Nicoli Remo (Nome di battaglia Enzo)


Nasce il 6 agosto 1923 a Bologna. Presta servizio militare in aeronautica a Bolzano e Forlì. All’inizio del 1944 organizza un nucleo di partigiani che operarono tra Osteria Grande e Varignana (Castel S. Pietro Terme), e che compie numerose importanti azioni. In estate si trasferisce nella zona tra Castel Maggiore e Granarolo ed entra a far parte della 2ª brigata Paolo Garibaldi, della quale diventa commissario politico nel novembre.

Il 1° dicembre 1944 rientra a Bologna e assunse il comando della 1a brigata Irma Bandiera Garibaldi. Arrestato dai fascisti il 14 marzo 1945 è rinchiuso in S. Giovanni in Monte (Bologna) e a lungo torturato. Viene ucciso il 4 aprile 1945 presumibilmente in S. Giovanni in Monte.

Il ricordo della sorella Clara Nicoli Partigiana nella Brigata «Irma Bandiera» 

L’ARRESTO DI « ENZO »

Remo Nicoli (« Enzo ») era operaio dell’officina Righi. L’8 settembre si trovava militare all’aeroporto di Forlì, da dove riuscì a sfuggire all’accerchiamento dei tedeschi e a raggiungere la famiglia, sfollata ad Osteria Grande di Castel S. Pietro Terme. L’inverno 1943- 1944 lo trascorse ad organizzare i giovani del Ponte Vecchio di Castello, nel Fronte della Gioventù. Mancavano le armi, ed « Enzo », sulla scorta dell’esperienza degli « anziani », cominciò il disarmo dei repubblichini.

Nell’autunno 1944 fu responsabile militare della zona di Castelmaggiore, una delle più tormentate del Bolognese. I tedeschi e i fascisti compirono gli eccidi della Biscia e di Sabbiuno. Quando ai primi di dicembre 1944 a Castelmaggiore in casa di Magri, gli fu comunicato che doveva andare a Bologna ad assumere il comando della brigata « Irma Bandiera », il giovane partigiano si preparò con meticolosità e nella stessa notte volle portare a compimento una difficilissima operazione che gli era stata affidata in precedenza.

Venne a Bologna nel tremendo inverno 1944. Si stabilì in via Bertiera 6, nella casa di Bacchilega. Di lì condusse una micidiale lotta armata contro la Gestapo nazista e le brigate nere. Al primi di marzo alcuni giovani furono arrestati al Pontevecchio, quindi interrogati e torturati. La maggioranza di essi resistette oltre le umane possibilità, ma le bestiali sevizie riuscirono ad aprire uno spiraglio nel muro di silenzio.

La sera del tredici la Gestapo irruppe nella base di via Bertiera. Ero in casa io, sua sorella. Mi prelevarono e mi tradussero in via Santa Chiara, nella tana della polizia tedesca. Nella notte mi riportarono a casa. Avevano cambiato parere. Pensarono di catturare « Enzo » prima che sapesse di essere stato scoperto. Passarono ore di trepidazione. Non potevo avvertire i compagni. Fuori, il cerchio nazista. Quando al mattino « Enzo » rientrò cadde nella trappola, e subito arrestarono anche tutti i compagni che in quei giorni frequentavano la casa.

Arrestarono me, la Paola, Isabella, Fustini ed altri. Riuscii ad incontrarlo prima di uscire dalle carceri. Le torture non lo avevano piegato. Ci abbracciammo. Remo mi rassicurò che non aveva fatto nessun nome. Disse anche di non portare rancore per l’involontario delatore. Vide, disse, i ragazzi di Pontevecchio orrendamente torturati.

« Ma tu, in che stato ti hanno ridotto » gli mormorai, angosciata. Rispose : « Coraggio, fatti coraggio, ho resistito nonostante tutto. Solo quando mi hanno applicato le scandiglie elettriche ai piedi ho creduto di impazzire ».

La sera del 4 aprile 1945 dal portone di S. Giovanni in Monte uscì un camion carico di partigiani prigionieri.

Fra di essi vi era anche « Enzo ». Quale fu la sua destinazione? Quale è stato l’ultimo suo supplizio? I tedeschi lo hanno fatto scomparire. Io ed i miei genitori attendiamo ancora di sapere che fine ha fatto.

La testimonianza di Isabella Agati Partigiana nella Brigata «Irma Bandiera»

I primi giorni del marzo 1945, a seguito della sparizione di una spia repubblichina di cui non sapevo nulla, la mia casa fu piantonata dalla brigata nera. A stento riuscii a salvarmi e mi rifugiai in via Galliera, presso dei miei parenti. Mandai un mio zio con una lettera ad avvisare della cosa il comandante Remo Nicoli, abitante allora in via Bertiera, perché pensasse lui ad avvisare immediatamente i compagni.

Nella casa del Nicoli però c’erano nascosti dei tedeschi che presero mio zio con la lettera. Avevo tenuto mio zio all’oscuro di tutto, per motivi di sicurezza, ma mio zio, preso alla sprovvista e non sapendo cosa dire, portò i tedeschi dove c’ero io.

Mi portarono allora in casa del Nicoli. Nel frattempo avevano arrestato altre staffette e il vice comandante Enzo Fustini. Quando ci trovammo faccia a faccia feci capire a gesti che io non li conoscevo.

Ci portarono nella sede del comando delle SS in via Santa Chiara. Il mio interrogatorio durò otto ore consecutive. Non potendo negare la mia appartenenza alla Resistenza e il comandante Nicoli sapendo di poter contare su di me, disse che i contatti che aveva poteva mantenerli solo per mio tramite. Da quel momento mi comportai in modo che nessun altro arresto fosse fatto dopo il nostro: non volevo che un altro compagno subisse la nostra sorte. Per otto ore dissi bugie, in uno stato di tensione tale che dopo, per lungo tempo, ne subii le conseguenze con forti perdite di memoria. Dissi che avevo fissato gli appuntamenti nella chiesetta della Pioggia, vicino a casa mia, per quattro giorni, mi portarono sul luogo del finto appuntamento e fortunatamente tutto andò secondo i miei piani. Non dimenticherò mai quando mia madre mi venne a cercare, facendo quella « via crucis » che io avevo già percorso due mesi e mezzo prima, di caserma in caserma, alla ricerca di mio marito.

Mi ritrovò (sentii solo la voce) e Clara Nicoli, sorella del comandante Nicoli, mi disse, guardando da una fessura, che le sembrava che mia madre fosse alla prese con un soldato. Eravamo rinchiuse in una cantina e guardai attraverso un buco che c’era in una piccola finestra e vidi che questo delinquente, un italiano al servizio delle SS, teneva lontano la donna dandole dei colpi col calcio del moschetto, dicendole che lì non c’era nessuno e che se ne andasse subito. Insorgemmo tutte e quattro (tante eravamo) come furie, gridando che era un delinquente ed ogni altra sorta di vituperi. Tranquillizzai mia madre, dicendole che sarei andata a casa presto. Così lei seppe che ero ancora viva. Delle mie compagne di carcere due furono rilasciate dopo due giorni e Clara Nicoli dopo quindici.

Purtroppo per me e Remo non c’era scampo. Remo, sopportando le torture, era rimasto fermo alla prima deposizione. Così anche gli altri, fra cui Enzo Fustini, un esponente del « Fronte della gioventù », furono rilasciati perché nulla c’era precedentemente a loro carico.

Tutto questo era accaduto perché un certo Bibi, non sopportando le torture, aveva fatto il nome di Nicoli nella speranza che questi avesse già cambiato residenza e così era venuto l’arresto. Incontrando Nicoli nel corridoio delle cantine mi disse, in un attimo, di far sapere a sua sorella come si erano svolte le cose e di non portare rancore a Bibi, perché l’aveva visto in uno stato tale che nessuno avrebbe resistito ad un martirio simile.

Pochi giorni prima della liberazione di Bologna, i tedeschi vuotarono le carceri e a noi donne la sorte fu favorevole. Non così per parte degli uomini. Di Remo Nicoli, di Bibi e di altri 18 partigiani non furono mai trovati i corpi.

Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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