18 aprile 1945 Bologna esplode base partigiana


Il 18 aprile 1945, a tre giorni dalla Liberazione, in via Scandellara esplode una base partigiana. In quella base era stato nascosto l’arsenale da utilizzare per l’imminente insurrezione, non si conoscono le cause dello scoppio, forse un colpo di pistola partito accidentalmente da un partigiano, forse una bomba alleata (era in corso un bombardamento degli alleati). La deflagrazione provoca 13 morti e 4 feriti. Il ricordo nelle memorie di alcuni partigiani. 

Bacchilega Giuseppe (Nome di battaglia Drago) comandante del distaccamento « Antonio Rossi » di Medicina della VII Brigata Garibaldi GAP « Gianni ».

Li rivedo tutti, coi loro visi di ventenni pieni di gioia per l’imminente battaglia insurrezionale a cui ci stavamo preparando : « Pantera », « Leo », i miei compaesani « Biondin » e « Gim », e tutti gli altri. Allora non sapevo di dove venissero e conoscevo solo i nomi di battaglia. Li rivedo gioiosi prima e coi corpi smembrati tra le macerie della base distrutta dall’esplosione maledetta, i morti ed i feriti.

Nel ricordare la fine a tradimento dei quattordici gappisti, nella base di via Scandellara, sento il cuore gonfio e la mano non è sicura nello stendere queste righe. Rivedo Walter Giorgi di 18 anni, Dino Romagnoli anch’egli diciottenne (fratello di Adelaide Romagnoli), Alfio Zerbini, di 22, Iliano Zucchini di 23 anni, tutti di Bologna; di Castenaso morirono Rino Maiani di 18 anni, Giuseppe Zamboni e Dante Brusa,  entrambi di 19; i medicinesi Sergio Marchi di Villafontana come me ed Ezio Sabbioni di via Nuova, avevano rispettivamente 20 e 26 anni; di Imola erano Rossano Buscaroli di 22 anni ed Enzo Balducci ventiquattrenne; Luciano Zanarelli, 21 anni, era di Granarolo; il ventenne Enzo Zuffi abitava a S. Lazzaro ; Giuseppe Zambrini non rammento di dove fosse.

Come accadde il disastro? Non si è mai saputo con esattezza. La palazzina era piena di esplosivo ed io penso che sia stato un colpo d’arma sfuggito ad un gappista a provocare la deflagrazione. Questo fu il 18 aprile 1945, a tre giorni dalla liberazione.

La « base » era una palazzina nuova, sotto la massicciata della ferrovia che porta allo scalo San Donato, a levante; lì passano anche la linea di cintura e la Bologna-Rimini. Ormai serviva da punto di transito, accoglieva cioè i gappisti in arrivo dai distaccamenti di provincia per la battaglia finale. Poco più tardi, venivano inviati nelle basi all’interno della città, accompagnati dalle staffette.

Il 18 aprile potevamo essere una sessantina di uomini, dei quali alcuni sovietici ex prigionieri dei tedeschi.

La cantina era zeppa di casse di tritolo e di mine anticarro che noi del distaccamento di medicina avevamo sottratto ai tedeschi a Villa.

Le munizioni e le armi le avevo trasferite a Bologna con un camioncino « Balilla » a tre marce, in vari viaggi.

Naturalmente, il cassone aveva il doppio fondo e quando al passaggio obbligato di Castenaso sul ponte della ferrovia veneta (quello sulla strada era stato distrutto dagli aerei alleati) il maresciallo tedesco che comandava il posto di blocco, e che ormai era una vecchia « amicizia », mi diceva: « Tu avere armi oggi? ». Gli rispondevo scherzosamente: « Oggi ho una V-2 ». E lui replicava divertito : « Tu matto ».

Il 13 aprile compii l’ultimo viaggio. L’offensiva alleata sul Senio era iniziata tre giorni prima. Stavo partendo col tre marce quando una squadriglia di cacciabombardieri alleati iniziò una violenta incursione su Medicina.

La mia staffetta « Loredana » rimase ferita gravemente; la portai all’ospedale civile che allora era stato trasferito nell’orfanotrofio. Quando uscii poco mancò che non potessi portare a compimento la missione: una pattuglia di tedeschi bloccò me ed un un altro compagno per mandarci a scavare trincee. Il compagno riuscì a sfuggire, io dopo un po’ di trambusto ebbi la fortuna di far valere il « papier » rilasciato dalla Feldgendarmerie. Raggiunsi così la base di via Scandellara.

Il 18, attorno alle due del pomeriggio, tenemmo una riunione per procedere allo sgombero dei gappisti poiché era previsto per il giorno dopo l’arrivo di altri dalla provincia. C’erano fra gli altri « Libero », « Monello », Sternini e Walter Beghelli. A riunione conclusa lasciai la base per compiere una missione. Avevo appena percorso via Rimesse quando alcuni aerei alleati comparvero in cielo e cominciarono a fare delle picchiate, sparando raffiche di mitraglia. Ad un tratto una tremendo esplosione squassò l’aria.

Arrivò in bicicletta « Monello » e urlava : « Drago torna indietro ci hanno bombardato ! Gli aeroplani inglesi ci hanno bombardato ! ».

Col cuore in tumulto raggiunsi in un baleno la palazzina. Non riuscirò mai a descrivere quel che provai in quel momento. La palazzina non esisteva più, al suo posto c’era come un macero. Tutto attorno si vedevano morti e feriti, pacchi di volantini bruciacchiati, mitra, moschetti, fucili mitragliatori con le canne contorte. Mi venne incontro Sternini brancolando, col viso ridotto ad una piaga. Anche « Libero » giaceva tra i feriti. Ma non si capiva chi fosse ancora in vita e chi non lo era più.

Bisognava non perdere la testa; i nazisti potevano arrivare e portare loro a termine il massacro. Così cominciammo a raccogliere le armi ed i rottami e li buttammo nel pozzo. Giunsero infatti alcuni tedeschi e civili; pensarono al bombardamento.

Con alcuni ciclofurgoncini portammo i feriti alla sezione dell’Ospedale Maggiore allora distaccata nella scuola – collegio «San Luigi » di via D’Azeglio, il cui direttore, il professor Novi, ospitava i nostri feriti, e dove avevamo infermieri collegati alla Resistenza, come la madre di « Cogne » e Tarozzi.

Caricai sulla canna della bicicletta Sternini e lo condussi in una casa amica di via Mazzini, quindi tornai a prendere « Libero » che condussi in un’altra base di via San Vitale. Ai compagni morti tolsi i documenti personali per evitare che i nazifascisti potessero individuare le loro famiglie. Ero angosciato. La tragedia colpì duramente i superstiti. Proprio nel momento in cui stavamo per cogliere il frutto dei venti mesi di guerriglia!

Il giorno dopo andai all’ospedale. Vidi per primo « Cogne », ancora degente per una ferita riportata a Porta Lame; chiamò sua madre e mi fece condurre nelle stanze dove giacevano i compagni. Vidi per primi Sabbioni (Gim) e Marchi (Biondin), i miei compaesani. Erano ancora in vita ma non mi riconoscevano più : morirono ; vidi Balducci e Zucchini: stavano per lasciarci per sempre. Giunsi nell’ultima stanza, dove erano il medicinese Leone Rovinetti di Fiorentina, ingessato dal collo ai piedi, e Walter Beghelli.

Appena mi vide Leone mi disse : « Guarda in che condizioni sono ridotto » e la sua voce era disperata. Walter era in preda al delirio : « Drago, Drago portami via — urlava — portami via se nò sei un traditore! ».

Cercai di calmarlo : « Rimani tranquillo, ora vado a chiamare qualcuno ; rimani tranquillo che adesso ti curano ». Ma Walter continuava la sua insensata richiesta. Leone mi esortò : « Scappa fin che sei in tempo, che qualcuno non lo senta e chiami i fascisti ».

Ai nostri quattordici compagni, quelli morti nell’esplosione e gli altri che il professor Novi non potè salvare, rendemmo gli onori con !e armi che avevano finalmente sconfitto la barbarie, alcuni giorni dopo la liberazione.

Quanta amarezza all’ultimo addio!

Vittorio Gombi vice comandante della 7 a Brigata GAP

Tre giorni prima della liberazione, e cioè il 18 aprile 1945, saltò in aria, forse per pura disgrazia, forse per una disattenzione, la nostra munitissima « base » di via Scandellara. Restarono morti fra le macerie 15 partigiani, molti dei quali erano medicinesi. Io ero appena fuori dalla porta quando avvenne lo scoppio e mi trovai con un masso sul petto e vicino a me Giorgio Sternini con la faccia tutta insanguinata e con un occhio che gli veniva via e nonostante ciò mi prestò aiuto. Tutto questo mentre ormai si era alla fine e c’era bisogno di tutti per l’ultima battaglia per la liberazione.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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