Cravasco (Genova) 23 marzo 1945 rappresaglia nazista.


Antefatto

Il 22 marzo avviene uno scontro a fuoco tra una pattuglia di partigiani della brigata volante “Balilla”, esperti in tattiche di guerriglia, e nove tedeschi. Questi hanno la peggio. Anche se lo scontro è un episodio di guerra, viene ordinata la rappresaglia. Nonostante la direttiva dell’Obergruppenfuehrer Karl Wolf, emanata dieci giorni prima, in cui si ordinava, essendo ormai evidente l’approssimarsi della fine del conflitto, di astenersi dal compiere stragi.

L’eccidio

Vengono prelevati dal carcere di Marassi quindici detenuti politici, cui si aggiungono altri cinque partigiani fatti uscire dall’infermeria dove sono stati ricoverati per gravi ferite in seguito dello sfortunato tentativo di liberare un compagno gappista, Masnata, dall’ospedale di San Martino.

I venti prigionieri capiscono cosa li attende per il fatto che erano stati svegliati in piena notte e che non gli avevano fatto portare nulla con sé, anzi all’ultimo gli fanno togliere cappotti e persino giacche. In catene, vengono fatti salire su un camion coperto con un telo militare, come testimoniarono alcune suore della Val d’Aveto che si trovano davanti al carcere, mandate dal fratello di Diodati (che era in prigione da tre mesi), Wladimiro, per proporre uno scambio di prigionieri.

Il camion parte in direzione di Rivarolo e poi verso Pontedecimo. I prigionieri, individuano il percorso e abbandonano le ultime speranze di essere portati a Milano, per uno scambio di prigionieri o per l’avvio a un campo di concentramento. Decidono di provare a salvare almeno qualcuno di loro, che possa testimoniare l’accaduto, e infatti riescono a far fuggire due compagni che, all’altezza di Certosa, in una curva si buttano da uno squarcio nel telone mentre gli altri li coprono. Arrivati a Isoverde, vengono fatti scendere e avviati su un lungo e faticoso sentiero. Ad uno dei feriti, “Tino” Quartini, a cui è stata amputata una gamba, le SS gettano le sue stampelle, perciò i compagni dovono portarlo per il sentiero, con grande fatica e dolore, per poter morire insieme.

A gruppi di quattro vengono fucilati e finiti con un colpo di rivoltella alla testa, Diodati miracolosamente sopravvissuto alla strage ha testimoniato dello stato d’animo, da parte di tutti, sereno, coraggioso e a momenti quasi esaltato dall’amicizia e dalla comunanza della stessa sorte, che li sostenne fino all’ultimo. Le vittime vengono fucilate dietro il muro di cinta del cimitero di Cravasco, a cinquanta passi da dove erano caduti i nove tedeschi.

Le vittime dell’eccidio

Oscar Antibo, 36 anni, nato a Savona, operaio della “Ferrania”, appartenente alla 5a Brigata della Divisione Garibaldina “Bevilacqua”. Fu catturato il 26 novembre 1944.

Giovanni Bellegrandi (Annibale), 26 anni, ingegnere di Brescia, Sottotenente della Divisione “Centauro” dopo l’8 settembre entrò nell’organizzazione “OTTO”. A Gennaio del 1944 giunse in Liguria, dal mare, su un mezzo alleato con il compito di addestrare i partigiani all’uso di armi e materiale lanciato dagli aerei angloamericani. Rischiando più volte l’arresto, Bellegrandi riuscì con molte difficoltà a mantenere i contatti e a organizzare diverse azioni. Venne arresato il 19 gennaio 1945 dalle SS, condotto alla Casa dello Studente e torturato.

Pietro Bernardi, 35 anni, nato a Duermens (Germania), appartenente alla Brigata SAP “Jori”.

Orlando Bianchi (Orlandini), 45 anni, era nato a Genova. Membro del CLN di Uscio e del CMRL (comando militare regione Liguria). Fu arrestato dalle SS a Genova nel dicembre 1944 .

Virginio Bignotti (Franchi), biellese di 57 anni,  ex maggiore dell’esercito, esperto militare del comando SAP. Arrestato insieme ad Arrigo Diodati nella sede clandestina del comando  SAP il 27/12/1944

Cesare Bo (Emilio),  21 anni, originario di  Genova Sampierdarena. Impiegato allo stabilimento elettrotecnico di Campi apparteneva  alla brigata SAP “Buranello”. Fu arrestato il 15/12/1944 .

Pietro Boldo (Pierin), 31 anni di Nizza Monferrato. Appartenente alla brigata SAP “Alpron” venne arrestato dalle Brigate Nere l’8/1/1945 nella sua abitazione a Sestri Ponente e tradotto alla “Casa dello studente” dove fu torturato.

Giulio Campi (Cesare) 54 anni, di La Spezia. Capo reparto dello stabilimento Vittoria-Ansaldo e codirettore dell’ufficio aviolanci del CMRL. Arrestato dalle SS nel dicembre 1944.

Gustavo Capito’ (Fermo), 48 anni, di La Spezia, Ten. Col. di Stato Maggiore, dopo l’8 settembre consulente del comando militare del CLN di Savona, quindi capo del servizio informazioni del CMRL. Fu arestato a Genova il 16/12/1944, poi tradotto alla “Casa dello studente” e torturato.

Lettera ai figli e alla moglie

Da parte mia vi è la massima serenità, alcuna illusione. Vedremo come finirà.

Renatino mio,
studia, sii uomo, sii di conforto alla mamma e a Liliana.
Ti abbraccio

Lili mia, sii brava, fai buona compagnia alla mamma.
Ti abbraccio
papà

Fra qualche giorno avremo il plenilunio, tu vedessi come la luna rischiara alla notte la mia camerata. Immagina quanto ti ho pensato e quanto ti penso in queste ore che attendo che il sonno mi vinca. Ritornerò, Nucci, e guarderemo assieme la luna e rivivremo le nostre ore felici di tante nostre belle serate. Ci pensi come tutto ci sembrerà più bello dopo tanta lontananza? Ti stringo forte e ti bacio tanto. Buon sonno, Nucci. Sogna.

Insignito di Medaglia d’Argento al valor militare con la seguente motivazione:

Soldato valoroso, già decorato di medaglia d’argento al valor militare, dopo l’armistizio con fedeltà e decisione, intraprendeva la lotta di Liberazione.

In un momento particolarmente difficile per arresti e persecuzioni, assumeva la direzione del servizio informazioni del Comando regionale ligure.

Organizzatore impareggiabile rendeva alla causa servizi vivamente apprezzati.

Tratto in arresto e sottoposto a brutali sevizie manteneva fiero ed esemplare contegno. Nulla rilevava, incoraggiava e confortava i compagni di prigionia e lasciava sicura testimonianza della nobiltà del suo animo nei due biglietti che riusciva a far pervenire alla famiglia.

Ufficiale di forte tempra, patriota e martire della fedeltà e del dovere, fucilato dai tedeschi cadeva da prode nel nome della Patria.

Cravasco, 23 marzo 1945

Con nota integrativa:

In servizio a Savona, quale capo di Stato Maggiore della 37a Divisione con grave suo rischio personale operò nel movimento clandestino della Resistenza.

La sua azione permeata da alti sensi patriottici e dai più nobili sentimenti determinò la sua nomina a capo del SIM del CLNAI. Per tale sua attività catturato, sottoposto a sevizie, diede testimonianza della sua fede nella causa della libertà della Patria”.

Martire della libertà cadde fucilato dai tedeschi, offrendosi imperterrito al piombo nemico, al grido di VIVA L’ITALIA LIBERA! fieramente lanciato da lui all’indirizzo dei suoi giustizieri”.

Giovanni Caru’, 33 anni nato a Farno (Varese) il 22/12/1912. Operava nelle brigate SAP del centro.

Cesare Dattilo (Oscar) 24 anni, di Cogoleto. Meccanico aggiustatore alla “San Giorgio”. Sfuggito al rastrellamento del 16 Giugno, salì in montagna e divenne comandante della brigata d’assalto “Buranello” della divisione garibaldina “Mingo”. Catturato a Sassello il 9/12/1944, fu tradotto alla “Casa dello studente” e torturato.

Lettera alla sorella

13-3-45

Cara sorella,
finalmente ho potuto di nuovo riattivare il mezzo di collegamento. Ti ho scritto già diverse volte, fammi un po’ sapere cosa hai ricevuto.
Non pensare per il disturbo, che già l’ho ricompensato io.
Nelle mie precedenti ti avevo assegnato diverse commissioni da fare. Mi farai sapere l’esito di queste. Hai potuto più sapere qualche cosa a mio riguardo? Come va per voi altri? Come stanno papà e mamma? Sono sempre lassù?
Consegnerai un pacchetto tascabile con dentro lardo e burro. Sei stata a ritirare i miei valori?
Tramite quella conoscenza fatti aiutare per avere un colloquio. Qui si è un po’ menomato il nostro morale, per il fatto che giorni fa hanno portato via 7 prigionieri e di questi non si è saputo la sua sua fine. Qui si teme di qualche rappresaglia. Voi altri di questo avete sentito dire niente di fuori? Questo è l’unico pensiero che mi preoccupa. Temo che un giorno o l’altro capiti anche a me la stessa fine. Caso mai se questo fosse mi raccomando di essere di conforto ai Genitori.
Vi abbraccio e vi bacio tutti.
Vostro
Cesare

Giacomo Goso, 50 anni, di Bardineto, laureato in legge; Operante nel savonese fu arrestato a Savona il 13/12/1944, poi tradotto con Capitò e Nicola Panevino alla “Casa dello studente”.

Giuseppe Maliverni, 20 anni, di Rivarolo. Disegnatore; membro dei GAP di Sampierdarena, raggiunse le formazioni della III brigata Liguria che subì pesantemente il rastrellamento della Benedicta. Riuscito a sfuggire all’accerchiamento Maliverni tornò in città e divenne vice comandante della brigata SAP “Buranello”. Arrestato dalle Brigate Nere nel gennaio 1945, venne tradotto alla “Casa dello studente” e torturato.

Nicola Panevino, 35 anni, di Carbone (Potenza), giudice presso il tribunale di Savona. Membro del CLN di Savona e appartenente alla brigata GL “Savona”, che prenderà poi il nome di brigata “N. Panevino”. Arrestato a Savona il 14/12/1944, fu incarcerato a Marassi e torturato per diversi giorni alla “Casa dello studente”. Medaglia d’argento al valor militare alla memoria.

Lettera alla moglie

21/3/1945

Elena mia tanto cara. Dopo aver passato l’intero inverno in galera, oggi salutiamo da questo stesso luogo l’entrata della primavera, con la quale, come disse un tale, dovrebbe venire il bello. Io credo che questa volta Iddio lo voglia.
Avanti ieri è stato l’onomastico di tua madre e di mia sorella. Le ho pensate entrambe a lungo facendo voti a Dio. Rinnovo a te gli auguri per tua madre e di mia sorella. Rinnovo a te gli auguri per tua madre; speriamo che tu la possa vedere al più presto in ottime condizioni e che io sia vicino a te. Del pari ho pensato tanto tanto il giorno precedente alla mia piccola ed amatissima Gabriella. Era domenica ed ho tanto pregato per lei durante la Messa che i tedeschi dietro mie insistenze e richieste mi hanno permesso di ascoltare. Ora ho chiesto di poter fare il precetto pasquale, ammesso che io sia ancora qui. Spero di essere accontentato.
Per le prossime feste pare consentano l’arrivo di pacchi viveri e tabacco. Sebbene io stia benissimo e mi accontenti di ciò che mi danno, mandami qualche cosetta. E’ bene però che tu ti informi qui alle carceri. Abbi cura di fare una dettagliata nota nei moduli appositi. Se al contrario dovessi essere avviato al famoso campo di concentramento, non lasciarti vincere dalla tristezza. Passa la santa Pasqua nella pace della nostra casetta, che avrai cura di far benedire rivolgendoti al parroco, tra l’affetto di zia Maria e di Gabriella (io sono vicino spiritualmente), ma passala soprattutto nella pace del Signore. Nel Suo nome, mentre faccio a voi tutti gli auguri di felicità e di bene, ti dico che attendo con ansia indicibile di esserti vicino, specialmente per dimostrarti tangibilmente il grande bene che ti voglio. Per ora, credimi sulla parola. Se per il giorno di Pasqua ti dovessero invitare gli Albertazzi, vai pure da loro, mi farai piacere. Non mi riesce di farti avere notizie per altra via, ma accontentiamoci di questi biglietti. Per me rappresentano tanto. Hai avvertito Mantero che dovrà
essere arrestato? Restiamo intesi che festeggeremo l’onomastico della nostra Gabriella il 22 aprile, nel tuo compleanno. Ma possibile che mi aspetti una gioia così grande? Con la piena fiducia nel Cristo redentore e con l’animo ricolmo di ansie, attendo. E intanto ti bacio con immenso amore, benedicendo la mia bimba.

Tuo marito.
Renato Quartini (Tino) 21 anni, originario di Ronco Scrivia, disegnatore all’Ansaldo. Militante dei GAP, comandante delle Squadre d’azione del Fronte della Gioventù, guidò l’azione per liberare il gapista G. Masnata, ferito e piantonato all’ospedale di San Martino. L’azione fallì e in uno scontro con i “Risoluti” della X Mas di San Fruttuoso, Quartini venne ferito ad una gamba. Arrestato e trasportato all’ospedale, subì l’amputazione dell’arto e in seguito tradotto nelle carceri di Marassi.

Insignito di Medagia d’oro al valor militare con la seguente motivazione:

« … impegnatosi per ordine superiore in un’impresa tanto ardita da apparire disperata, veniva sopraffatto dalle preponderanti forze nemiche. Benché seriamente ferito si attardava, cosciente del suo sacrificio, e riusciva a coprire con il fuoco la ritirata dei suoi uo mini. Caduto in mani nemiche e subito brutalmente interrogato, manteneva fiero ed esemplare contegno, nulla rivelando. Subiva poi l’amputazione di una gamba, sopportando con stoicismo due successivi interventi chirurgici a poche ore di distanza. Subito rinchiuso in malsana cella, manteneva fermo il cuore per nove mesi di dure sofferenze. Condotto a morte, aveva ancora l’animo di facilitare, durante il trasporto in autocarro, la fuga di due compagni. Imbestialiti i tedeschi gli toglievano le stampelle e lo costringevano ad arrampicarsi sui fianchi di un monte sino al luogo dell’esecuzione, lui, privo di una gamba e coi polsi incatenati. Duro calvario di martirio e di gloria affrontato con la fierezza dei forti e nel nome d’Italia. »

Lettera ai familiari

16 – 3 – 45

Carissimo Babbo, carissima Ester

Appena due righe per rassicurarvi della mia salute.
E’ ottima, il morale è altissimo e tutto procede per il meglio. Sempre più vi ringrazio per quanto avere fatto ma sono desideroso di ricevere vostre nuove.
Non ho tempo per prolungarmi, ma pur in poche righe, sempre vi chiedo qualche cosa: mandatemi un pettine dell’olio di vasellina e quell’acido fenico cristallizzato che serviva per i miei capelli; poi tanto per me quanto per Bruno (ditelo alla sua mamma) mandate del dentifricio del sapone e del sale.
Come vi ho già scritto la stessa persona passerà da Piero il lunedì ed il venerdì, perciò per lunedì prossimo fatemi avere vostre nuove.
Tanti baci ed a presto. Partecipate i miei saluti, quelli di Mario e di Franco alla Bruna. Vi ringrazio. Baci ……..
Ricompensate il latore della presente
vostro Renato
Ester sta attenta
Saluti da Bruno alla sua Mamma ed all’Elettra

Bruno Riberti ,18 anni, di Migliarino (Ferrara). Appartenente alla brigata SAP “Jori”, partecipò con Quartini all’azione per liberare Masnata e nello scontro fu ferito gravemente allo stomaco. Arrestato, venne condotto all’ospedale di San Martino e in seguito al carcere di Marassi.

Ernesto Salvestrini (Amilcare) 22 anni, di Marina di Massa. Studente. Fu arrestato durante una missione a Nervi.

Arrigo Diodati (Franco) Nato a La Spezia il 25/5/1926 da genitori antifascisti. Nel 1937 la famiglia andò in esilio in Francia dove entrò in contatto con gli ambienti antifascisti e, dopo l’invasione del paese da parte della Germania, col movimento clandestino. Nel 1943 Diodati rientrò in Italia, prima a La Spezia e poi a Genova, per partecipare direttamente alla lotta contro i nazi-fascisti nel Fronte della Gioventù. Diventò vice commissario politico delle brigate SAP di Genova. Arrestato verso la fine del 1944, torturato alla “Casa dello studente” e imprigionato a Marassi, fu prelevato il 23 Marzo 1945 per esser fucilato insieme ad altri diciannove patrioti. Scampato all’eccidio, raggiunge le formazioni partigiane nella zona di Voltaggio (brigata “Pio”, divisione “Mingo”) e partecipò alla liberazione di Genova.

Dalla sua testimonianza:

…Arriviamo, e, mentre un primo gruppo di compagni viene schierato contro un monticello, noi, che siamo rimasti indietro, assistiamo al loro massacro. Come sono tutti calmi e sereni i nostri compagni! Li guardiamo per l’ultima volta mentre con forza risuonano le loro ultime parole: “Viva l’Italia libera!”. Dei colpi secchi ed essi cadono. Subito dopo i due marescialli delle S.S. che ci hanno accompagnati, si avvicinano a loro, e con rabbia li finiscono uno per uno con dei colpi nella faccia. Siamo fieri di come sono caduti, mentre pensiamo a ciò ci apprestiamo ad imitarli. Veniamo allineati un po’ più lontano. È strano come a due minuti dalla morte, tutto sembri normale e nulla ci impressioni.

Son così meravigliato di me stesso che non mi riconosco più. Ed in fondo sono contento d’esser giunto fino a questo punto, perché posso constatare con gioia, che non una esitazione, non una debolezza hanno tradito la mia fede. E l’indifferenza con la quale adesso mi trovo davanti al plotone di esecuzione ne sono una prova. E ciò non vale solo per me, ma bensì per tutti noi, per tutti i Compagni. Lì guardo con incoraggiamento e li esamino uno per uno: alla mia destra verso il Cimitero rivedo Bernardi: un bravo ragazzo che ha lasciato la moglie in prigione, poi vicino a me c’è Campi, un compagno di Certosa, che è uno dei più anziani fra noi, e che lungo il tragitto abbiamo adottato come il nostro papà.

Alla mia sinistra vengono poi Quartini (Tino), Riberti, Antibo, Oscar e due altri giovanetti che completano il nostro gruppo. Intanto Riso, il capo posto della “IV” a Marassi, ch’è l’unico italiano venuto ad accompagnarci, ci toglie le manette; non ha nemmeno il coraggio di guardarci in faccia, lui che per mesi e mesi è stato il nostro guardia-ciurma, e se ci toglie le manette prima di massacrarci è soltanto perché ha paura di macchiarsi del nostro sangue, come è avvenuto per l’altro gruppo. E – l’unica cosa che tutti indistintamente gli chiediamo – è che, dopo averci sparato, venga subito a finirci per non farci soffrire.

Adesso è finita; ci baciamo uno per uno stringendoci forte, mentre con tutte le nostre forze gridiamo come i nostri Compagni: “Viva l’Italia libera!”. Poi, una sparatoria, tutti cadono. Cadono perché solo io sono rimasto in piedi; non sono colpito e quindi attendo; attendo che i nostri carnefici, dopo essersi guardati come per chiedersi chi deve spararmi, si decidano, mi mirino una seconda volta e tirino. Questa volta, colpito al collo, mi accascio infine per terra. Sono immobile tra i compagni che gemono, mentre, la faccia contro terra, mi domando che cosa avviene.

Sono sbalordito, non riesco a capire perché ho ancora i sensi, perché non ancora morto, perché ragiono ancora. Ma ecco che i tedeschi si avvicinano per finircii, allora, temendo di non morire subito, chiamo Riso affinché mi dia il colpo di grazia. Lo chiamo due o tre volte ma non sente, forse perché i lamenti dei compagni morenti soffocano la mia voce. Ed allora attendo che mi si colpisca; ed attendendo odo delle vociferazioni tedesche, poi un tedesco che parla italiano gridare accanendosi contro di noi: “Farabutti, adesso non griderete più viva l’Italia ed abbasso il fascismo!” – ed odo dei colpi a destra ed a sinistra, proprio vicino a me, credendo sempre che siano per me, mentre invece niente, sempre niente.

Io non vedo niente di ciò che accade poiché sono colla faccia contro terra, ma ad ogni minuto che passa riesco sempre meno a capire perché sono ancora in vita. Penso che fra poco saremo gettati in una fossa comune, mi dico che forse allora, avvedendosi che non sono ancora morto, mi finiranno. Ed attendo quindi, ma nulla avviene. Sento voci e passi che si allontanano, poi un colpo di fischietto. Faccio il conto di quando siamo partiti da Marassi ed allora penso che può essere mezzogiorno, e che quindi i tedeschi saranno partiti per mangiare allo scopo di sotterrarci dopo, nel pomeriggio. Comunque, temendo che a poca distanza vi sia una sorveglianza pronta a reagire al minimo movimento, non mi muovo. Passano le ore e uno dopo l’altro sento tutti i compagni morire; Campi, che è vicino a me, è stato l’ultimo.

Sono in un lago di sangue e non mi posso muovere. Devo aver perso molto sangue, e, constatando che non articolo più la gamba destra, sto convincendomi che sto morendo dissanguato, quando mi accorgo che la gamba è semplicemente addormentata essendo da ore ed ore nella stessa posizione. Ma ad un tratto, notando che getto sangue dalla bocca, sto per riprendere speranza nella prossima fine, quando ancora una volta devo constatare che è assurdo e che il sangue non proviene che dalla ferita che ho al collo. Mentre rifletto, d’un tratto odo dei passi e delle voci di tedeschi che si avvicinano. In fretta allora cerco di nascondermi un po’ meglio dissimulandomi sotto i corpi dei compagni. Sono minuti terribili ed interminabili: li odo avvicinarsi ancora, poi, proprio alla mia altezza, fermarsi. Sono in due e penso che forse cominceranno a gettarci nella fossa. Ma invece no, si chinano, ma solo per toglier gli scarponi ad un compagno, e poi ripartono.

Allora mi dico che ormai non ci interreranno che a sera, quando, improvvisamente riflettendo a ciò, per la prima volta mi balena nel cervello la speranza di una possibile salvezza. Infatti, tremando dall’emozione, penso che, se riuscissi ad attendere la notte, forse sarei salvo. Sempre immobile quindi continuo ad attendere; saranno già tre o quattro ore che sono così. Dopo un po’ di tempo però, non udendo più nulla, mi azzardo per la prima volta, a guardarmi intorno per rendermi conto della situazione. E ciò che constato è che non vi sono più tedeschi, ma solo dei compagni selvaggiamente trucidati.

Vedo pure lì vicino il cimitero e quattro grandi cipressi che ne adornano l’entrata. Ad un tratto, pensando che forse i tedeschi potrebbero ritornare, decido di nascondermi. Trascinandomi per terra mi porto verso uno dei cipressi e, con uno sforzo di volontà, riesco ad arrampicarmici sopra. Lì forse potrò attendere la notte e forse, cosa incredibile, sarò salvo….

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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