà, mentre noi già lavoravamo per rimuovere le macerie, le carogne delle bestie. In pratica iniziammo a rimettere ordine. Il CLN era già riunito per decidere la nomina del sindaco, degli amministratori provvisori e per fare tutto ciò che occorreva nelle prime ore di pace.

Si seppe, qualche giorno dopo la liberazione, che dall’altra parte del fiume Reno, nella tenuta di Malacappa, dove era stato confinato da Mussolini a suo tempo, era stato ucciso (si disse che fosse stata una squadra di partigiani), l’ex ras e gerarca fascista divenuto dissidente, Leandro Arpinati. Durante la Resistenza costui aveva pure ospitato nella sua casa dei prigionieri al servizio degli alleati fuggiti dai campi di prigionia, ma non aveva mai voluto stabilire rapporti con la Resistenza organizzata unitariamente. Si era limitato a qualche contatto con esponenti moderati dell’antifascismo nel tentativo di  voltare gabbana  in tempo. Ma non ce la fece: i bolognesi, del resto, non avrebbero potuto dimenticare i suoi crimini.

I fascisti di San Giorgio di Piano, i fratelli Mario e Felice Festi, che avevano ucciso mio zio nel lontano 1921, in seguito processati davanti alla Corte di Assise di Bologna, furono da questa prosciolti. Era accaduto così anche oltre venti anni prima, quando l’assassinio di mio zio fu giustificato dai giudici del tempo per il suo carattere  altamente patriottico  e per motivazioni  nazionali. Il Capo lega dei contadini Amedeo Lipparini, socialista della corrente comunista, era assessore della Giunta Comunale di Bentivoglio e amministratore della cooperativa agricola, padre di quattro bambini, era reduce della guerra 1915-18 dove era rimasto al fronte per quattro anni. Fra coloro che avevano partecipato all’assassinio

allora furono indicati dai carabinieri e sottoposti ad istruttoria: Vittorio Rubini, Angelo Schiassi, Ermete Bergami, Vinicio Testoni, Bruno Caliceti, Pietro Berretta, Francesco Ferri, Carlo e Mario Cussini. Al tempo del secondo processo, nel 1951, alcuni di questi erano già scomparsi. Si era già in pieno periodo scelbiano e già molti ex partigiani erano stati messi sotto accusa e condannati al carcere nell’ambito’ dell’offensiva antipartigiana ed antipopolare che si era scatenata dopo la rottura dell’unità antifascista.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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