14 aprile 1945 Imola (BO) è libera


Dall’inizio di aprile ricomincia l’avanzata alleata nella pianura, giorno dopo giorno le città vengono liberate, i tedeschi e gli ultimi repubblichini fuggono in direzione nord. I partigiani sono sempre in prima fila e in molte occasioni sono loro ad accogliere le truppe alleate oppure preparano la strada libera per gli alleati. Il 14 aprile 1945 è la volta di Imola, viene liberata e la gente si riversa per le strade a festeggiare la tanto attesa liberazione. Nei ricordi dei partigiani gli episodi che portarono alla liberazione della cittadina.

Luigi Lincei. Medico partigiano nella 62a Brigata Garibaldi e commissario politico del distaccamento di Imola della 7 a Brigata GAP

Verso mezzogiorno del 14 aprile 1945 venne nel nostro rifugio Ezio Serantoni a confermarci l’imminenza della liberazione. Ci disse di riunire tutti i GAP, di armarci, di attaccare, e di salvare i ponti e le attrezzature cittadine. A me chiese di prendere subito contatti con il Comando alleato. Dovevo agire da solo. Mi avviai, armato, con ilfazzoletto rosso al collo, verso porta Appia. Lungo il viale della stazione vidi una pattuglia di soldati in divisa kaki: mi accorsi che erano polacchi. Mi presentai come partigiano e questo mio primo contatto fu accolto con diffidenza: scortato da due soldati fui portato un chilometro più indietro, al comando da campo. Frattanto incrociammo altre pattuglie che avanzavano a passo di marcia lenta.

Giunto al comando, che aveva sede in una villetta di via Coraglia, fui presentato ad un maggiore dei carristi. Diedi notizie sulla situazione a Imola, mi fu richiesto di segnare nella pianta della città, le sedi dei presidi fascisti, degli sbarramenti, dei campi minati, delle postazioni di artiglieria e anche se vi erano i camion di legno che i tedeschi mettevano in giro per ingannare gli alleati. Si informarono su eventuali franchi tiratori e vollero anche sapere quanti erano i partigiani e le azioni compiute.

Ricordo di aver esagerato sul numero. Mi trattarono molto bene, mi offrirono caffè e sigarette. Notai che le mie informazioni venivano immediatamente trasmesse per radio alle pattuglie avanzate. Un ufficiale mi prese il fazzoletto rosso che avevo al collo: ebbi l’impressione che volesse tenerselo per ricordo; infatti, in cambio mi diede sigarette.

Dopo circa un’ora, con una scorta ritornai al centro di Imola. La piazza si stava riempendo di gente. Davanti al bar Commercio avevano messo due damigiane di vino su un tavolo. Tutti bevevano. Restai sorpreso nel vedere tanta gente con la fascia tricolore al braccio: io, che ero commissario del distaccamento imolese della 7a GAP, non avevo mai saputo che vi fossero tanti partigiani armati a Imola.

Mi recai in Municipio, dove era riunito il CLN e la campana del Comune suonava a festa. Al portone centrale mi fermarono, perchè non si poteva salire sopra. Ero armato e salii ugualmente. Mi incontrai con Dante Pelliconi. Fui invitato ad andarmene dopo che ebbi spalancato una porta. Rimasi malissimo. Vidi diverse persone discutere attorno ad un tavolo. Era la prima riunione ufficiale del CLN.

Mi rimisi a tracolla la « maschinenpistole » e molto avvilito per questo primo scontro con la burocrazia, me ne tornai a casa, per riabbracciare i miei genitori.

Alessandro Carlo Dallea. Partigiano nel battaglione di montagna della Brigata SAP « Santerno » e nel distaccamento della 7a Brigata GAP di Imola

Gli alleati avevano ripreso l’avanzata il 6 aprile, preceduti da bombardamenti a tappeto nei centri della bassa: Massalombarda, Mordano, Bagnara, Sesto Imolese, Sasso Morelli e nell’arco di tutto il fronte da est e da sud, mentre le artiglierie martellavano la città di Imola.

L’11 aprile 1945 anche il mortaio a tiro ridotto martella Imola e dintorni e la notte del 12 aprile, verso ponte Massa, la San Vitale viene illuminata a giorno, ad opera di quel famoso aereo che il popolo chiamava « Pippo », che ha seminato centinaia di bengala.

Verso le 8 del 14 aprile 1945 usciamo dalla base armati per incalzare le ultime pattuglie tedesche che tengono la città e in questa operazione cade il compagno Anacleto Cavina proprio mentre, verso le due pomeridiane, da porta Faentina (già porta Servi) i primi avamposti dell’8a armata alleata entrano in Imola liberata.

Domenica 15 aprile 1945 la città si presenta gremita come in un giorno di fiera; il lavoro riprende nei campi e alla periferia industriale vengono riprese tutte le attività, in tutti i settori artigianali e commerciali ed inizia la ricostruzione.

Per tutto questo noi combattenti e resistenti abbiamo operato, dedicando la nostra umile esistenza e volontà per realizzare una società migliore in un mondo migliore.

Ferruccio Montevecchi. Partigiano nella Brigata SAP « Santerno »

Alle 10 circa del sabato mattina, il 14 aprile, giunse invece Tonino per comunicarmi che l’insurrezione sarebbe avvenuta a mezzogiorno. L’ordine di Miglino era quello di condurre le squadre a casa sua, dove ci avrebbe forniti di un bracciale e di una tessera e recarci quindi alla sede della « Protezione antiaerea », in via Verdi, per ritirare le armi.

La giornata era splendida, ma il cielo era oscurato, a tratti, da nubi di polvere prodotte dai calcinacci che cadevano dalle case colpite dal cannone; un acuto odore di esplosivo stagnava nell’aria. Non vidi l’ombra di un tedesco ma non ebbi fortuna: dei dieci partigiani che componevano la mia squadra ne rintracciai soltanto sette e quattro di questi si rifiutarono di seguirmi. Quando poi, pochi minuti dopo mezzogiorno, incontrai Medeo, la delusione fu completa: al momento della verità, di tutta la nostra compagnia, una quarantina di sappisti, eravamo presenti soltanto in quindici, più Novello, un partigiano della pianura che era rimasto ferito ad un braccio in uno scontro sulla via San Vitale; poiché non poteva adoperare il moschetto gli passai la « Beretta ».

Il nostro obiettivo era quello di occupare e presidiare la Rocca sforzesca, sede delle carceri nazifasciste, e catturare gli eventuali briganti neri che ancora vi si trovavano. Non sarebbe stato, evidentemente, un compito facile, ma il pensiero di tornare a combattere dopo mesi d’inattività ci galvanizzò. Per raggiungere la fortezza, che si trovava al di fuori della cintura protettiva eretta dai tedeschi attorno a Imola, passammo attraverso uno stabile di via Saragozza, munito di due ingressi (che io conoscevo bene essendomene servito più volte): quando sbucammo in viale Saffi scorgemmo dei paracadutisti che stavano dirigendosi verso la periferia.

Sparammo, ma non li colpimmo; alcuni di loro si misero a correre lungo il viale, altri si rifugiarono all’interno di Casa Gardi. Attendemmo alcuni minuti al riparo dei tigli del viale, poi una donna, da una finestra del caseggiato, ci avvertì che tre soldati si erano dileguati attraverso i campi e che un quarto era nascosto in cantina. Lo catturammo subito: all’imbocco della scala lo ammonimmo che se non si arrendeva subito lo avremmo stanato con le bombe a mano e lui fu lesto a salire con le mani alzate. Non gli fu torto un capello, forse perché faceva pena: aveva la divisa sudicia e scucita, una barba di più giorni che nascondeva un viso pallidissimo e tremava come una foglia; poteva avere si e no vent’anni, un ragazzo, come noi. Mentre Pucci (Lino Balbi) lo scortava al comando di battaglione, entrammo nella Rocca, che trovammo deserta, popolata soltanto dai fantasmi di coloro che, ancora poche ore prima, avevano sofferto inenarrabili torture da parte degli sgherri fascisti. Usciti da quel tetro luogo ci imbattemmo in tre polacchi, fucile a tracolla e sigaretta in bocca; provenivano da via degli Orti e ci vennero incontro senza mutare atteggiamento, per nulla sorpresi. Ci offrirono sigarette profumate sorridendo, ci salutarono e proseguirono dirigendosi verso porta Bologna.

Poco dopo le 15 giunse una staffetta con l’ordine di rientrare al comando, sotto l’atrio del palazzo comunale. Per strada uomini e donne ci salutavano, chi con le lacrime agli occhi, chi con grida gioiose; in piazza, poi, era il finimondo.

Una moltitudine di gente entusiasta e festante andava e veniva senza méta, cantando, abbracciandosi, mentre il campanone della torre civica suonava a distesa.

Sul volto di tutti c’era la grande gioia della conquistata libertà.

Anche noi eravamo commossi per queste dimostrazioni di affetto da parte di persone che mai avevamo conosciute. Ci chiedemmo, l’un l’altro, notizie su come si era svolta l’insurrezione e così appresi che erano stati catturati altri sette tedeschi: tre in via Selice, due in via Aldrovandi, due ancora in via Tozzoni; due paracadutisti erano rimasti uccisi in via Vittorio Veneto e uno in via Pambera.

Ma anche un partigiano (probabilmente si riferisce a Anacleto Cavina. ndr) era caduto, in via Emilia, presso la piazzetta dei Servi.

Man mano che la folla aumentava, notai una cosa che mi stupì; vidi cioè moltiplicarsi anche coloro che portavano il bracciale e tra questi i quattro sappisti che non avevano voluto seguirmi. Fui tentato di rimproverarli, poi lasciai perdere; anzi, li ignorai per non metterli in imbarazzo. Mi dissi che, alla fine dei conti, in un giorno come quello nella piazza c’era posto per tutti. Ciò che contava, veramente, era che la guerra si allontanava, e con essa la paura e il terrore. Lontano, infatti, si sentiva ancora il rombo del cannone anticarro e il crepitio della mitragliatrice, ma la città era già in festa. Noi, del battaglione SAP, avremmo trascorso ancora una notte mobilitati, fianco a fianco con polacchi e inglesi, poi avremmo deposto le armi. Il compito dei partigiani, l’indomani, sarebbe stato quello di rimarginare le ferite che la guerra aveva lasciato dietro di sé, rafforzando una volta di più i legami con quel popolo generoso che ci aveva eroicamente sorretti durante quell’interminabile inverno in prima linea.

Amedeo Ruggi. Partigiano nella 36a Brigata Garibaldi.

Alla vigilia della liberazione il grosso delle brigate nere imolesi abbandonò la città; prima di andarsene compirono la strage di pozzo Becca e altre violenze alla Rocca. Restarono i tedeschi, anzi si infittirono. Poi dai bombardamenti si passò ai mitragliamenti e ci rendemmo subito conto che i tempi si acceleravano. Noi cercammo di fare il possibile per evitare che fossero distrutti i ponti sul Santerno, ma non ce la facemmo e i polacchi poi ci rimproverarono. La cosa riuscì invece a Castel Guelfo, dove una partigiana riuscì a disinnescare le mine salvando il ponte.

Nella sede della cooperativa meccanici, dove avevamo un deposito di armi, cominciammo a distribuire fucili e mitragliatrici, poi, alla vigilia dell’attacco finale, ci riunimmo nel Teatro comunale dove fu deciso di piazzare delle pattuglie in vari punti della città. Nel piazzale della Rocca vi fu un attacco a un nido di mitragliatrici tedesche.

All’una circa del 14 aprile 1945 i SAP riuscirono a prendere contatto con i polacchi che erano oltre il Santerno. Lincei andò al di là del fiume e poi ritornò dicendo che bisognava assicurare gli alleati che la città era nelle nostre mani. Io mi incontrai poco dopo nella via Appia con un ufficiale polacco e con un partigiano della 36a brigata. Il polacco mi disse che aveva l’ordine di andare sul campanile di San Cassiano e di lassù sparare una lunga raffica che voleva dire che la città era nostra. Nella torre del municipio il CLN aveva issato una bandiera bianca.

Il polacco, il partigiano ed io ci avviammo verso il campanile. Quando vi arrivammo fummo sorpresi da una scarica di granate che i tedeschi sparavano con un Panzer dalla zona dei Cappuccini. Ci fermammo anche perché fummo investiti dal pietrisco che cadeva dall’alto del muro colpito. Aspettammo un po’, poi attraversammo il piazzale ed entrammo nel campanile e salimmo. Dall’alto il polacco sparò alcune raffiche e la truppa cominciò ad avanzare. La sera del 14 aprile i polacchi entravano nella città presidiata e protetta in tutta la cintura dai partigiani che avevano piazzato mitragliatrici nei punti principali e lungo la via Emilia, in direzione di Bologna.

La notte passò calma. Solo qualche colpo di fucile nelle zone di contatto. I tedeschi avevano deciso di andarsene. Il giorno dopo tutta la città si riversò in quella piazza che nei mesi addietro era stata scena di tante dure lotte. I partigiani cominciarono ad interessarsi della riorganizzazione dei servizi, della sanità ed anche dei problemi annonari. La città molto danneggiata, specie dalle granate, era disorganizzata, la gente aveva fame, mancavano l’energia elettrica, l’acqua e il gas.

Cominciò così la ricostruzione, sotto il controllo dei partigiani e degli organismi democratici che erano risorti come espressione della volontà unitaria che aveva animato la Resistenza.

Giuliano Vincenti. Partigiano nelle brigate « Matteotti » e « Bonvicini »

Ovviamente ricordo anche il mio arresto avvenuto nel febbraio 1945 a seguito di una delazione. A quell’epoca venni trasferito prima in un carcere di Medicina (una ex caserma dei vigili del fuoco), poi in una località ignota in mezzo ai campi ed infine alla Rocca di Imola. È da questo carcere che esco il 14 aprile 1945, verso le 16, all’arrivo delle truppe polacche. In verità sono due secondini civili (i carcerieri tedeschi e fascisti sono già fuggiti portandosi dietro alcuni detenuti e dopo averne uccisi altri) che mi invitano ad andarmene prima che gli ultimi tedeschi mi uccidano.

Le ultime immagini, che colgo in un attimo nel cortile della Rocca, sono quelle di tedeschi feriti e morti e di alcuni militari che preparano rudimentali croci di legno.

Ho in faccia una barba di 50 giorni quando rivedo la luce del sole fuori del carcere.

Un piccolo sottufficiale tedesco, « P.38 » in pugno, mi chiede il nome della strada sulla quale sosta mentre consulta una carta topografica. Non lo conosco e lo dico. Mi allunga un calcio ed urla un « raush! ». Qualche ora dopo, con la febbre addosso, affamato e carico di pidocchi, sono a chiedere ospitalità a Don Giulio Minardi dell’Istituto di S. Caterina che qualche settimana prima aveva fatto visita ai detenuti della Rocca. Qualche giorno dopo è ormai certo che i tedeschi sono in definitiva fuga. Un bando alleato stabilisce che non ci si può allontanare troppo dal centro urbano. Il desiderio di tornare a casa, e di avere notizie dei compagni, mi fa rimettere in marcia a piedi. Sulla via Emilia un imberbe carabiniere mi chiede i documenti di identità. Non ho nulla da mostrargli perché la « carta » con alcuni dati alterati è rimasta in mano tedesca. Glielo dico e lui mi risponde che deve fermarmi ed avviarmi ad un apposito centro di raccolta. Gli prometto che abbandonerò la strada e marcerò attraverso i campi. Il giovane militare si guarda intorno ed io me la squaglio in fretta nella vicina campagna.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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