15 aprile 1919 i fascisti uccidono a Milano


Socialisti e Camera del Lavoro proclamano uno sciopero generale con comizio all’Arena in protesta contro la repressione poliziesca avvenuta due giorni prima. Alle ore 16 circa, come scrive Salvemini, “dopo che il comizio socialista si era sciolto, una parte della folla che ostentava bandiere rosse e nere e ritratti di Lenin e dell’anarchico Malatesta, si mise in marcia verso il centro della città. È chiaro che gli spartachisti e gli anarchici si erano messi d’accordo per organizzare una dimostrazione senza il concorso dei socialisti di destra e dei massimalisti”.

Contemporaneamente si forma in piazza del Duomo a Milano una controdimostrazione formata da fascisti, che si scontra con una colonna di anarchici che ritorna dal comizio, e che non aveva accettato la proposta di ritornare il giorno seguente al lavoro.

Tra via Mercanti e via Dante l’agguato. Trecento, forse quattrocento (nove su dieci sono arditi – ufficiali studenti del Politecnico ed aderenti alle associazioni tricolori, , guidati dal federale Vecchi – uno su dieci è futurista, li guida Marinetti) provenienti dalla redazione de «Il Popolo d’Italia» di via Paolo da Cannobio armati di mazze ferrate, pugnali, pistole, bombe a mano, confluiscono verso il centro cercando ed ottenendo lo scontro coi manifestanti, mentre carabinieri e militari lasciano fare.

I fascisti sparano. Un proiettile attraversa la nuca di Teresa Galli (di 20 anni) operaia alla ditta Gioia che muore sul colpo è la prima vittima violenza fascista.

A margine degli scontri una colonna di manifestanti fascisti, attacca la sede dell'”Avanti” in via San Damiano, la invade, distruggendola completamente ed infine la incendia. Mussolini nei giorni successivi si vanterà del delitto e rivendicherà per i fascisti la responsabilità e l'”onore” della distruzione della sede dell'”Avanti”, e ci terrà a far notare che quando era avvenuto è dovuto all’impeto delle squadre fasciste.

Anche Marinetti ricorderà nelle sue memorie questa giornata come la vittoria del movimento fascista sul bolscevismo.

Il 15 aprile 1919 rimarrà memorabile nella storia d’Italia. Era preannunciata una formidabile offensiva bolscevica per sbaragliare le nostre forze esigue e impadronirsi insurrezionalmente di Milano.

Avevamo deciso, il 14 sera, con Mussolini, nella stanza direzionale del “Popolo d’Italia”, di stare vigilanti. Pertanto, Arditi, Futuristi e Fascisti apparvero in piazza del Duomo e in Galleria verso le due pomeridiane a piccoli gruppi, pronti e armati di rivoltella. Intanto si svolgeva all’Arena, un comizio di più di centomila scioperanti, fra i quali non meno di trentamila sovversivi decisi all’insurrezione. L’autorità, con relativa polizia e truppe, era assente, o quasi.

Con Ferruccio Vecchi e il poeta futurista Pinna, tenente d’artiglieria, e i futuristi Armando Mazza, Luigi Freddi e Mario Dessy, entrai nella Pasticceria della Galleria, subito seguito da altri Futuristi, Arditi e Fascisti, ansiosi di agire. Ero calmissimo, freddo, ma convinto che occorreva affrontare la lotta ad ogni costo. I gruppi si riunirono, si formò un piccolo corteo. Questo s’ingrossò. Lo diressi, con Ferruccio Vecchi, verso il Politecnico, dove sapevamo che il tenente bombardiere Chiesa aveva organizzato e teneva pronti trecento studenti ufficiali. Appena fummo giunti al portone dell’Istituto, questi si rovesciarono fuori, e arringati, incolonnati, marciarono, evitando i cordoni di fanteria, per il Naviglio, Corso Venezia, via Agnello, Piazza della Scala. Il numero e il furore bellicoso della colonna aumentarono. Il cordone di fanti che chiudeva la Galleria fu travolto. Camminavo in testa, con Vecchi, Pinna, Cesare Rossi. Ero sicuro ormai dell’urto inevitabile e decisivo; volevo aumentare la potenza della colonna, e perciò invitavo brutalmente i passanti a seguirci. Questi applaudivano, ed io li chiamavo con tale irruenza, che alcuni, intimoriti dai miei occhi feroci, scapparono a gambe levale. La colonna avvolse il monumento di Vittorio Emanuele, lo coperse, impolpò di corpi agitati e di braccia gesticolanti.

Alcuni discorsi inutili rivolti alla facciata del Duomo, mentre tulle le facce erano rivolte all’imboccatura di Piazza Mercanti e relativo cordone di carabinieri e fanteria.

Dalla groppa di un leone del monumento, sorvegliavo. Giunge, trafelato, l’ardito Meraviglia, mandato in perlustrazione. Sentiamo la cantilena di “Bandiera rossa” che si avvicina. Appare la lesta della colonna bolscevica. Come una grande alzata di frutta si rovescia sulla tavola, così il monumento di Vittorio Emanuele si svuota, e ci slanciamo tutti a passo di corsa verso il cordone di carabinieri dietro al quale si avanza con passo ritmato la colonna nemica, preceduta dagli anarchici, fiori rossi all’occhiello, tre donne in camicetta rossa, due ragazzi con nelle mani alzate il ritratto di Lenin. Un randello vola al di sopra dei carabinieri e mi cade ai piedi. È il segnale. Un colpo di rivoltella, due, tre, venti, cento. Sassi, randelli volanti e randellate precise, “a noi, a noi, Arditi”!

Il cordone dei carabinieri si divide, scompare. Sono in prima linea, con me Vecchi, Pinna, Armando Mazza, Mario Dessy, Cesre Rossi, Ghetti, Freddi, Manfredi Oliva, il tenente Chiesa, Bini, i capitani Bassani e Calamati, Piero Belli, Cavallari e molti altri audaci.

Un mio amico è ferito alla mano, vicino a me. Noi, tutti in piedi. Poi, di slancio, a passo di corsa, contro i nemici. Si sbandano; molti, presi dal terrore, si appiattiscono a terra tra gradino e gradino della loggia di destra. Cazzotto un giovane socialista che cade e al quale urlo, afferrandolo pel collo: “Grida almeno “Viva Serrati!” e non “Viva Lenin!”, imbecille!”. Il mio avversario, stupitissimo, non capì, forse non capirà mai, questa mia lezione di politica europea inculcata coi pugni.

La nostra colonna vittoriosamente insegue i nemici, sbandandoli, ed essi rispondono a revolverate dai portoni e dal monumento a Parini. Le revolverate, che ormai hanno un crepitare continuo di fucileria, fanno echeggiare via Dante. Ci fermiamo davanti al teatro Eden, vittoriosi. La battaglia è durata un’ora. Ricomponiamo la nostra colonna che, mezz’ora dopo, travolgendo altri cordoni di truppe, giunge in via San Damiano, assalta e incendia la Redazione dell'”Avanti!”, ne defenestra i mobili, ma non vi trova il direttore Serrati. Fra i primi entrati nelle sale dell'”Avanti!”, il futurista Pinna ebbe il braccio ferito da una revolverata. Molti altri feriti; ma la colonna, ormai padrona di Milano riconquistata, ritorna in piazza del Duomo, ritmando la sua marcia col grido: “L’Avanti! Non è più” e portando in testa l’insegna di legno del giornale incendiato, che fu donata a Mussolini, nella redazione del “Popolo d’Italia”.

Giungeva, il 16 aprile, a Milano, il generale Caviglia, mi chiamava all’Hotel Continental, dove, con Ferruccio Vecchi, gli esposi la situazione.

Il vincitore di Vittorio Veneto, con la sua pronta intuizione, ci dichiarò: “La vostra battaglia di ieri in Piazza Mercanti fu, secondo me, decisiva”.

Infatti, Milano mutò completamente da quel giorno. La tracotanza bolscevica non era morta, ma colpita mortalmente.

 

 

 

 

 

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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