Galassi Carlo (Nome di battaglia Carlétt, Dotto)


Nasce il 1° aprile 1926 a Imola. Milita nella 36a brigata Bianconcini Garibaldi con funzione di vice comandarne di compagnia. Prende parte alla battaglia sul Carzolano. Fa parte del gruppo di 10 partigiani volontari che l’11 ottobre 1944 si porta su Monte Colombo per proteggere la ritirata dei partigiani della battaglia di S. Maria di Purocielo (Brisighella – RA).

Attaccati in forza dai tedeschi e resosi impossibile il collegamento con la formazione, si salva, con alcuni compagni, scendendo verso il fondovalle del Rio di Cò. Attraversato il fronte entra nel gruppo di Libero Golinelli che opera in collegamento con l’8a armata britannica in difesa di Borgo Tossignano. L’8 aprile 1945 prende parte all’ultimo attacco sferrato dai tedeschi durante il quale rimase ferito. Gli è stata conferita la croce di guerra al valor militare.

I suoi ricordi

Verso la fine di settembre del 1944 due battaglioni della 36a brigata Garibaldi, quelli guidati da Libero Golinelli e da Carlo Nicoli, si erano riuniti con le forze armate alleate, dopo la splendida vittoria di monte Battaglia e l’eroica e tragica battaglia di Cà di Guzzo.

Nello stesso periodo gli altri due battaglioni, guidati dal comandante Bob (Luigi Tinti), si trovavano a nord di Marradi, a ridosso delle prime linee tedesche.

La nostra compagnia faceva parte di quei due battaglioni. Nelle ultime due settimane di settembre avevamo sostenuto numerosi combattimenti, sempre a noi favorevoli, anche se di portata limitata.

Ma all’inizio di ottobre la situazione peggiorò notevolmente. L’avanzata alleata rallentava sempre di più, finché si fermò del tutto. Ciò consentì ai tedeschi di riorganizzarsi e di prendere serie iniziative nei nostri confronti. Le nostre compagnie erano costrette a continui spostamenti con interminabili marce notturne, sempre sotto la pioggia; si camminava nell’acqua e si affondava nel fango: a volte capitava di stramazzare nelle melma, trascinati dalla pesante caduta di un cavallo o di un mulo. Soltanto verso l’alba si arrivava a destinazione e ci mettevamo a riposare, per modo di dire, nel fieno bagnato, spesso all’aperto.

La mattina dell’11 ottobre eravamo in due di sentinella sulla cima del monte Colombo che sovrasta a Sud la zona di Santa Maria di Purocielo. Cominciava ad albeggiare quando udimmo degli spari sempre più frequenti in fondo alla vallata del rio di Co: numerosi proiettili terminavano la loro traiettoria, sibilando, proprio vicino a noi. Ricordo che quella sparatoria non ci impensieriva molto benché divenisse sempre più intensa e avesse luogo proprio in corrispondenza al centro del nostro schieramento. Ci preoccupò invece il fatto che le sei erano passate da tempo e non veniva nessuno a darci il cambio.

Perciò decidemmo di scendere fino alla casa sottostante, a circa trecento metri, dove la nostra compagnia si era fermata per trascorrere la notte. Appena giunti, non ci fu dato il tempo di chiedere spiegazioni: ci unimmo alla compagnia che, incompleta, si stava dirigendo in fretta verso sud-ovest in un sentiero a mezza costa. Poco dopo ci raggiunse, di corsa, una staffetta del comando con l’ordine di inviare dieci volontari sul monte Colombo per proteggere la ritirata dei nostri che avevano fino allora resistito a Ca’ di Costino, Ca’ di Marcone e a Piano di Sopra. Così, in dieci, ci portammo su quella cima, piccola e nuda, senza la minima protezione, neppure un cespuglio.

Sotto di noi passavano isolati o a piccoli gruppi i superstiti della compagnia comando, della compagnia di Tito e di un gruppo della nostra compagnia, che avevano subito gli attacchi di massicce forze tedesche. Alcuni non rispondevano neppure al nostro saluto, altri ci mostravano tre o quattro armi che portavano sulle spalle; il significato era chiaro: ogni arma in soprannumero corrispondeva a un compagno caduto. Passò anche un mio caro amico, che era sempre stato pronto a partecipare con entusiasmo a tutte le imprese, anche le più rischiose; gli chiesi di fermarsi con noi, ma rifiutò in modo deciso. Il suo rifiuto e soprattutto il suo aspetto, stanco e scoraggiato, mi fecero capire quello che era accaduto poco prima e quale dramma avevano vissuto quei partigiani. Per ultimo arrivò Ateo, il mio caposquadra; era solo e portava tre « Sten » inglesi: si fermò con noi, non disse una parola, noi non gli chiedemmo niente. Soltanto dopo alcuni giorni si potè sapere a chi erano appartenute quelle armi e quale servizio avessero reso, perché lui, Ateo, non potè più dircelo.

Poi arrivarono i tedeschi da più parti. Si piazzarono anche su di un’altura a sud della nostra posizione, proprio nell’unica zona dove ritenevamo che fosse rimasta via libera per un nostro sganciamento. Da quella posizione cominciarono a spararci addosso con le mitragliatrici. Ad ogni raffica la terra, l’erba e i sassi si sollevavano in mezzo a noi: il fischio delle pallottole ci assordava letteralmente.

Poi Ateo fu colpito al capo, ma non morì subito: fece in tempo a consegnarci il suo « Sten » e a rivolgerci parole di incoraggiamento. Era già passato un certo tempo, molto lungo per quelle circostanze: era ovvio che ogni collegamento con la nostra formazione era ormai impossibile. Decidemmo pertanto di tentare di metterci in salvo, anche se nel frattempo avevamo valutato serenamente che le possibilità di salvezza erano molto scarse: era troppo lo spazio che si doveva percorrere completamente allo scoperto. In quattro lasciammo il posto per ultimi e senza affrettarci. Fummo fortunati perché i tedeschi concentrarono la loro attenzione su quelli che si erano mossi prima di noi e in altra direzione.

Allora cominciammo a correre e riuscimmo a raggiungere un piccolo bosco; poi proseguimmo fino al fondovalle, al rio di Co’. Lì restammo in attesa che facesse notte, fra il tiro incrociato dei nostri e dei tedeschi senza riuscire a distinguere questi da quelli, quindi senza poter decidere dove andare e col rischio d’imbatterci nei tedeschi, in uno dei loro attacchi. La nostra avventura continuò ancora nella notte e nei giorni successivi perché la battaglia di Purocielo fu lunga e dura ed ebbe termine solo quando, dopo una estenuante marcia piena di pericoli e di incertezze, si potè attuare il collegamento con gli alleati. Ma non è di ciò che vorrei parlare, piuttosto di ciò che accadde dopo, quando molti, la maggioranza dei partigiani dei due battaglioni della 36a brigata aderì all’invito di riprendere le armi, in formazioni regolari, per accrescere la presenza italiana nella guerra e per far valere i nostri diritti alla cobelligeranza e all’indipendenza.

Entrai a far parte di un gruppo di ex partigiani della brigata, costituitosi in compagnia autonoma sul fronte di Borgo Tossignano con l’8a Armata britannica.

Ricordo un episodio accaduto verso la fine del febbraio 1945. A mezzanotte era terminato il turno di perlustrazione della nostra pattuglia. Alle due, quando già dormivamo tranquillamente in cantina, fummo svegliati di soprassalto: i tedeschi stavano coprendo il paese di cannonate. L’ufficiale inglese ci invitò a restare in cantina sostenendo che sarebbe stata una follia uscire fuori sotto un tale fuoco di artiglieria e che conveniva attendere l’arrivo dei tedeschi. Ci disse di stare tranquilli, avrebbe pensato lui a parlare con loro. Come se l’inglese neppure avesse aperto bocca, Simì, il nostro comandante di compagnia, stabilì che un volontario doveva salire all’ultimo piano della casa insieme al mitragliere: accettai subito e feci le scale di corsa, ancora stordito dal brusco risveglio.

Gli altri, a gruppi, si piazzarono fuori, nei punti strategici del paese. Il bombardamento durò tutto il resto della notte. Dalla finestra dell’ultimo piano potevo avere un’ampia visione di ciò che accadeva, anche se, ovviamente, il buio nascondeva molte cose. Le mitragliatrici tedesche sparavano senza tregua con proiettili luminosi: le raffiche disegnavano nella notte delle linee tratteggiate di colori vivissimi che spesso s’incrociavano, si accendevano e si spegnevano a intervalli irregolari. I nostri fili telefonici erano saltati subito con le prime cannonate, per cui non potevamo più comunicare con l’artiglieria alleata la quale così, proprio quella notte, rimase in silenzio.

La fanteria inglese si era ritirata di qualche chilometro. Ogni tanto, in mezzo alla musica continua delle cannonate, i tedeschi ci offrivano, come diversivo, delle bombe sparate da una macchina lanciarazzi. Questi enormi proiettili non colpivano con esattezza, ma erano tremendi: le case colpite crollavano completamente.

Già si annunciavano le prime luci dell’alba quando il fuoco tedesco cessò; ma dopo alcuni minuti, da oltre il fiume, si accese una fiammata improvvisa, subito seguita da un sibilo terrificante, che durò alcuni interminabili secondi, poi l’ultima salva di lanciarazzi si abbattè sul paese. Quella notte non un partigiano aveva abbandonato il proprio posto, e appena giorno ci abbracciammo allegramente perché il paese era ancora nostro, anche se erano sparite alcune case. Ma non era ancora finita: a un tratto udimmo dei colpi molto strani. Guardammo fuori: il campanile era preso di mira da un cannone tedesco che sparava ad alzo zero da breve distanza.

In due ci recammo di corsa sul campanile: vi trovammo le due vedette che erano scese al piano di mezzo. La metà superiore del campanile andava a pezzi sotto i colpi del cannone. Dalla feritoia della finestra entrò una fucilata che mi sfiorò l’occhio destro.

Improvvisamente udimmo uno strano rumore, come qualcosa che precipitasse giù per la scala, sopra di noi. Il mio amico non esitò, salì alcuni scalini, ma subito ritornò indietro: aveva in braccio, raccolto al volo, un proiettile inesploso del cannone tedesco.

Si decise di buttarlo dalla finestra solo per far cessare i nostri insulti. Poi finalmente si fece viva l’artiglieria inglese e anche quel cannone si ritirò in silenzio.

 

 

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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