Rambaldi Libero (Nome di battaglia Fanterone)


Nasce il 17 gennaio 1925 a Bologna. Milita nella brigata Stella rossa Lupo e opera sull’Appennino tosco-emiliano.

Il 29 settembre 1944 quando le SS del maggiore Reder iniziarono il rastrellamento di Monte Sole che termina con il massacro di Marzabotto si trovava in una casa colonica di Cadotto con una decina di partigiani tra i quali Mario Musolesi.

Rimasti circondati, i partigiani resistono per un giorno intero, mentre Musolesi perde la vita nel tentativo di rompere l’assedio.

Per quanto gravemente ferito, è uno dei pochi superstiti di quel gruppo di partigiani, caduti quasi tutti sotto i colpi tedeschi. Con pochi compagni di lotta riesce ad attraversare la linea del fronte e raggiungere Castiglione dei Pepoli, già liberata.

I suoi ricordi della battaglia di Monte Sole

Il 29 settembre 1944 reparti della 16a  SS Panzer Granadier Division Reichsfuhrer , con alla testa il famigerato battaglione del maggiore Reder, protetti dalla artiglieria dai carri armati, dotati di lanciafiamme e mortai, incominciarono la  spedizione punitiva  contro la popolazione di Marzabotto. I partigiani della  Stella rossa , posti di fronte a forze soverchianti, decimati dai precedenti combattimenti, si opposero come poterono alla pressione nazista: si lottò disperatamente ovunque comparivano i tedeschi.

A Cadotto otto partigiani erano giunti nella serata del 27 e si erano alloggiati in una solida stalla piena di bestie (nelle ore che seguiranno anche alcuni civili vi troveranno rifugio). Nella notte del 28 erano arrivati altri tre partigiani, i quali si erano insediati nella casa che sorgeva a poche decine di metri dalla stalla.

Erano Mario Musolesi (Lupo), Gianni Rossi e Gino Gamberini. Cadotto era una località molto importante, perché chiudeva l’accesso a Ca’ di Dorino, sede del comando di brigata e alle altre località sulle quali si dispiegava il dispositivo militare della  Stella rossa : Steccola, monte Sole, Creda, ecc. Gli otto sistemati nella stalla erano: Rino Cristiani (caposquadra), Adriano Lipparini, Pierino Bolognesi, Valdisserra, due ex carabinieri di Castiglione dei Pepoli, confluiti nella  Stella rossa  insieme ad altri commilitoni e con loro il tenente Giovanni Saliva, Giuseppe Teglia ed io.

Sono circa le 5,30 del 29 settembre: la mattina è piovigginosa  con molto nebbia e raffiche di vento. Il partigiano Teglia è stato messo in sentinella sulla cavedagna che porta alla casa. Teglia vede all’improvviso molti tedeschi comparire fra la nebbia, spara contro di loro due colpi di moschetto e muore falciato da una raffica di mitra. Lipparini e Cristiani sono i primi a balzare in piedi: Cristiani apre con un calcio l’uscio della stalla, i tedeschi sono a dieci metri dall’edificio e sparano contro il partigiano apparso sull’uscio colpendolo allo stomaco con due proiettili. Lipparini ha il giubbone perforato, ma rimane illeso. Dalle finestre della stalla gli altri cinque partigiani (tre con  Sten  e due moschetti) sparano come dannati e sistemano molti tedeschi. In un primo tempo, di fronte a un fuoco tanto nutrito e micidiale, le SS si ritirano. Subentra un momento di calma.

Rossi e Gamberini escono dalla casa e s’incontrano con Lipparini. Colloquio concitato. I partigiani sono circondati. Rossi propone ai sette della stalla di resistere ad ogni costo; lui, il Lupo e Gamberini tenteranno di rompere l’accerchiamento e di raggiungere il grosso della brigata per chiedere adeguati rinforzi.

Lipparini osserva che sarà molto difficile sfondare il cerchio delle SS, tuttavia la sortita proposta da Rossi è l’unica manovra possibile. Si decide così. Mentre stanno parlando, una ventina di tedeschi appaiono sull’aia, ma sono costretti a ritirarsi, lasciando sul terreno morti e feriti. Anche il secondo assalto è respinto.

I partigiani si salutano e Lipparini ritorna nella stalla. Si saprà dopo molto tempo l’infelice esito della sortita dei tre. Il Lupo e Gamberini non riescono a passare, ingaggiano la battaglia e vengono uccisi; solo Gianni Rossi, ferito, trova una via di scampo.

Intanto i tedeschi, scottati dalle prime perdite, piazzano due mitragliatrici pesanti e prendono d’infilata la stalla; i muri resistono, ma i proiettili incendiari appicano il fuoco al soprastante fienile. Le bestie impazziscono. I partigiani, con il ferito Cristiani, abbandonano il rustico e si rifugiano in una stalla più piccola che sorge accanto alla grande. Mentre traslocano, Pierino Bolognesi, uno studente di medicina, fa fuori due SS che si erano avvicinati. La stalla piccola ha le pareti di legno ed è facile preda delle mitraglie. Dentro, i partigiani hanno trovato due donne, una ragazzina e due giovani. Si spara sempre rispondendo al fuoco tedesco, ma la piccola baracca va in frantumi. I partigiani vedono che la grande stalla ha resistito alle fiamme e decidono di rioccuparla portandosi dietro i civili. Frattanto un altro attacco delle SS viene respinto. Poi i tedeschi occupano la casa, nella quale sono rimasti solo dei civili, così la grande stalla viene presa fra due fuochi: da un lato le due mitraglie e dall’altro le armi automatiche e le bombe a mano delle SS che sparano dalle finestre della casa.

Una bomba dal manico lungo cade dentro la stalla ed esplode: rimane ferito al viso uno dei due giovani civili, mentre Lipparini ha le gambe colpite da alcune schegge. Le bestie, ferite e infuriate, le centinaia di proiettili SS che piovono sui muri e penetrano dalle finestre, le grida dei feriti terrorizzano i civili, alcuni dei quali vogliono uscire da quella trappola, ma appena fuori rimangono uccisi. Uno dei carabinieri partigiani rimane ferito all’inguine da una pallottola.

Si prosegue così fin verso le ore 16. Al termine di un ennesimo attacco delle SS, io esco dalla stalla e inseguo un gruppo di tedeschi, sparando un intero caricatore dello  Sten  e urlando come un forsennato. Uccido un paio di SS, poi rientro protetto dal fuoco di sbarramento dei compagni.

Vista la mala parata, le SS piazzano un mortaio, per demolire la stalla. Allora i partigiani, rotto per rotto, decidono di raggiungere la casa. Mentre attraversano lo spiazzo, Pierino Bolognesi rimane gravemente ferito ed io resto accecato dall’esplosione di una bomba da mortaio. Tuttavia i partigiani riescono a snidare i tedeschi dalla casa. Sistemano i feriti e dalle finestre incominciano a rispondere al fuoco del nemico. Mentre si combatte, il partigiano Rino Cristiani muore dissanguato.

Poi le SS riescono, con bidoni di benzina, ad incendiare l’edificio. I partigiani si rifugiano in cantina. La casa brucia. Per fortuna scende rapidamente il buio della sera. E i tedeschi abbandonano la partita, non prima di aver massacrato i civili che hanno nelle mani.

Nella notte i partigiani escono dalla cantina, la quale ha resistito ai crolli, e con i loro feriti cercano di raggiungere il comando di brigata. Lo spettacolo che si presenta ai loro occhi è desolante: tutte le postazioni partigiane sono state sconvolte, anche alla Steccola morte e distruzione. Non rimane altre che tentare di raggiungere le linee del fronte. Pierino Bolognesi, gravemente ferito, viene lasciato in un rifugio nei pressi della Piazzola: qui cade nelle mani dei tedeschi e non si è saputo mai né dove né come sia morto.

Per il Lupo non c’è più scampo. Morendo dice a Gianni di tentare di salvarsi, di battersi, ma di tenere per sé l’ultima pallottola. La  Stella rossa  è finita, anche se molti partigiani della brigata continueranno a combattere da più parti, anche a Bologna, a porta Lame, e durante l’inverno nella  squadra Temporale. Io, ferito in più parti e semicieco, riesco a salvarmi e, grazie all’aiuto di compagni, a raggiungere Castiglione.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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