Landi Claudio (Nome di battaglia Luciano)


Nasce il 21 marzo 1922 a Bologna; ivi residente nel 1943. Studente nella facoltà di farmacia dell’università di Bologna. Presta servizio militare a Campobasso dall’8 febbraio all’8 settembre 1943 con il grado di allievo ufficiale. Rientrato a Bologna, dopo dieci giorni viene richiamato alle armi dalla RSI. Sceglie la via della resistenza perché «nei mesi trascorsi sotto le armi avevo maturato propositi antifascisti – seppure vaghi e passivi – e antibellici».

Rifugiatosi sulle colline di Castel S. Pietro Terme, rientra a Bologna nell’inverno. All’inizio del 1944, in contatto con Giovanni Bottonelli è inviato nel Veneto assieme a Marcello Serantoni nella formazione partigiana composta per la maggior parte da bolognesi.

Milita nella brigata De Biase della divisione Nannetti e opera nel bellunese con funzione di commissario politico di brigata e, successivamente, di vice commissario politico del comando Piazza di Belluno. Nell’aprile 1944 con un gruppo di partigiani si reca sul Sella per recuperare il materiale di un lancio alleato. I tedeschi, individuata la casetta dove la notte hanno pernottato, la sottopongono a continuo mitragliamento. Riescono a porsi in salvo poco prima che la casetta crolli centrata dal fuoco tedesco.

I suoi ricordi di partigiano

Quando — l’8 settembre 1943 — abbandonati dagli ufficiali, fuggimmo di fronte a un centinaio di tedeschi gettando armi e stellette per riconquistare la qualifica di borghesi, ritenevo che la guerra per noi fosse veramente finita. Come fu per tanti altri, un viaggio avventuroso mi portò a Bologna dalla lontana Puglia dove avrei potuto attendere l’arrivo degli alleati che già erano a Bari. Dalle finestre di casa vidi, in quei giorni, lunghe colonne di veicoli e mezzi corazzati germanici sfilare per via Toscana diretti verso i passi dell’Appennino. Si diceva, allora, che fossero sempre le stesse formazioni cui i tedeschi facevano ripetutamente percorrere le strade della città per impressionare la popolazione, come già avevano fatto i fascisti durante le parate di un tempo.

Non durò a lungo in me l’illusione che tutto fosse veramente finito ed erano appena trascorsi dieci giorni dal mio ritorno in famiglia che già un bando della repubblichetta decretava il richiamo della mia e di altre classi. Non mi fu difficile scegliere la via della renitenza perchè già nei mesi trascorsi sotto le armi avevo fermamente maturato propositi antifascisti — seppur vaghi e passivi — e antibellicisti.

Lasciai Bologna e mi rifugiai sulle colline sopra Castel San Pietro. Là erano anche altri sbandati che tuttavia non avevano programmi ben precisi se non quello di non servire la repubblica fascista. Dopo qualche tempo l’inattività mi aveva tediato a tal punto che prima dell’inverno tornai in città. Cominciavano a circolare, allora, stampati clandestini di Giustizia e Libertà e dei comunisti che incitavano alla resistenza sia ai fascisti sia ai tedeschi occupanti e noi quattro fratelli ci riconfermammo sempre più nell’idea che qualcosa si doveva pur fare nel senso che ci veniva indicato da quella stampa.

All’inizio del 1944, tramite un amico, riuscimmo a prendere contatti con un giovane sui trent’anni che si faceva chiamare Gianni (era Giovanni Bottonelli) e che risultò poi essere un dirigente del partito comunista. A lui chiesi di poter fare qualcosa di attivo ed egli mi comunicò che presto sarei partito. Quando venne il giorno, Gianni ci affidò (Marcello Serantoni e me) a Marchino, un uomo di collegamento dei meno vistosi che si potesse immaginare per la sua perfetta somiglianza con un contadino delle nostre campagne. Partimmo col treno per Padova, senza tuttavia sapere dove saremmo andati, ma subito ci fu chiaro che la nostra destinazione era sulle Alpi. Quando giungemmo nel Vajont, in provincia di Udine a poco più di 20 chilometri da Belluno, vi trovammo quaranta uomini alloggiati in una squallida casera affogata fra i monti. Fra quei quaranta i bolognesi erano la maggioranza, pochi i veneti (Milo, Condotti, Mustaceti, Nicolotto). Erano tutti ex galeotti o confinati per motivi politici. Tutti comunisti. Bruno era il comandante, De Luca il commissario; il reparto era dunque formato da una élite di antifascisti che certo erano stati inviati nel Veneto col preciso scopo di accendere in quelle province tradizionalmente antitedesche la fiamma della Resistenza.

Come in seguito risultò, sia a Belluno sia nei centri della provincia molti giovani operavano già da tempo alla raccolta di armi e di mezzi, ma ancora non si erano dati una fisionomia di reparto né una precisa organizzazione, avendo come base la propria famiglia, anche perchè non costretti a lasciarla dai bandi di chiamata alle armi. Infatti tanto la provincia di Udine quanto quella di Belluno, secondo i piani tedeschi, erano state incorporate nel grande Reich, cosicché su quei territori non aveva alcuna giurisdizione la Repubblica di Salò né alle sue truppe vi era consentito l’accesso.

Quando si fece più certa la nostra presenza e si conobbe la nostra organizzazione, sia per l’azione capillare che alcuni di noi svolgevano nei paesi vicini sia per le azioni di sabotaggio e di polizia che venivano compiute, cominciarono a venire presso la nostra formazione anche i veneti, giovani entusiasti, duri e coraggiosi. Erano tutti alpini. Il loro primo gruppo fu quello di Franco (che poi diventò comandante della Divisione Belluno) con i giovani di Longarone.

L’armamento era scarso: fucili non sufficienti per tutti (avevamo anche alcuni Mauser austriaci della guerra ’15-18) e con pochissimi colpi, una mitragliatrice Breda, un fucile mitragliatore russo, un parabellum russo, un mitra e alcune pistole.

Soprattutto ci mancavano le munizioni. Le vettovaglie ci giungevano al recapito di Erto dove le ritiravano le nostre corvè. Cibo misero e scarso anche perchè la regione era povera e i nostri intendenti dovevano giungere fino alla pianura Trevigiana per cercare l’occorrente alla nostra formazione. Tale penuria di viveri ci perseguitò per tutti i mesi a venire cosicché la fame e il freddo non furono nemici migliori dei tedeschi.

I contatti con le popolazioni — in genere a noi favorevoli anche se dapprima diffidenti come succede ai veneti che hanno rapporti con persone che parlano dialetti diversi — erano tenuti da pochi di noi, dai responsabili. Quando da Bologna giunse un grosso contingente di uomini la nostra formazione oltrepassò le cento unità e allora i problemi di vettovagliamento e dell’armamento si fecero sempre più difficili tanto che si impose da parte del comando l’adozione di misure atte a rendere più agevoli i rifornimenti e più vigorosa la lotta.

Ci rendemmo ben presto conto che bisognava lasciare la Valle del Vajont, da dove erano partite anche le prime timide pattuglie per qualche sabotaggio o azione di polizia.

Si partì in un giorno di marzo verso la Val Gallina; la notte entrammo in Val del Piave, superammo Soverzene e Soccher e, dopo aver camminato fino all’alba, ci fermammo in Alpago. La notte successiva un’altra lunga tappa ci portò, attraverso il Cansiglio, sul Monte Pizzoc, a picco sulla pianura di Vittorio Veneto. Lontani dai recapiti abituali di Erto e dalle note basi di rifornimento di viveri, l’aumentato numero degli uomini mise di nuovo in difficoltà la nostra organizzazione. Ormai senza cibo, per alcuni giorni ci nutrimmo di patate cotte nella cenere dei focolari finché una forte pattuglia scese verso i paesi della pianura ed un mattino ritornò, in lunga fila, con otto quintali di lardo. Niente altro. Finite le patate, per una settimana mangiammo solo lardo fino alla nausea. Acqua e lardo. Nessuno, credo, si salvò dalla dissenteria che ci indebolì ancor più di prima.

Una sera venne l’ordine di partenza. Attraverso la foresta giungemmo nella gran piana dove un camion ci attendeva. All’ultimo momento, come sempre, ci vennero impartiti gli ordini: si andava a Puos d’Alpago per un’operazione viveri e per attaccare un piccolo distaccamento tedesco. Ci stringemmo gli uni agli altri sul cassone del camion, nella fredda notte di marzo, ondeggianti sulla tortuosa strada, la mente fissa alla prossima azione. Tutto si svolse come previsto: i carabinieri, davanti alla cui caserma mi appostai con Orlov — un russo armato del suo ditirò — ed altri compagni, non si fecero vivi; il piccolo presidio tedesco fu sopraffatto e quattro furono i prigionieri; i viveri furono reperiti: farina, burro, zucchero, un capo bovino.

Subito tornammo in Cansiglio dove, intanto, il grosso della formazione si era trasferito in attesa del nostro rientro. I tedeschi non si fecero attendere molto. Si preannunciarono con una cicogna, poi vennero le autoblindo, quindi gli uomini — molti — in ordine sparso nella piana, a sparare colpi e raffiche. Dalle nostre posizioni li vedevamo procedere circospetti verso il margine del bosco, poco distanti da noi. Fu ordinato lo sganciamento.

Lasciammo il grande paiolo di brodo fumante sul fuoco; Gallina non potè attuare il suo progetto di festeggiare la nostra prima azione con le tagliatelle (dopo tanta fame!); ci intascammo un po’ di zucchero e di burro e partimmo dietro le staffette. Salimmo, nella sera, verso la forcella di Monte Cavallo e la notte vi giungemmo. Quota 1800. Fu, quella, la più brutta notte che io ricordi nella mia vita. Si alzò ad un tratto un vento gelido di bufera che ci investì da nord-est. Non perdete contatto! Nessuno si fermi! Fate catena e non lasciatevi! Furono gli ordini che ci passammo gridando per sovrastare l’urlo del vento. La neve ci flagellò il viso, ci accecò, rallentò la nostra marcia penosa, raggelò il sudore della fatica e della debolezza.

Arrancammo, scivolando ad ogni passo, nella notte impossibile, le mani impedite dalle nostre povere robe, il vento insinuantesi gelido sotto gli indumenti fradici ed inadeguati; il viso ormai insensibile per il freddo terribile. La marcia si fece sempre più penosa e lentissima. Qualche passo, poi fermi per lunghi attimi. Una voce passò dalla testa della colonna: abbiamo smarrito la strada. Vagammo ancora per ore, mi parve, nella tormenta, rassegnati e desiderosi di stenderci sfiniti ad attender l’alba o cos’altro potesse venire. Nessuno si fermi! State uniti! Ci gridammo ancora tante volte, gli occhi fissi sulla sagoma del compagno davanti, strascicando un passo dietro l’altro, inciampando, scivolando, con le mani affondate nella neve, rialzandoci — dopo un attimo di smarrimento — per riprendere il cammino verso non sapevamo più che cosa. Ad un tratto la marcia si fece più spedita. La notizia passò ancora di bocca in bocca: c’è una malga vicina, siamo salvi! Poco dopo, entrati nell’immensa stalla, ci buttammo sulla terra nuda e lì rimanemmo inerti finché qualcuno si scosse ed accese un fuoco, poi altri ancora. Ci stendemmo attorno alle braci, stretti gli uni agli altri e, lentamente, sentimmo rifluire in noi la fede e la forza dei vent’anni.

Il giorno seguente si presentò luminoso di un sole splendido sulla neve accecante. Bisognava riprendere il cammino verso il Vajont. Sciogliemmo in bocca un pugno di burro e ripartimmo affondando nella neve fino alle cosce. Si scendeva verso la Val Cellina. Mendicammo latte da alcuni mandriani e continuammo a camminare fin sopra Barcis. Ci dividemmo in piccoli gruppi e imboccammo la strada stretta fra le montagne. Se i tedeschi ci avessero sorpresi sarebbe stata la fine della Tino Ferdiani, come si chiamava quel  primo raggruppamento.

Ricordo Pinelli, con una coperta sul capo a fargli da mantello, trascinarsi dietro i piedi; ricordo Orlov, col suo inseparabile ditirò, caricarsi sulle spalle un compagno e camminare curvo col suo fardello senza una parola; e tutti gli altri, con gli occhi infossati, procedere ondeggiando come ubriachi. Bornikoff, Kutznezoff, Renato, Mustaceti, Verdi, Thomas, Marco, Leo, Brando, Bruno e tutti gli altri ed io, ci trascinammo penosamente fino alla vecchia Casera del Vajont, quindi in Val Mesazzo.

Nei giorni successivi quaranta bolognesi chiesero di tornare a casa: la massacrante marcia li aveva stroncati. Seppi poi, alla fine della guerra, che molti di loro si erano comportati valorosamente nei GAP. I rimanenti furono radunati da Ugo (Amerigo Clocchiatti) e suddivisi dal comando in tre battaglioni.

I superstiti, dopo le prove superate, potevano considerarsi idonei alla dura guerra di montagna. Quel giorno di marzo si iniziò veramente la guerra partigiana nel Bellunese ed era nata una Brigata della quale avrebbero parlato in molti, in futuro. Amici e nemici.

Io restai fino in fondo e voglio qui ricordare solo l’ultimo episodio, quello della liberazione di Belluno. Ricordo che la sera del 25 aprile 1945 la radio Italia libera trasmise l’appello Odio mortale, che era stato scritto da Dozza. L’emozione che provai fu grande e piansi. Il giorno dopo, lasciata la casa dei Monego, che per tanto tempo mi avevano amorevolmente ospitato, stavo recandomi al Comando Piazza — in casa dei Miana — quando mi sentii chiamare col nome di battaglia. Mi volsi e mi trovai di fronte un tedesco che mi si stava avvicinando sorridendo.

Rimasi impietrito e mi sentii perduto. — «Luciano — disse — non ti ricordi di me? Sono Hans, uno di quelli di Puos». Lo riconobbi, allora, e ritornai in me. «Andiamo a bere qualcosa?» — dissi. Entrammo in un’osteria e ci sedemmo. Ricordammo assieme la notte di Puos, la lunga terribile marcia, il poco cibo diviso anche coi prigionieri tedeschi, le sigarette passate di bocca in bocca, anche per i tedeschi, la loro fuga.

«Perchè non te ne vai a casa? La guerra ormai è finita» — gli dissi. Mi parlò della sua famiglia lontana; mi espresse i suoi timori, la paura dei commilitoni fanatici.

Sentii che, in fondo, era un pover’uomo come me, sbalestrato dalla guerra lontano da casa. Ci facemmo gli auguri e ci lasciammo.

Gli alleati erano ancora lontani, non si sapeva esattamente dove, e noi del comando ascoltavamo ininterrottamente la radio per avere notizie. Milano era libera; ovunque i partigiani erano insorti; e noi cos’avremmo fatto? Le truppe tedesche erano consegnate nelle caserme; le strade deserte creavano un clima di tensione che ci innervosiva, ma che ci esaltava anche per la sicura prossima fine. Le nostre staffette, ammirevoli per coraggio, correvano continuamente a portare ordini.

Mobilitammo tutti gli uomini disponibili, ma le armi erano poche. Stabilimmo dei nuclei di sorveglianza attorno alle caserme ed ai comandi tedeschi, nonché sulle vie d’accesso alla città. Gli ufficiali di un distaccamento tedesco, alloggiato in via Garibaldi, a venti metri dal nostro comando, ci fecero sapere che erano disposti a trattare separatamente la resa. Li ricevemmo, rischiando, presso il nostro rifugio e convenimmo che durante la notte i tedeschi sarebbero usciti dalla loro caserma a gruppi di tre e sarebbero entrati nella birreria Miana dove i nostri uomini, di sorpresa, li avrebbero disarmati. I soldati, infatti, non erano al corrente delle trattative intercorse fra noi e gli ufficiali. I tedeschi mantennero fede agli impegni e tutto si svolse senza incidenti. Più di cento uomini furono disarmati ed avviati, prigionieri, in una casa colonica di Sottocastello, in riva al Piave.

Il 28, la Brigata 7a Alpini (Giustizia e Libertà) cominciò l’attacco alle posizioni tedesche di Castion. Li vedevamo scendere di corsa sui prati, al di là del Piave, mentre da Belluno i tedeschi rispondevano con le mitragliatrici. Per tutto il giorno durò la lotta, e più di una volta sul campanile di Castion fu issato il tricolore e ne fu tolto dai tedeschi.

Il Comando Piazza decise di chiedere rinforzi alla Divisione Belluno. Vasco ed io fummi comandati di andare a Bolzano di Belluno a chiedere uomini ed armi pesanti. Corremmo curvi per le vie deserte mentre già il fuoco di fucileria si faceva intenso; attraversammo la città e ci incamminammo verso Bolzano. Parlavamo della nostra situazione, di armi, di uomini e di liberazione, quando, ad una svolta, vedemmo un tedesco appostato sul ciglio della strada col fucile puntato su di noi. Ci demmo di gomito e parlammo d’altro. Eravamo disarmati. Proseguimmo fingendo indifferenza. Quando fummo all’altezza del tedesco, questi si alzò e, puntandoci sempre il fucile addosso, disse: «Sì, sì, cambiè pur discorso voialtri!». Era, evidentemente, un bolzanino. Gli attimi che seguirono furono eterni. Continuammo a camminare, rigidi, in attesa di una palla nella schiena. Davanti a noi la strada svoltava ancora. Pochi metri. Sparerà? Ancora pochi passi. Sulla curva ci voltammo: il tedesco non si vedeva più. Senza dire una parola ci mettemmo a correre.

Il comando della Belluno ci disse che non poteva aiutarci né con uomini né con armi. Intanto il comando tedesco, tramite il Vescovado, aveva fatto sapere che avrebbe dato l’ordine di resa soltanto nel caso che elementi dell’esercito alleato ne avessero garantita l’esecuzione. Non volevano arrendersi ai partigiani.

La radio continuava a trasmettere notizie di città liberate, di insurrezioni popolari, ma noi non sapevamo esattamente dove fossero le truppe americane. In città continuavano le sparatorie sporadiche. La nostra staffetta del Comando Zona, China, andò ancora, con bandiera bianca, a chiedere la resa al comando tedesco. Le spararono addosso, ma non la colpirono. L’intimazione di resa fu di nuovo respinta.

Il 29, il Comando Piazza fu informato che una divisione corazzata tedesca proveniente da Quero, si dirigeva su Belluno. Disponemmo squadre di uomini a porta Feltre in attesa che i tedeschi giungessero.

Nel pomeriggio una jeep con soldati inglesi fu avvistata alle porte di Belluno, ma subito invertì la marcia verso Ponte nelle Alpi. Quella sera fui colto da uno dei violentissimi attacchi di emicrania che mi avevano costretto a lasciare le formazioni di montagna per entrare in ospedale. Fui ospitato dapprima dall’Esterina — che sempre ci aveva aiutato — in una sartoria, poi da una famiglia di borgo Garibaldi. Durante la notte udii sparare a lungo a porta Feltre.

I tedeschi erano arrivati. Una nostra ambascieria li aveva fermati fuori città per chiederne la resa. Le nostre formazioni di montagna dislocate lungo le valli del Piave e del Cordevole avevano minacciato la totale distruzione se non avessero accettato i patti di resa. I tedeschi non accettarono e si accesero così i combattimenti. Era assurdo pensare di poter resistere a quello schieramento di forze germaniche, perciò lo scontro ad un certo punto fu interrotto per un nuovo tentativo di resa. Fu invece stabilito che le nostre forze avrebbero lasciato passare la colonna tedesca a condizione che questa non si fosse fermata in città. Sapevamo che le brigate della Divisione Belluno avrebbero resa dura la vita ai tedeschi non appena essi fossero giunti nella loro zona.

Udii il rombo dei motori e lo strepitio dei cingoli dei carri armati. Durò a lungo il transito e le armi tacevano. Belluno poteva considerarsi salva. La colonna tedesca fu poi distrutta poco fuori città da formazioni alleate che, nel frattempo, si erano attestate a Ponte nelle Alpi. In città le sparatorie isolate ripresero e durarono tutto il 30. La sera udii un battere concitato alla porta della famiglia che mi ospitava. Fu aperto. Gallina entrò zoppicando e mi si buttò nelle braccia gridando fra le lacrime: «Luciano! La guerra è finita! Siamo liberi!». Era ferito ad una gamba. Si era preso una pallottola nello scontro di porta Feltre.

II 1° maggio i cecchini sparavano ancora dai tetti delle case, ma la città era libera; colonne di prigionieri tedeschi affollavano piazza del Duomo, mentre noi ci accingevamo a dare sepoltura agli ultimi nostri trenta partigiani caduti.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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