Wengler Johann


Nasce il 14 febbraio 1921 a Kirchanschoring (Austria). Entra in contatto con i partigiani rifugiati presso la base installata nella casa colonica dei Saccenti ad Asia (S. Pietro in Casale), inizia a compiere azioni di sabotaggio ai danni del reparto tedesco nel quale fa parte.

Esperto meccanico carrista e fa saltare, simulando un attacco aereo angloamericano, un mezzo blindato.

Al momento di essere trasferito al fronte diserta dalla Wehrmacht e si aggrega alla 2ª brg Paolo Garibaldi e operò a S. Pietro in Casale. Muore nel corso di uno scontro armato con i fascisti – nel quale rimane ferito il suo compagno Otello Gambini, il 19 aprile 1945 a Massumatico di S. Pietro in Casale.

Il ricordo di Enzo Biondi (Pepè-Flavio) partigiano 2.a Brigata Garibaldi « Paolo ». 

Johann Wengler, austriaco di 24 anni, paracadutista di una formazione corazzata della Wehrmacht, quando si rese conto che la casa colonica occupata dal suo gruppo era nientemeno che una base partigiana, divenne un nostro compagno, un combattente della seconda brigata SAP Garibaldi-Paolo.

La grande casa dei Saccenti, ad Asia di S. Pietro in Casale, era una delle nostre basi più importanti. Le cose si complicarono quando, nel novembre 1944, un gruppo di paracadutisti tedeschi la invase, come quasi tutte le case della pianura, e vi si stabilì con armi e bagagli. I soldati facevano continuamente spola dalla casa al fronte ormai fermo sul Senio, ed ogni volta che tornavano erano sempre più tetri.

Fra di essi emerse Johann, Giovanni, un giovane cordiale che non tardò molto a stabilire rapporti di amicizia con i padroni di casa. « Tu insegnare me come fare tortellini — chiedeva a mamma Saccenti ; — quando tornare in Austria volere insegnare a mia mamma ». Ed in questi barlumi di umanità nel furore della guerra, il suo viso si rabbuiava: da lungo tempo non aveva notizie dalla famiglia e temeva il peggio. Egli era pilota di carro armato.

Giovanni non nascondeva i suoi sentimenti ostili verso i nazisti che avevano cancellato la sua patria, assorbita nel Grande Reich germanico, cosicché quando fu convinto di trovarsi in una famiglia di partigiani chiese di essere messo in contatto con il nostro comando per entrare nella Resistenza. Ci incontrammo una sera nell’aia dei Saccenti, fra la casa ed il forno, mentre gli altri soldati erano dentro a consumare il rancio. Il giovane austriaco si dimostrò impaziente di abbandonare un esercito che non era il suo e di cominciare a combattere. Lo convincemmo a rimanere nel reparto fin che fosse stato possibile, poiché in tal modo sarebbe stato più utile. Da quel momento egli si sentì partigiano e come tale si comportò.

Una volta, comandato in missione di trasferimento di un mezzo blindato, approfittando del fatto che era solo e che stava passando un ricognitore alleato che forse non l’aveva nemmeno visto, azionò il congegno di autodistruzione. Un boato ed una vampata e del « blindo » non rimase che un rottame. Tornò a casa e disse che un aereo l’aveva attaccato e colpito con spezzoni e mitraglie.

Sotto Natale, l’austriaco venne a comunicarmi che il suo comando gli aveva concesso una licenza: come doveva comportarsi? Gli dissi di partire e una volta a casa di non tornare più via di nascondersi. Giovanni non ebbe però la licenza: due giorni dopo, infatti, egli ricevette l’ordine di raggiungere col suo « Tigre » la linea del fronte.

Il mattino della partenza i tedeschi, tristi e rabbuiati, andarono a salutare mamma Saccenti. Soltanto Johann era stranamente tranquillo, anzi allegro. La donna non riuscì a capire come mai il giovane austriaco si comportasse a quel modo. Nel pomeriggio si vide perché l’austriaco era allegro. Ricomparì infatti a casa, appiedato e tutto solo, zufolando un’arietta delle sue parti.

Il motore del suo panzer, disse, si era… inspiegabilmente guastato, tanto da risultare fuori uso per qualche tempo, cosicché ora doveva aspettare l’arrivo di un altro « Tigre » da portare al fronte. Giovanni aveva sabotato nuovamente un mezzo corazzato.

Passò un mese e venne il momento della nuova partenza; il giovane non poteva compiere un altro « scherzo » del genere, anche perché ormai sul suo conto il comando tedesco aveva accumulato dei gravi sospetti. Giovanni decise allora di prendere una decisione definitiva. Il mattino della partenza l’ufficiale capocarro ebbe di che sbraitare: il pilota del panzer, Johann Wengler, mancava all’appello e non si trovava da alcuna parte. Il giovane non era molto lontano, assisteva alla sfuriata ed alle imprecazioni dell’ufficiale da una fessura. Egli era infatti alcuni metri sopra la testa dell’« offizier », dentro un rifugio ricavato nel fienile. Da quel giorno Johann fece parte integrante della formazione partigiana.

A casa Saccenti, partiti i tedeschi, l’attività della Resistenza riprese in pieno. Un giorno la casa fu d’improvviso circondata da un reparto tedesco e sottoposta a perquisizione, ma nella rete non rimase alcun partigiano. Vi fu un solo momento drammatico, quando uno dei rastrellatori si imbattè in Johann. L’austriaco, che si trovava in una camera del piano superiore si era lanciato giù nella scala per raggiungere la cantina dove era allestito un nascondiglio apposito, e si imbattè nel paracadutista con l’arma spianata che si accingeva a salire per perlustrare di sopra. I due uomini rimasero come paralizzati, entrambi con gli occhi piantati negli occhi. Erano ex commilitoni ed amici.

Johann raccontò poi più volte l’episodio. L’armato non disse parola, si voltò, discese i pochi gradini e, in cucina, annunciò ad alta voce che nel piano superiore non c’era nessuno. L’austriaco a sua volta risalì la scala e fu così salvo.

Giovanni partecipò alle azioni partigiane del gruppo a cui lo avevamo assegnato con intelligenza ed audacia, ma alla vigilia della Liberazione, quando il giorno del ritorno in Austria era ormai a portata di mano, la sua giovane vita fu stroncata. Era il 19 aprile 1945. Morì in uno scontro con i fascisti ed il compagno che era con lui. Otello Gambini di 21 anni, rimasto ferito venne catturato, sottoposto a inenarrabili torture e poi fatto scomparire.

In quei giorni di ritirata delle forze nemiche, protese alla ricerca della salvezza verso il Po, un tedesco passando davanti a casa Saccenti si distaccò dal gruppo di cui faceva parte ed entrò nella grande cucina. Anche lui portava i segni della disfatta. Disse : « Tu mamma sapere dove essere Giovanni ; tu salutare Giovanni per me ». Era l’amico di Johann che il giorno del rastrellamento, incontratolo sulle scale, finse di non aver trovato nessuno. Ma Giovanni non era più vivo.

Le spoglie del ventiquattrenne austriaco riposano nel cimitero di S. Pietro in Casale.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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