21 aprile 1945 ultime ore di guerra a Corticella (BO)


21 aprile 1945 mentre nel centro di Bologna si festeggia l’arrivo degli alleati, nei quartieri nord della città i tedeschi cercano di resistere. Le ore drammatiche di quella mattina raccontate da Bruno Tagliavini

Tagliavini Bruno  (Nome di battaglia Mastice)

Nasce il 25 luglio 1923 a Bologna. Presta servizio militare in marina a Pola dal 12 marzo all’8 settembre 1943. Milita nel battaglione Pinardi della 1a brigata Irma Bandiera Garibaldi, con funzione di comandante di compagnia, e opera nella zona della Casa Buia a Corticella (Bologna). Il 4 agosto 1944 viene arrestato.

Dopo una breve detenzione a Bologna, è inviato nel campo di Fossoli (Carpi – MO). Il 9 agosto riesce a fuggire durante il trasferimento e rientra a Bologna. Riprende il suo posto in brigata e per tutto l’autunno-inverno partecipa alla guerriglia che la sua formazione conduce, in particolare contro gli impianti ferroviari e i presidi militari che li sorvegliano.

Con la sua compagnia partecipa alla liberazione di Corticella prima dell’arrivo degli alleati, resistendo ai contrattacchi tedeschi.

Il suo ricordo delle ultime ore di guerra a Corticella

Quando divenni partigiano scelsi come nome di battaglia « Mastice », che è quel prodotto attaccatutto che serve per riparare le gomme delle biciclette. Con questo spirito di « attaccatutto » sono entrato nella Resistenza. La vita fu subito, anche per me, molto dura e ricordo che la prima azione, quella che si chiama il « battesimo del fuoco », la feci quando, trovandomi a tu per tu con un soldato tedesco, armi in pugno, io fui più svelto di lui. Ho partecipato poi a molte azioni, ma non ho mai sparato con leggerezza perché ho sempre maledetto la guerra e il fascismo che l’aveva voluta portando al massacro intere generazioni di giovani.

Ma ora voglio ricordare le ultime ore della lotta partigiana. Erano circa le 6 del mattino, quando la signora Elvira rincasò nella base dove mi ero rifugiato. Mi diede la notizia che gli alleati si  avvicinavano da Via Mazzini per entrare a Bologna. Mentre bevevo il caffè, mi venne subito in mente ciò che mi aveva detto Leo, il comandante di brigata, alcuni giorni prima: Bologna sarà liberata entro il 22 aprile. La signora piangeva e nella casa si sentivano le grida di gioia. Io presi la bicicletta e salutai la signora Elvira. Constatai che i tedeschi erano fuggiti dalla città; fuori nelle strade la gente prima si affacciava timidamente, poi, alla notizia, erano grida di gioia e canti che andavano crescendo man mano che la gente si svegliava e si rendeva conto che la guerra stava per finire.

Il centro della città era già liberato, non così Corticella, il mio quartiere, nella periferia a nord di Bologna. Vi giunsi verso le ore 7, insieme agli amici partigiani.

Feci spargere la voce che gli alleati stavano arrivando e noi dovevamo liberare il quartiere dagli ultimi tedeschi. Ci dirigemmo nella stalla di Volta, situata nel caseggiato fra la ferrovia ed il canale. Vi era un grosso deposito di armi pesanti, lasciate lì dal battaglione « Gotti » nel novembre 1944, quando si ritirò da Bologna. Anche un gruppo di tedeschi venne nel caseggiato mentre disseppellivamo le armi. Col recupero delle armi armammo una ventina di partigiani.

In poco tempo avevamo formato due posti di blocco: uno in via Sant’Anna all’altezza delle scuole, l’altro al passaggio a livello della ferrovia per Castel Maggiore, più due pattuglie che perlustravano il quartiere. Facemmo due prigionieri, poi si presentarono due tedeschi che volevano parlamentare. Ci dissero che erano disposti ad arrendersi, però volevano che noi li andassimo a prendere a Villa Salina. Noi intimammo loro di andare a prendere i soldati e di presentarsi disarmati. Il sergente si rifiutò e allora noi li facemmo prigionieri. Mentre li conducevamo alle scuole uno mi aggredì, tentando di disarmarmi e nella colluttazione fu respinto, allora tentò la fuga. Gli sparammo.

Cadde ferito ad una spalla, lo riprendemmo e l’accompagnammo dal dottore. Nel tragitto aggredì Zerbini tentando di strappargli l’arma e allora, visto che voleva morire, lo fucilammo all’angolo della casa del fornaio, fra via San Savino e Corticella. Gli altri prigionieri vennero rinchiusi nelle scuole.

Un altro gruppo si era piazzato sopra il mulino e serviva come posto di osservazione e di appoggio. I tedeschi dalla Villa Salina vennero all’assalto per riconquistare Corticella, ma li raggiungemmo e nel combattimento rimase ferito il partigiano Beltrame, che s’era piazzato sopra il mulino.

Il posto di blocco verso Castel Maggiore fu attaccato da un gruppo di tedeschi provenienti dal Trebbo; cercavano di penetrare nel caseggiato di Corticella ma vennero respinti a fucilate. I civili avvisarono una nostra pattuglia che i tedeschi in via Sant’Anna stavano rubando danaro e preziosi ad alcune famiglie. Una nostra squadra accorse sul posto e nel combattimento che seguì, i tedeschi furono messi in fuga e si rifugiarono nella Villa Magistrini, assieme agli altri. Giunse la nostra staffetta che avevo mandato in città presso una base della 7a GAP per vedere se ci potevano mandare rinforzi; mi comunicò che fra poco sarebbe arrivato Gioti con la sua squadra. Arrivò di corsa un nostro partigiano e mi disse: « Mastice, c’è un tedesco in via Corticella con la motocicletta, ma non è vestito da tedesco ».

Decisi di andare a vedere. Lo trovammo all’angolo di via Corticella-Colombarola che faceva un bisogno corporale. Come ci vide alzò le mani poi fece segno di andare da lui. Noi, armi spianate, andammo avanti. Questi si alzò, ci fece capire che era una staffetta alleata e chiedeva come stavano le cose (aveva capito che eravamo dei partigiani). Gli dicemmo che il quartiere era in mano nostra. « Va bene — disse lui –  andare dal mio comandante, tornare subito con lui ». Dopo dieci minuti arrivò lui e il comandante in « jeep » assieme ad altri due ufficiali. Mi strinse la mano e si congratulò con noi. Mi invitò a salire sulla « jeep », poi mi chiese in italiano come andavano le cose. Gli feci un rapporto dettagliato della situazione.

Lui mi disse di attendere ancora mezz’ora che sarebbero giunti con uno squadrone di carri armati e autoblindo. Lo salutai sperando in cuor mio che fossero giunti anche prima.

Da via Arcoveggio si sentiva un gran vociare. Stava arrivando Gioti coi suoi gappisti. Mi venne incontro chiedendomi dove erano annidati i tedeschi.

Gli dissi che erano alla Villa Magistrini e alla Villa Salina. Mi rispose: « Adesso li concio per le feste » e s’avviarono per iniziare il combattimento. Lo afferrai per un braccio e gli spiegai l’incontro avuto con l’ufficiale americano e che alla Villa Magistrini sarebbe stato meglio aspettare l’arrivo degli americani con le autoblindo e andarci insieme. « Bene — disse Gioti — intanto andiamo a dare un’occhiata da vicino ». Ci portammo alla casa colonica più vicina, che distava duecento metri dalla villa.

I tedeschi avevano notato i nostri movimenti e cominciarono a spararci contro come dannati. Mentre Gioti ed i suoi tenevano le posizioni tornai indietro ad incontrare gli alleati. Quando vidi che stavano arrivando fui contento. Parlai col comandante delle autoblindo che erano guidate dai polacchi e montai sopra una di queste e corremmo in aiuto di Gioti che fu felice quando ci vide arrivare. Affiancammo le autoblindo e mentre investivano la Villa Magistrini i tedeschi continuarono a sparare, ma qualche gruppo si arrese. Poi tutto il reparto uscì alzando le mani. Furono chiamate le donne che erano state derubate e indicarono chi erano i ladri. I polacchi li misero da una parte, contro il muro della Villa e tutti insieme li fucilarono. A Villa Salina i tedeschi si erano già ritirati. Alle ore 11 tutta la zona era già liberata; gli alleati proseguirono l’avanzata verso Nord e io salutai tutti e tornai in città coi gappisti di Gioti.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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