Veronesi Penelope (Nome di battaglia Lucia)


Nasce l’11 aprile 1916 a Bologna. Dopo l’8 settembre 1943 per evitare di essere mobilitata nei servizi ausiliari della Repubblica Sociale Italiana, rimane ospite nel collegio di S. Luca, dove insegna. Cessato il pericolo, «perché la voce era infondata», rientra a Bologna e spesso si reca a Sala Bolognese per visitare i genitori.

Nel corso una sosta a Bologna, in casa dello zio Pietro Benazzi, conosce alcuni dirigenti della lotta di liberazione.

Entra nel movimento partigiano, è addetta ai Gruppi di Difesa delle Donne di cui diventa dirigente a livello cittadino in sostituzione di Giovanni Bottonelli. Nel febbraio 1945, in sede di comitato si decide di organizzare una serie di manifestazioni delle donne per un maggiore loro contributo alla lotta di liberazione.

Con il gruppo dirigente si impegna nella organizzazione di interventi capillari per sollecitare la partecipazione di molte donne alla prima manifestazione prevista per l’8 marzo 1945 e anticipata al 3 marzo 1945 perché il 1° marzo i tedeschi pubblicano un manifesto incitante alla delazione.

Sono previsti premi in danaro e in sale a chi denuncerà un «ribelle». Dopo il successo di questa prima manifestazione, partecipa attivamente alla organizzazione della seconda che ha un segno più prettamente politico che si svolge il 16 aprile 1945. Dopo avere organizzato e guidato il corteo con il gruppo delle dirigenti in piazza VIII Agosto, salita sul monumento al Popolano, tiene il suo primo comizio politico. Nonostante la presenza di molti tedeschi e militi delle brigate nere, non esita ad incitare la popolazione ad unirsi al CLN «per imporre la pace, accelerare la fine della guerra anche di un giorno solo perché voleva dire migliala di morti in meno».

Designata dal PCI partecipa al primo consiglio comunale di Bologna nominato dal CLN e dall’AMG.

Il suo ricordo

Nel febbraio 1945, quando l’imminenza dell’offensiva alleata di primavera rendeva feroci, oltre il solito, nazisti e repubblichini, i « Gruppi di difesa della donna », decisero di preparare nel centro di Bologna, una serie di manifestazioni di donne che assumessero tutte un carattere di massa, per dare, in concomitanza con l’offensiva alleata e con l’incalzare della guerriglia partigiana, un maggiore contributo alla lotta di liberazione nazionale.

La prima manifestazione avrebbe dovuto aver luogo l’8 marzo, giornata internazionale della donna, e doveva essere, nell’intenzione delle responsabili, la prima grande manifestazione di strada: era assolutamente necessario che la manifestazione riuscisse. Per questo non ci si poteva affidare all’improvvisazione o alla spontaneità, bensì si rendeva necessaria una preparazione abbastanza studiata e capillare. La preparazione presentava notevoli pericoli, sia perché a Bologna le donne dovevano essere avvicinate, nella maggior parte dei casi, nelle loro abitazioni, sia perché le volevamo muovere con una parola d’ordine ben precisa: « fine della guerra, fuori i tedeschi  dall’Italia ». L’aspetto economico, pur necessario, e cioè la richiesta di zucchero, grassi, carne, pane per i nostri figli, era solo marginale.

A galvanizzare le dirigenti nella preparazione della manifestazione e garantirne la riuscita contribuì la ferocia dei nazisti che toccò il fondo della malvagità con il tristemente famoso manifesto del sale, il più infame che mai sia comparso, in quell’epoca, sui muri di Bologna. Con la scusa di volere garantire la sicurezza del paese, il comando tedesco prometteva premi in danaro e sale a chi denunciava un « ribelle ». Il premio partiva da un minimo di un chilogrammo di sale ad un massimo di dieci chilogrammi, a seconda del grado che il partigiano occupava nell’organizzazione.

Questo miserevole eccitamento alla delazione, fu un insulto alla coscienza delle donne bolognesi. La malvagità del manifesto aumentò il coraggio e la combattività delle dirigenti e delle amiche dei « Gruppi di difesa della donna », le quali, facilitate dall’indignazione che il manifesto aveva suscitato nelle donne, trovarono un buon terreno per preparare la loro manifestazione.

Tutte le organizzate si mobilitarono, ognuna si impegnò di avvicinare e di parlare almeno a tre o quattro donne di sua conoscenza, le dirigenti fecero riunioni nelle case, in prossimità dei posti di lavoro, nelle code di donne davanti ai negozi di generi alimentari, nei rifugi, negli ambulatori delle condotte, ovunque fosse possibile trovare donne.

La preparazione, facilitata ma resa anche più rischiosa dall’infame manifesto, cominciò a preoccupare dal punto di vista cospirativo. Erano state avvicinate moltissime donne. Il giorno 1 marzo io, la Gianna (Vittorina Tarozzi), la Paola (Maria Mantovani), l’Anna (Diana Franceschi) in una riunione con le dirigenti provinciali e cioè la Dina (Vittoria Guadagnini), e la Luisa (Celestina Galletti) manifestammo la nostra preoccupazione. La preparazione accurata, capillare correva ormai il rischio di perdere il suo carattere cospirativo e provocare strappi dolorosi nel tessuto dell’organizzazione.

Bisognava anticipare la data della manifestazione: questo era il nostro parere. Dopo un ulteriore scambio di idee ci lasciammo per rivederci nel pomeriggio di quello stesso giorno. Intanto la Dina e la Luisa si incontrarono con esponenti responsabili della Resistenza e discussero sul da farsi.

La manifestazione fu anticipata al 3 marzo. Grazie alla capillarità della nostra organizzazione potemmo avvisare molte donne. Alle ore 8,30 del giorno stabilito cominciarono ad arrivare da sole o a gruppi nell’atrio antistante la « Sala rossa » del Municipio. Volevano parlare con il podestà. Volevano pane, carne, grassi, zucchero, volevano a casa i loro uomini, erano stanche di vivere nei rifugi ed ammassate nelle vecchie caserme. Il podestà si rifiutava di riceverci, cominciammo ad urlare e intanto il numero delle donne aumentava, la schiera delle manifestanti ingrossava a vista d’occhio. Un usciere ogni tanto fingeva di invitarci al silenzio, poi, appena poteva, ci invitava a gridare e ci indicava la porta contro cui premere.

Finalmente fummo ricevute dal podestà che, salito su di una seggiola, tentò di parlare prima lui. Dopo averlo obbligato ad ascoltarci, questa fu la sua risposta: « Io sono sensibilissimo ai bisogni della popolazione, ma sono altrettanto duro di fronte ai disordini ed alle gazzarre ». In una protesta generale e fra le grida delle donne, si alzò la voce di una popolana che in un petroniano perfetto gridò: « Diventerà tenero anche lei, come lo sono diventati tanti altri ». Dopo aver detto tutto quanto avevamo deciso di dire formammo una lunga fila pre raggiungere la seconda tappa della manifestazione: la salara di Stato. Nell’atrio del municipio, prima di lasciarlo, avemmo modo di scontrarci con due repubblichini ed un’ausiliaria.

Percorremmo via Ugo Bassi e via Roma (ora via Marconi). Lungo la strada altre donne si unirono a noi e a metà di via Roma, la fila era cresciuta a dismisura. Anita Frontini, un’attivista dei « Gruppi », faceva la spola avanti e indietro, informando le responsabili della manifestazione circa il numero delle donne. « Se ne sono aggiunte altre — diceva — e siamo in tante. La fila è lunghissima, aumentiamo continuamente ». Prima di giungere alla salara trovammo alcuni militi delle brigate nere. Evidentemente informati delle nostre intenzioni ci avevano preceduto. Nostra preoccupazione fu quella di gridare per avvertire del nostro arrivo le operaie della Manifattura con le quali avevamo preso contatto il giorno precedente mediante la Ghermandi e la Caprini. Immediatamente le operaie scioperarono.

Dopo mezz’ora circa le dimostranti decisero di andare in Prefettura, ripercorso via Azzogardino, parte di via Riva Reno, ma mentre la testata della colonna svoltava per via Roma, fu fermata da drappelli, in pieno assetto di guerra, delle brigate nere, chiamate dal direttore della Manifattura tabacchi, per riportare l’« ordine » nella fabbrica.

La vista delle brigate nere, mise in luce l’ormai raggiunta coscienza politica delle donne bolognesi. Non vi fu infatti nessun fuggì fuggì, nessuna fu presa dal panico e dallo spavento, con disinvoltura e con fermezza le donne presero diverse direzioni. Favorite dal grande numero e dal fatto che via Azzogardino era un cumulo di macerie, le donne poterono sottrarsi alla caccia dei fascisti. Solo una ventina, cifra irrisoria se si pensa alle centinaia e centinaia di donne che avevano manifestato,  furono fermate. Portate davanti all’entrata principale della Manifattura furono messe contro il muro e lì tenute ferme per molto tempo. Appoggiati al muretto del canale, davanti alle donne si schierarono i militi, minacciandole in continuità. Ora impugnavano il mitra e giocherellavano con il grilletto, ora urlavano minacciando rappresaglie nelle famiglie, ora urlando e facendo roteare qualche scudiscio, nella speranza di indurle a parlare. Assieme all’Anelila Bergonzoni, una vecchia antifascista, dopo aver operato alcune trasformazioni nel vestiario, mi sbarazzai di una sciarpa che avevo intorno al collo, cambiai il fazzoletto che portavo sul capo, misi un paio d’occhiali neri e ci portammo in via Riva Reno dall’altra parte del canale.

Camminando disinvolte, come se andassimo per i fatti nostri, osservammo per un po’ l’andamento dei fatti senza insistere troppo, per non farci notare. Seppi poi da Gianna, durante un fugace incontro che ebbi con lei nel pomeriggio dello stesso giorno, dell’atteggiamento fiero di Nina, la quale, insultata da un ufficiale delle brigate nere, aveva risposto assestandogli in volto due poderosi ceffoni. Mentre le altre donne venivano liberate, la Nina e due profughe alloggiate presso una caserma cittadina furono portate nel carcere di San Giovanni in Monte. Non dissero una sola parola, durante i numerosi interrogatori, che potesse compromettere l’organizzazione.

A manifestazione avvenuta fu fatto, con altro scopo, lo stesso lavoro che ci aveva impegnate nella preparazione. Si trattava di conoscere con esattezza lo stato d’animo delle donne e quale era il giudizio che davano sulla manifestazione stessa. Con la stessa rapidità furono fatte una infinità di riunioni volanti di gruppi, di zona e di settore.

Il pomeriggio del 5 marzo, in una casa diroccata, situata, dirimpetto alla sede de « Il Resto del Carlino », in una riunione delle responsabili di settore, presenti le dirigenti provinciali Dina e Luisa, si fece il bilancio della manifestazione. Il giudizio unanime fu che il risultato della manifestazione era stato oltremodo positivo poiché alcuni vagoni di derrate alimentari destinate al fronte furono trattenuti a Bologna e fu effettuata una distribuzione supplementare di zucchero, olio e grassi, ma soprattutto perché le donne avevano dimostrato, oltre al coraggio ed alla combattività, una presa di coscienza politica eccezionale. In questi stessi giorni il CLN cittadino, i GAP e i SAP, con lettere e volantini, riconobbero il valore politico e militare della nostra manifestazione.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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