Cotti Mariano (Nome di battaglia Urtlan)


Nasce il 29 marzo 1903 a S. Giovanni in Persiceto.
Nel febbraio 1918 si iscrive al circolo giovanile socialista di S. Giovanni in Persiceto.
Il 5 aprile 1920 partecipa al comizio anarchico che si conclude nell’eccidio di Decima. Alla costituzione del PCI passa nel movimento giovanile del nuovo partito. Nel 1921 entra negli Arditi del popolo e prende parte a numerosi scontri con i fascisti.

Nel 1924, con Celso Ghini e Pietro Tesini, ricostituisce il PCI nella zona di S. Giovanni in Persiceto. Il 22 agosto 1926 è arrestato a Castelfranco Emilia (BO) e processato a Bologna; dove viene condannato a 3 mesi con la condizionale per essere stato trovato in possesso di una copia de «l’Unità».
Il 12 settembre 1926, è costretto a presentarsi alla casa del fascio, dove viene violentemente bastonato dai fascisti.

Arrestato il 28 dicembre, viene incarcerato a S. Giovanni in Monte (Bologna) fino al 5 gennaio 1927 quando viene prosciolto. Poiché la sentenza viene «ritenuta inadeguata», è mandato al confino per 3 anni alle isole Tremiti (FG). Trasferito a Ustica (PA), insieme ad altri 56 compagni, è nuovamente arrestato nell’ottobre 1927 per l’attività svolta nell’isola. Prosciolto per non luogo a procedere con sentenza istruttoria del 19 novembre 1928 assieme a tutto il gruppo dopo 10 mesi di carcere, scontati a Palermo, è rinviato al confino a Ponza (LT) dove resta fino al 28 novembre 1929. Da allora fino all’ 8 settembre 1943 è più volte arrestato per misure di ordine preventivo. Entra nel battaglione Marzocchi della 63a brg Bolero Garibaldi e combatte a S. Giovanni in Persiceto.

I suoi ricordi

Nel febbraio 1918, ero un ragazzo di quindici anni e facevo il muratore, quando, su consiglio di un compagno di lavoro più anziano, Alessandro Forni, mi iscrissi al Circolo giovanile socialista di Persiceto, che allora contava una ventina di aderenti. Dopo alcune dispute con i giovani locali di Azione Cattolica, mai degenerate in vie di fatto, avemmo i primi scontri con gli appartenenti al partito fascista, che allora era rappresentato da una esigua minoranza concentrata in particolare a Sant’Agata e Decima.

Un gravissimo avvenimento, che ebbe ripercussioni sul piano nazionale e conseguenze di rilievo a Perciseto, ebbe luogo il lunedì di Pasqua del 1920 (5 aprile). Nel corso di un affollatissimo comizio che si svolgeva nel cortile delle scuole elementari di Decima parlavano ai convenuti, affluiti in bicicletta anche dai comuni limitrofi, gli anarchici Comastri e Sigismondo Campagnoli.

Preciso che in precedenza i sindacalisti anarchici avevano svolto nel nostro comune diverse di tali attività (soprattutto Comastri e Borghi, mentre Campagnoli era la prima volta che veniva).
Comastri che per primo prese la parola attaccò duramente la polizia perché sistematicamente interveniva nelle vertenze sindacali contro i lavoratori. Un brigadiere che comandava una squadra di una diecina di carabinieri interruppe alcune volte l’oratore, invitandolo a moderare i termini ed a desistere dalle sue argomentazioni.

Succedutogli al podio Campagnoli questi continuò nella denuncia della polizia. Il brigadiere, dopo aver disposto i carabinieri pronti ad entrare in azione a ridosso dell’edificio scolastico, gli intimò di tacere. Non ottenendo quanto esigeva scuote violentemente il tavolo sul quale erano gli oratori, unitamente ad alcuni altri e tra questi io che reggevo un sifone di acqua gassata. Persi l’equilibrio assieme agli altri e mi sfuggì il sifone che cadendo scoppiò. Un frammento di vetro colpì lievemente alla fronte il delegato di pubblica sicurezza che a seguito della ferita sanguinava.

Questo lieve incidente fu il pretesto per una violenta reazione. Il brigadiere, esasperato, strappò ad un carabiniere il moschetto con la baionetta innestata e colpì alla gola Campagnoli fino a trafiggerlo. Fu tale la violenza del colpo che la punta uscì dal capo. Mentre era partito per tale carica il brigadiere ordinava ai militari di fare fuoco. La sparatoria si concluse con una carneficina, nonostante alcuni sparassero in aria. Si ebbero 8 morti e 45 feriti e precisamente: Campagnoli, Adalgisa Galletti di anni 21, Ivo Pancaldi di anni 32, Vincenzo Ramponi di anni 45, Rodolfo Tarozzi di anni 19, Giovanni Terzi di anni 57, Danio Serrazanetti di anni 51 e Danio Vaccari di anni 31, questi ultimi due deceduti all’ospedale. Ci fu un fuggì fuggì generale da parte dei lavoratori disarmati. Un solo giovane di 19 anni, di fronte a tanto massacro, essendo dotato di una rivoltella, si ribellò e sparò un colpo che andò a vuoto. Preso di mira fu freddato da un proiettile penetrato nella fronte. Fui testimone di tutti i particolari in quanto mi trovavo sotto il corpo inerte della Galletti e così restai per due ore. Il brigadiere si accanì a dare il colpo di grazia ad alcuni che davano segni di vita.

Alla costituzione del partito comunista, avvenuta a seguito della scissione di Livorno, passai al movimento giovanile del nuovo partito, unitamente al macchinista ferroviere Aldo Franceschelli. Le squadre fasciste già avevano iniziato a bruciare ed a distruggere le sedi e le attrezzature del movimento operaio.
Ricordo in proposito le tre trebbie per grano della Cooperativa braccianti di Persiceto, il saccheggio di tutti i generi alimentari di valore della Cooperativa di Consumo della località Villa, in frazione Budrie, dopo che vandalicamente s’era lasciato scorrere il vino dalle numerose botti sistemate nell’ampia cantina.
Preoccupati per queste scorribande concordammo dei turni di vigilanza, particolarmente notturna, per fronteggiare eventuali assalti alla Casa del popolo di Persiceto. Durante il giorno (si era nell’estate 1921) trasportavamo mattoni all’ultimo piano dello stabile da usare contro gli aggressori che non nascondevano il proposito di distruggere l’edificio.

Erano al nostro fianco anche lavoratori di Anzola Emilia, come l’anarchico Duilio Tagliavini, passato successivamente al partito comunista e partigiano nella lotta di liberazione.
Durante un turno di guardia al quale partecipavo con altri, feci un’ispezione nelle vie adiacenti e venni alle mani con il capo dei fascisti di S. Agata, Agostino Zambelli, inviato in perlustrazione nei pressi del canale di circonvallazione dove esisteva un ponte denominato « Pio IX », che congiungeva il capoluogo con la via di Modena.

Si andavano formando i gruppi di « arditi del popolo » per fronteggiare le squadracce fasciste: noi pure ne costituimmo uno dopo una riunione svoltasi alla Cooperativa di Villa. Di questo gruppo facevano parte i comunisti ed anarchici, quasi tutti di Anzola (di Persiceto ero l’unico). Avemmo anche uno scontro a fuoco con i fascisti, diretti da Nino Serrazanetti, in località Ponte Budrie sul Samoggia, senza che si avessero feriti.

Nel 1921, non rammento la data esatta, il comunista Pirro Mocci, autista del Consorzio Cavamento Palata, fu aggredito dai fascisti che lo colpirono coi manganelli nel corso principale di Persiceto. Egli riuscì a fronteggiarli ed a sottrarre il bastone al primo provocatore, colpendolo alla testa. Gli altri s’arrestarono per un attimo, impauriti. A tradimento, un fascista che gli si era portato alle spalle, gli sparò a bruciapelo con una rivoltella uccidendolo. Ai funerali, nonostante le diffide ricevute dalla polizia, partecipammo in moltissimi cittadini portando bandiere rosse e scortati da un gruppo antifascista di Anzola composto da uomini risoluti ed armati.

Nel 1924, assieme a Celso Ghini ed a Pietro Tesini, entrambi di Bologna, dopo esserci trovati in una osteria in via Biancolina, ricostituimmo il partito comunista della zona. Aderirono anche tre lavoratori di Sant’Agata. Ricordo che di Persiceto si inscrissero Armando Morisi, Ettore Calzati, cinque abitanti dei Forcelli e tre della Decima. A seguito dell’assassinio di Matteotti si ebbe un nuovo sbandamento e, sempre sotto la guida di Celso Ghini, ricostituimmo le fila dell’organizzazione del partito che raggiunse venti adarenti.

Il 22 agosto 1926 ci accordammo con Ghini per trovarci a Castelfranco, ove avremmo conosciuto quei compagni e ritirato le tessere. Eravamo quattro persicetani e fummo arrestati dal maresciallo dei carabinieri insospettito dall’insolito movimento. Ci prelevò presso un caffè (Ghini riuscì a fuggire) portandoci prima in caserma e successivamente al carcere fortezza di Castelfranco Emilia.
Dopo due giorni di detenzione fummo inviati al carcere di Bologna e sottoposti a giudizio per cospirazione, anche se non riuscirono a portare contro di noi le prove delle tessere e degli iscritti.

Fummo condannati in due con la condizionale, mentre gli altri furono assolti per insufficienza di prove. Io ebbi tre mesi perché trovato in possesso di una copia clandestina de « l’Unità » e perche
presso la mia abitazione, nel corso di una perquisizione, scovarono una rivoltella fuori uso. Ettore Calzati a 4 mesi in quanto presso la sua casa avevano trovato pezzi di mitraglia che conservava quale ricordo della sua attività di aviatore: i pezzi che avrebbero messo in efficienza l’arma sfuggirono alle ricerche.

Fummo difesi dagli avvocati Carmine Mancinelli e Conte (di quest’ultimo non ricordo il nome). L’11 settembre 1926, dopo l’attentato a Mussolini da parte di Luccetti, una diecina di fascisti mi vennero a cercare a casa mentre ero già a letto, dicendomi di aprire. Al mio rifiuto mi intimarono di presentarmi alla sede del fascio per le ore 11 del giorno successivo perché volevano pormi alcune domande. La stessa sera il comunista Armando Morisi fu aggredito sulla piazza principale e colpito ripetutamente al capo, tanto da riportarne serie conseguenze che negli anni successivi ne scossero il forte fisico.

Mi presentai unitamente al capo mastro muratore Pederzani presso il quale lavoravo in quanto era in buoni rapporti coi fascisti. Quando il datore di lavoro si allontanò, i fascisti Enea Zambonelli, Guido Restani, Vincenzo Forni e Vincenzo Vecchi detto « manganai », mi colpirono con violente nerbate e con bastoni che all’interno recavano sbarre di ferro. La bastonatura durò per 25 minuti. Volevano anche che mi denudassi, ma io mi opposi. Chiedevano, senza avere risposta, chi erano i compagni di Persiceto e volevano che dicessi il vero motivo del mio viaggio a Castelfranco.

Il 6 dicembre 1926 furono proclamate le leggi eccezionali ed istituito il Tribunale Speciale. Il 28 dello stesso mese fui arrestato assieme ai persicetani Ettore Calzati e Federici. Rinchiusi in San Giovanni in Monte vi restammo fino al 5 gennaio del 1927. Senza essere neppure interrogati fummo assegnati, da una apposita commissione, a tre anni di confino. Fummo inviati alle isole Tremiti, nel Gargano, ammanettati ed incatenati insieme ad altri trenta bolognesi. Dopo pochi mesi trascorsi alle Tremiti ci portarono all’isola di Ustica.

Qui fummo arrestati in 56 e portati al carcere di Palermo dove fummo sottoposti a giudizio perché ritenuti responsabili di complottare la fuga. Venimmo assolti dopo 9 mesi di carcere e rinviati al confino.
L’ultimo periodo l’ho trascorso all’isola di Ponza assieme a 380 altri deportati. Durante tale periodo di confino ho conosciuto Bordiga, Tucci, Angeloni, Pilati, Rino Pancaldi e i fratelli Marzoli.

Il 28 novembre 1929 accompagnato da due poliziotti in borghese, alla Questura di Bologna dopo una predica del capo della squadra politica, Pastore, fui finalmente rilasciato. Si trattava di una libertà relativa e condizionata: ogni volta che vi era un viaggio di Mussolini, del Re e del principe ereditario venivo arrestato per alcuni giorni unitamente a quelli che come me avevano già riportato condanne.

L’8 settembre 1943 mi trovavo a lavorare a Firenze: dopo il proclama di Badoglio raggiunsi i miei famigliar! e presi subito contatto con i primi nuclei della Resistenza che stavano formandosi.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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