Renata Berti


Nasce il 27 aprile 1909 a Medicina. Mondina. E’ fra le promotrici dello sciopero delle mondine avvenuto a Medicina nel 1931 che si conclude dopo tre giorni di manifestazioni con l’accettazione delle richieste salariali avanzate dalle lavoratrici. A seguito della sua partecipazione attiva alle dimostrazioni viene sorvegliata dai fascisti locali. Poco dopo entra a far parte del Partito Comunista Italiano e per questo viene arrestata nell’autunno 1932.

E’ liberata dopo due mesi di reclusione e ammonita. Il 26 luglio 1943 scese in piazza nel corso della manifestazione organizzata a Medicina per la caduta di Mussolini.Catturata durante un rastrellamento nel novembre 1943 è incarcerata a Medicina e a Imola per un mese.

I suoi ricordi 

Lo sciopero del 1931 fu fatto contro la diminuzione della tariffa per il mietere interno. Una parte di donne erano dirette a mietere e una parte nella risaia; nel recarci a lavorare avevamo già visto i manifestini che i compagni avevano affisso, invitanti allo sciopero, ed eravamo tutte d’accordo di farlo.

Anche le mondine che dovevano scendere in risaia prima di quelle che andavano a mietere, aspettarono di vedere quello che decidevano le mietitrici. Quel giorno io ero in risaia e, quando abbiamo visto le mietitrici che, invece di andare a mietere, prendevano le biciclette e andavano sulla strada, noi le abbiamo seguite. Poi dalla prima risaia, dove eravamo noi, più vicina al paese, abbiamo fatto il giro di tutte le risaie del comune, chiamando tutte le altre donne allo sciopero. Siamo riuscite a far salire anche tutte le « forestiere » e poi siamo andate verso il centro di Medicina.

Quando siamo arrivate alla porta del paese, questa era sbarrata dai carabinieri e dai dirigenti del sindacato fascista; visto che da quella parte del paese non si entrava, siamo entrate da un’altra parte. In piazza non c’era nessuno e noi non sapevamo cosa fare. Poi sono arrivati i carabinieri che cercavano di mandarci via, ma le donne crescevano e abbiamo cominciato a dire che non andavamo a mietere se non ci aumentavano la paga. Il tenente dei carabinieri voleva sapere chi aveva organizzato lo sciopero e noi abbiamo risposto: « Nessuno ha organizzato niente, noi siamo abituate che quando andiamo a lavorare sappiamo la paga che dobbiamo prendere: quest’anno il foglietto con la tariffa non è stato messo fuori e noi vogliamo sapere qual è la tariffa che è stata stabilita ».

Quell’anno volevano darci una paga di L. 12,65, mi pare, per mietere il grano, mentre noi chiedevamo 16 lire. Riuscimmo ad avere quanto chiedevamo: facemmo uno sciopero di tre giorni e quel giorno rimanemmo in piazza per tutta la giornata. I fascisti andarono a cercare a casa quelle mondine che avevano parlato di più, che erano più combattive e fra queste c’ero anch’io. Ci portarono in caserma e ci volevano obbligare a tornare al lavoro. Allora noi, in bicicletta, siamo andate a Villa Fontana, abbiamo riunito un gruppo di mondine che conoscevamo e le abbiamo convinte a non muoversi di casa fino a che non avessimo conosciuto la tariffa che ci veniva data.

Da Villa Fontana siamo andate poi a Fiorentina, a Sant’Antonio, a Portonovo, poi siamo tornate indietro passando da Buda, Via Nuova, Ganzanigo e siamo tornate a Medicina, avvisando così tutte le nostre compagne di lavoro che non andassero a lavorare. Quando però siamo arrivate a Medicina, alle Case Nuove, su quel piazzale grande c’era il segretario del fascio con un gruppo di donne che erano state convinte ad andare a lavorare.

A vedere questo ci siamo rimaste male, anche perché noi avevamo già detto alle mondine di stare a casa e ora, arrivate in paese, trovavamo un gruppo di donne disposte ad andare a lavorare. La vittoria ci fu ugualmente perché ci fu stabilita la tariffa di L. 16,20.

Lo sciopero ebbe così termine e si tornò a lavorare; io ed alcune altre compagne che avevamo lavorato di più per la riuscita dello sciopero, fummo però tenute d’occhio e sorvegliate. Si fecero vivi i compagni che avevano diffuso i manifestini e organizzato lo sciopero e invitarono alcune di noi ad andare ad una riunione. A questa riunione, che fu fatta vicino ad un fiume, un compagno si fece spiegare da noi l’andamento dello sciopero.

A proposito dello sciopero ho dimenticato un particolare che ora riferisco: il secondo giorno dello sciopero, per le strade del paese passarono i fascisti in camion, con i manganelli e cantavano: « A lavorare chi vuoi mangiare! ». Fra questi ve n’era uno che aveva un negozio che era molto frequentato dalle donne e convincemmo le donne a boicottare il suo negozio. Dopo pian piano, ricominciarono ad andare a fare la spesa, ma per un bel po’ di tempo non ci andarono.

Dopo quella riunione con i compagni ci organizzammo nel partito comunista.

I fascisti non li potevo vedere fin da bambina perché ricordavo quando venivano a bruciare le cooperative e tutti gli atti di violenza che fecero. Io chiesi ai compagni quale differenza c’era fra il partito comunista e il partito socialista, i compagni mi spiegarono questa differenza e da allora mi sono iscritta al PCI.

Ho dimenticato di dire che in occasione dello sciopero, le mondine che vennero nel centro di Medicina furono calcolate a circa duemila. In seguito a questo sciopero l’organizzazione del partito si allargò e si rafforzò, ma nel 1932 l’organizzazione venne scoperta e nell’ottobre si ebbero degli arresti. Prima arrestarono due o tre compagni, poi uno di questi fece dei nomi e dopo circa quindici giorni fecero altri arresti: anch’io fui arrestata, insieme a un’altra compagna.

Sono stata in carcere due mesi, l’altra sei mesi; altri compagni sono stati pure in carcere o al confino.

Dopo l’uscita dal carcere l’organizzazione ha continuato a fare quel po’ che ha potuto. Il nostro lavoro era di reclamare in mezzo alle risaie quando c’era il vino poco buono, con i vermi dentro, o che non eravamo trattate come dovevamo; le nostre compagne di lavoro avevano fiducia in noi perché sapevano che eravamo organizzate, sapevano quel che avevamo fatto e ci aiutavano nelle nostre rivendicazioni.

La nostra attività spicciola è durata così fino al 1943. La mattina del 26 luglio, alla caduta del fascismo, andammo ugualmente in risaia perché non sapevamo ancora che cosa era successo; poi sono arrivati dei compagni a darci la notizia, noi siamo risalite dalla risaia e siamo tornate a Medicina. Qui ci siamo organizzati in gruppetti, con uomini, donne e bambini, e siamo andati da quelli che avevano fatto andare militari tutti i nostri giovani a dire che era ora che andassero loro al fronte, che i nostri figli c’erano già stati abbastanza.

Da ultimo siamo andati dal segretario comunale, che era un fascista: i bambini e i giovani che erano con noi hanno cominciato a tirare dei sassi nelle vetrate; il segretario comunale si è preso un tale spavento che per alcuni giorni non è uscito e in seguito abbiamo saputo che era morto dalla paura. Non so se questo corrisponda al vero, perché lui non era di Medicina, comunque noi da quel giorno non lo abbiamo più visto.

Durante il periodo badogliano abbiamo fatto quel po’ che si poteva.

Ai primi di novembre 1943 passò un gruppo di partigiani che veniva dalla Romagna, mi pare; questi partigiani si fermarono da una famiglia a mangiare e a bere. Il proprietario della casa telefonò a Medicina e chiamò i carabinieri, fra i quali c’era una guardia repubblichina; avvenne una sparatoria durante la quale rimase ferito un nostro partigiano e furono uccisi la guardia repubblicana Bosi, il maresciallo dei carabinieri Ruggero e il brigadiere Sanna.

Il giorno dopo venne fatto un rastrellamento in cui furono presi parecchi uomini e qualche donna in ostaggio perché non erano stati trovati i mariti o i figli che cercavano. Nella caserma di Medicina furono portati 14 o 15 uomini e 8 donne, due delle quali furono rilasciate alla sera perché si presentarono i loro uomini; 6 donne e un uomo fecero un mese di prigione, metà a Medicina e metà a Imola. Fra queste c’ero anch’io. Il 31 dicembre, nel «Carlino», leggemmo che per questo fatto erano stati fucilati i partigiani Max Emiliani e Amerigo Donattini, che erano poco più che ventenni.

La prima volta che ero stata arrestata, nel 1932, ero incinta della prima bambina. Nel 1943 ero incinta della seconda.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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