Zecchini Gino (Nome di battaglia Gianni)


Nato il 30 agosto 1921 ad Argelato. Presta servizio militare in aeronautica a Torino, dall’ottobre 1941 all’ottobre 1942. Il 25 luglio 1943 alla caduta del fascismo partecipa ad una manifestazione contro la prosecuzione della guerra. Aderisce al Partito Comunista Italiano e dopo 1’8 settemre 1943 entra a far parte del gruppo armato Due Pozzi (Bologna) comandato da Renato Gaiba.

Membro del CLN costituitosi alla SASIB, è promotore di azioni di sabotaggio della produzione e organizzatore dello sciopero dell’1 marzo 1944. Milita nella 1ª brigata Irma Bandiera Garibaldi con funzione di commissario di compagnia.

I suoi ricordi

Il 25 ottobre 1942 ritornai al lavoro, come operaio fresatore, nell’officina SASIB di Bologna, che allora occupava circa 1000 operai. Ero stato richiamato dal congedo, con l’esonero, dall’aeroporto di Torino Caselle dove mi trovavo come militare. In fabbrica conobbi Oriente Chiarini che mi introdusse nell’organizzazione comunista clandestina diretta da Dante Guazzaloca.

Il 25 luglio 1943, alla caduta del fascismo, tutti noi operai scioperammo compatti e manifestammo contro la continuazione della guerra. Verso metà settembre il fascismo si riorganizzò e noi cominciammo a formare dei gruppi di operai armati. Nell’autunno 1943 io entrai a far parte del gruppo armato che si formò nella zona e che fu chiamato  Due pozzi : lo comandava Renato Gaiba, che era l’unico che aveva pratica di armi poiché era stato sottufficiale di marina prima di abbandonare l’arma, l’8 settembre, per sfuggire alla cattura da parte dei tedeschi.

Cominciammo col raccogliere armi e munizioni e in poco tempo mettemmo insieme un discreto armamento. Ricordo che i soldati di una batteria antiaerea piazzata nella cintura ferroviaria presso Casaralta, l’8 settembre avevano buttato tutto l’armamento dentro ad un macero e noi ci gettammo nell’acqua e nella melma e recuperammo tutto. I nostri gruppi armati lavoravano dentro e fuori della fabbrica, ma era dentro che la lotta era più dura e c’era il lavoro più importante da fare per portare gli operai alla lotta aperta.

Ricordo che l’azione collettiva nella fabbrica cominciò a svilupparsi in profondità man mano che ci si avvicinava alla data del 1° marzo 1944, che doveva essere il giorno dello sciopero generale collegato con le altre fabbriche del nord e con le principali industrie della città. La SASIB era rimasta intatta e, malgrado i molti bombardamenti nel quartiere Bolognina, non una bomba cadde nel recinto della fabbrica e la cosa ha del miracoloso. Nel periodo della preparazione dello sciopero, il numero degli operai era circa dimezzato a causa degli sfollamenti che seguirono l’8 settembre, della minaccia dei rastrellamenti tedeschi di mano d’opera per la Germania e anche per la paura dei bombardamenti.

Nell’interno vigeva un rigido regime militare e la fabbrica era controllata da un piccolo reparto di una ventina di tedeschi al comando di un tenente austriaco il cui nome non ricordo e di un sergente che aveva un comportamento strano. Nonostante ciò la stampa clandestina si infiltrava egualmente nei vari reparti (io ricordo, in particolare, all’inizio,  La Voce dell’operaio ) e l’organizzazione clandestina funzionava al punto tale che si costituì persino un CLN di fabbrica del quale eravamo rappresentanti noi comunisti (Dante Guazzaloca, Giorgio Magnani ed io), i socialisti con Bruno Zorzi e i repubblicani con l’ing. Giovanni Bortolotti. Accanto al CLN si riuscì anche a far funzionare un Comitato militare di fabbrica , formato dagli operai Luciano Marchi, Giorgina Nanni e da me, che fu molto utile per la formazione delle squadre SAP e per il collegamento con i partigiani che operavano all’esterno e così si poterono mantenere rapporti anche coll’operaio Dino Sasdelli che aveva purtroppo dovuto lasciare la fabbrica e che era stato uno dei principali animatori della lotta antifascista operaia.

La SASIB produceva anche materiale bellico ed era quindi sotto il controllo del Commissariato generale fabbricazione di guerra . Si costruivano l’affusto, il meccanismo di puntamento e le piastre per l’appoggio del cannone anticarro di mm. 47/32, sistemato anche su carri armati di tipo vario; si fabbricavano macchine per il riempimento automatico dei proiettili del fucile  91  e anche macchine per la costruzione delle cosiddette  bombe Balilla . Si fecero anche dei prototipi di un mortaio da 120 mm. La SASIB aveva a Meldola una sua sede distaccata per la revisione e la riparazione di motori d’aereo e più volte vi furono sopralluoghi di autorità militari in quella sede a causa del sabotaggio sempre più esteso che si svolgeva durante queste operazioni di verifica.

Lo sciopero del primo marzo 1944 fu totale. Alla mattina gli operai si riunirono subito nel cortile dello stabilimento e restarono fermi, in silenzio. Arrivò un sindacalista fascista e chiese lo scopo della manifestazione. L’operaio Luciano Marchi espose le rivendicazioni: condizioni di vita e di lavoro intollerabili, salari bassi, razioni insufficienti, una mensa miserabile, una brodaglia con 25 grammi di riso come  pranzo. Il  sindacalista  disse che le richieste erano giuste, fece delle promesse e rinviò tutti al lavoro. Nessuno si mosse. E allora cominciarono le minacce. Ma nessuno si mosse. Allora, da buon fascista, andò a chiamare i tedeschi.

Vennero due ufficiali delle SS, non ci guardarono nemmeno in faccia e andarono diritti in direzione. Verso mezzogiorno scesero: gli operai andarono alla mensa e i tedeschi puntarono le armi all’interno, ma il piazzale era già vuoto. Quattro ore di sciopero, il primo in vent’anni di fascismo e il significato di quel gesto era ormai chiaro a tutti.

Non fummo i soli a scioperare in quella giornata e già ce ne eravamo resi conto all’alba quando i gappisti fecero saltare gli scambi del deposito tranviario di via Saliceto e nel quartiere tutti avevano sentito gli scoppi. Subito  La Voce dell’operaio ci diede notizia di quello che era accaduto nelle altre fabbriche e fummo contenti di non essere stati da meno. Fuori della fabbrica per molto tempo restarono le scritte sullo sciopero, in smalto blu scuro, incancellabili, e c’era anche una grande falce e martello che ci procurò qualche noia coi repubblicani, nel CLN di fabbrica.

Dopo lo sciopero il numero degli operai diminuì ancora. Molti cominciarono ad andare coi SAP e nelle Brigate partigiane della montagna. Renato Gaiba fu fra questi e raggiunse la 36a Brigata Garibaldi nell’alto imolese e divenne vice comandante di compagnia. In fabbrica restammo suppergiù in 300. Cominciò la fase del sabotaggio: alterazione della tempera, ritardi nei tempi di lavorazione,  casuale  rottura di pezzi importanti fin quando, nel luglio, d’accordo col CLN e coi SAP, si decise la distruzione della cabina elettrica che forniva l’energia alla fabbrica.

Della cosa ci interessammo io, Giuseppe Deserti, Orfeo Cenacchi e Renato Santi. Forzammo la porta della cabina, vi mettemmo dentro il tritolo e poi accendemmo la miccia e via al riparo. Ma non successe nulla. Allora io ritornai alla cabina, vidi che la miccia si era spenta e così la riaccesi e ancora via di corsa con Deserti che mi proteggeva alle spalle con la rivoltella spianata. E finalmente il boato e tutta la cabina saltò in aria.

Dimenticavo di dire che fabbricavamo anche, e in gran quantità, chiodi a tre punte che si seminavano per le strade al passaggio degli automezzi tedeschi.

Questo il lavoro all’interno della fabbrica. Ma, come ho detto, noi operavamo, come gruppi SAP, anche all’esterno. Ricordo che nella primavera del 1944 facemmo saltare altre cabine elettriche di alimentazione della ferrovia e anche le linee ferroviarie nella zona dello smistamento. Una volta, fra la sterpaglia di via Ferrarese, nella forcella di un albero piazzammo una mitragliatrice pesante presa da un carro armato tedesco e con questa facemmo fuoco contro una colonna di automezzi in transito.

Altri attacchi a colonne li facemmo appostandoci sopra i ponti e quando gli automezzi passavano di sotto noi lasciavamo cadere giù delle grosse bombe che dopo sei o sette secondi esplodevano. Le prime bombe che adoperammo furono quelle fatte da Diego Orlandi: erano fusioni in alluminio, piene di esplosivo, con l’accensione a miccia.

Quando c’erano gli allarmi aerei noi operai uscivamo dalla fabbrica e ci recavamo in un punto fisso, nei pressi di un macero, dove, sotto i sassi, c’era un deposito di armi. Poi andavamo nella strada e, approfittando del caos e della paura, disarmavamo i militi che fuggivano verso i ripari. Ricordo che una volta feci un’azione del genere con Michele (Walter Busi); nell’avviarci al macero fummo superati da un tedesco tutto carico d’armi.

Noi eravamo disarmati. Fermai il tedesco e gli offrii una sigaretta ed aveva appena acceso che vidi l’elmetto schiacciarsi sopra il naso e gli occhi non si vedevano più, poi sentii un grosso botto sull’elmetto e il soldato rotolò a terra insieme al grosso sasso di macero con cui Michele l’aveva colpito. Quel soldato era un piccolo arsenale e facemmo un buon bottino di armi: una  maschinenpistole, una busta con 5 caricatori, due bombe a mano col manico e una rivoltella  P 38. Poi andai dal contadino e gli dissi che vicino al macero c’era un tedesco morto e allora vennero a seppellirlo.

Nell’estate 1944 molte case della Bolognina si erano trasformate in  basi partigiane e nel settembre si creò nella città un clima insurrezionale. La stampa del CLN invitava i giovani ad entrare nelle GAP e nelle squadre SAP e noi stavamo preparandoci alla prova. Il battaglione SAP di Corticella disarmò un grosso reparto di soldati cecoslovacchi intruppati dai tedeschi, diede l’assalto alla caserma della Todt  a San Sisto, assalì e distrusse un reparto del battaglione fascista  Mameli in ritirata. Poi ci accasermammo a porta Mascarella. Intanto il battaglione  Gotti  di Altedo-Baricella si era attestato in un’officina vuota nei pressi di via Fiorini.

Dopo la battaglia di porta Lame del 7 novembre 1944 molti feriti furono sistemati in zone meno pericolose e la notte che precedette la battaglia della Bolognina (la notte del 14 novembre) il nostro battaglione  Gotti  fu avvertito che i fascisti e i tedeschi si stavano preparando per attaccare le nostre  basi  alla Bolognina. Il battaglione  Gotti  si trasferì allora a Villa Angeletti e noi della compagnia  Due pozzi  ci nascondemmo nei  bunker. Alla mattina, come annunciato, cominciò la battaglia della Bolognina e tutto il quartiere fu messo sottosopra. Io mi sono sempre chiesto perchè mai il nostro comando, che era stato informato della cosa, non avvertì il gruppo di gappisti della Bolognina. Io so solo che noi in fabbrica eravamo col cuore in gola e ricordo che nell’intervallo delle 10, quando ci si fermava un momento per lo spuntino, andai di corsa verso piazza dell’Unità per rendermi conto di che cosa stava succedendo, ma venni raggiunto dal sergente delle SS che comandava l’officina che mi intimò di rientrare in fabbrica.

Appena fui al lavoro il sergente si avvicinò dicendomi:  Sei diventato matto! Non sai che i miei camerati se ti arrestano sul luogo dopo il combattimento ti fucilano per rappresaglia? Una settimana prima, scherzando, il sergente delle SS mi aveva detto:  Tu Gino, Dante, Magnani, ed altri siete dei partigiani.  Ma tu sei matto, sergente, gli avevo risposto.

Nel tardo pomeriggio del 21 novembre, il Monchino, un partigiano che abitava nei pressi di via Ferrarese, era venuto a cercarmi. Era in compagnia di uno strano partigiano. Mentre uscivo dall’officina me lo vidi comparire e avevo notato che gironzolava davanti alla fabbrica; qua e là vi erano strani individui vestiti con tute da operai attorno ad un’auto ferma all’uscita dell’officina.

Io scambiai qualche parola con Marione di Corticella e rimasi sorpreso perchè il Monchino mi chiamò per nome. Mi fermai mentre Marione proseguì nell’istante in cui stava giungendo Renato Bettini, che faceva il collegamento con la Brigata. Gli feci cenno di proseguire, ma non capì e si fermò. Marione era giunto intanto alla fine della mura dell’Ippodromo e qui venne scaraventato dentro un autofurgone. Mi voltai verso il Monchino e gli chiesi se aveva le rivoltelle e lui mi disse di no, ma precisò che l’altro era armato.

Lo chiesi all’altro che l’accompagnava e anche lui disse che non era armato.  Allora — risposi — che partigiani siete! Io ce l’ho la rivoltella , e mi cacciai la mano in tasca ed impugnai il calibro  spingendo avanti la punta come se fosse la canna. Poi mi avviai verso l’officina e spinsi il Monchino e l’altro davanti a me e giunti davanti al portone io e Bettini entrammo sprangando il cancello alle nostre spalle.

Intimai al custode di non aprire, mentre sentivo quelli della  Gestapo  e delle brigate nere che picchiavano contro il cancello ed urlavano di aprire. Attraversammo in fretta l’officina. Incontrammo ancora il sergente delle SS che mi chiese se avevo bisogno di qualcosa io gli dissi di essermi dimenticato un indumento nello stipo: lui si ritirò nel suo ufficio e noi saltammo la mura dalla parte di via Saliceto.

Poi lasciai definitivamente la fabbrica e mi sistemai nel centro della città, al comando della mia compagnia. Nella seconda metà del marzo 1945 venni avvicinato da un conoscente che sapevo essere in contatto col CLN e che mi disse che dovevo trovarmi la mattina dopo ad un appuntamento in un caffè di via Righi, prima di via Alessandrini, dove avrei trovato il mio comandante, Renato Capelli, insieme ai compagni Clelio Fiocchi ed Elio Magli per discutere sull’attività da svolgere.

La mattina dopo, mentre andavo all’appuntamento, incontrai Brazzi, vice comandante della compagnia, e con lui discussi a lungo per diversi chiarimenti che mi venivano chiesti e così arrivai un po’ in ritardo all’appuntamento. Brazzi stesso mi volle accompagnare poiché temeva in un’imboscata essendo sicuro che Capelli non era a Bologna quel giorno. Quando arrivammo davanti al caffè vedemmo la brigata nera che stava trascinando via i compagni Fiocchi e Magli. Pochi giorni dopo, e cioè il 23 marzo, i corpi straziati dei due compagni furono trovati in via Falegnami.

Eravamo circondati da spie che resero ancora più dura la nostra vita e la nostra attività negli ultimi mesi. Alcuni ex partigiani erano passati dall’altra parte e ciò complicava, e non poco, i nostri movimenti. Noi dovemmo essere spietati e molte di queste spie e terroristi fascisti fecero la fine che si meritavano.

Nei giorni immediatamente precedenti la liberazione di Bologna, noi della Brigata Irma Bandiera  ci concentrammo tutti (dovevamo essere circa 300) in via dei Mille 20, nel soffitto del Seminario. La notte del 20 aprile 1945 partecipammo, insieme ai gappisti, all’azione insurrezionale che portò alla liberazione della città.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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